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Siria: il mondo si attivi per porre fine alla strage

ZAC BAILLIE

Aleteia - pubblicato il 17/04/13

Più di 300.000 i cristiani che in fuga dalla guerra

“Un grido alla coscienza internazionale” è quello lanciato dal cardinale Béchara Boutros Raï, patriarca maronita, perché si ponga fine al massacro che devasta la Siria ormai da due anni.

“Interrompete la guerra!”, chiede il porporato invitando i Governi di tutto il mondo a impegnarsi per una soluzione diplomatica ed esprimendo l'auspicio di rafforzare i legami tra le varie Chiese, ma anche con i musulmani, per opporsi al fondamentalismo (La Croix, 15 aprile).

In Siria, chi parla di pace, viene accusato di sostenere il regime, e si è di fronte a “un'ingerenza esterna che vorrebbe fomentare ad ogni costo la guerra, col pretesto di istituire la democrazia”. I gruppi fondamentalisti, ha denunciato, “uccidono e distruggono, sostenuti dall'Oriente e dall'Occidente con le armi, il denaro, il sostegno politico”. Le riforme politiche, economiche e sociali sono sì una necessità in Siria e in tutto il mondo arabo, ma “non possono essere imposte dall'esterno”.

 In questo contesto, i credenti di tutte le religioni presenti devono “parlare ad una voce” e condannare la guerra. “Si tratta anche di offrire un supporto morale ai cristiani e ai musulmani, di far sentire una lingua diversa da quella degli integralisti”. “Viviamo con i musulmani in Medio Oriente da millequattrocento anni. Insieme abbiamo saputo trovare un modus vivendi. Abbiamo attraversato gioie e dolori, ma abbiamo portato avanti insieme questa società, con una certa complementarietà”, ha riconosciuto il cardinale, ricordando che i cristiani “hanno esercitato una grande influenza sulla cultura e sulla vita sociale all'interno del mondo arabo, veicolando i valori della modernità”.

 Malgrado ciò, sono già più di 300.000 i cristiani che stanno fuggendo dai villaggi e dalle città colpite dalla guerra, ma anche dai campi profughi dell'ONU, come ha affermato Issam Bishara, direttore regionale della Catholic Near East Welfare Association (Cnewa), l’agenzia pontificia della Congregazione per le Chiese orientali che assiste i cristiani in Medio Oriente.

Nessuna delle famiglie sfollate oltre i confini è rifugiata nei campi profughi ONU in Turchia e Giordania, dove gli sfollati vengono registrati come ribelli, ha osservato. I cristiani nella maggior parte dei casi non figurano nelle liste dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr). Si rifiutano di essere identificati come parte dell'opposizione, formata soprattutto da musulmani ribelli, perché ci tengono a mantenere un profilo neutrale, che li vede estranei al conflitto fra ribelli islamici e la fazione alawita del Presidente Assad. Questo, però, fa sì che abbiano bisogno di tutto, perché non ricevono aiuti da parte dei donatori importanti cone l'Unhcr e la Croce Rossa, ma solo dalla Cnewa (L'Unità, 16 aprile).

La Chiesa, ha commentato l’arcivescovo cattolico maronita di Damasco Samir Nassar, è diventata “un muro del pianto, a cui tutti si rivolgono per chiedere protezione e aiuto nella ricerca di un visto per partire”. I cristiani sono angosciati dall'“indifferenza” e dal “silenzio mondiale davanti al loro lungo e triste calvario. Sono abbandonati, destinati alla morte senza poter fuggire, i consolati sono chiusi da un anno e mezzo”.

Molti cristiani siriani si rifugiano in Turchia. Per questo, le autorità di Ankara hanno deciso di allestire un nuovo campo per i profughi che sarà diviso in due parti per accogliere separatamente i rifugiati musulmani e quelli cristiani. La nuova tendopoli, che sarà situata a Midyat, nella provincia sud-orientale di Mardin, potrà ospitare 10.000 persone, 6.000 nella parte riservata ai musulmani e 4.000 in quella per i cristiani (Vatican Insider, 7 aprile).

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