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La libertà religiosa per il bene della società

Chiara Santomiero - pubblicato il 12/04/13

Le violazioni evidenti e quelle più nascoste

Cosa dobbiamo intendere per libertà religiosa? Quali sono i problemi che la minacciano in un contesto, come quello attuale, sempre più multiculturale e disomogeneo? Aleteia ne ha parlato con Attilio Tamburrini, membro dell'Osservatorio sulla libertà religiosa e già presidente della sezione italiana dell'Associazione Aiuto alla Chiesa che soffre.

Qual è lo stato della libertà religiosa nel mondo?

Tamburrini: Per poter rispondere in modo adeguato a questa domanda, bisogna definire prima di tutto cosa si intende per libertà religiosa che non va confusa con la semplice libertà di culto. Il testo fondamentale – a parole universalmente accettato – è l'articolo 18 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite del 1948. Secondo questo testo una piena libertà religiosa implica una serie di condizioni giuridiche e ambientali che si estendono alla libertà di educazione, di insegnamento e alla libertà di professare pubblicamente in modo anche associato, non solo le convinzioni religiose in senso stretto, ma anche le loro conseguenze nella vita quotidiana e nel comportamento e nella organizzazione della vita sociale. Questa definizione copre in modo abbastanza adeguato tutte le conseguenze, sul piano della vita concreta del cittadino, che derivano dal rispetto o meno da parte dell’Autorità di questo diritto.


Quali sono le violazioni più ricorrenti?

Tamburrini: La tipologia delle violazioni di questo diritto è stata magnificamente riassunta da Benedetto XVI in occasione dell’Angelus del 4 dicembre 2005 nel quale ha sottolineato come la libertà religiosa sia ben lontana dall’essere ovunque effettivamente assicurata: “in alcuni casi essa – ha elencato Ratzinger – è negata per motivi religiosi o ideologici; altre volte, pur riconosciuta sulla carta, viene ostacolata nei fatti dal potere politico oppure, in maniera più subdola, dal predominio culturale dell’agnosticismo e del relativismo”. La verifica “sul campo” attesta che lo schema suggerito dal papa emerito risponde alla situazione attuale nel mondo. In alcuni casi la libertà religiosa è negata per motivi religiosi o ideologici, come accade nella maggior parte dei Paesi a maggioranza islamica (motivi religiosi), e nei Paesi governati da ideologie di ispirazione marxista (motivi ideologici), come ad esempio la Cina o il Vietnam. Altre volte, pur riconosciuta sulla carta, viene ostacolata nei fatti dal potere politico, come possiamo verificare purtroppo in Paesi come l’India, la cui legislazione garantisce la libertà religiosa, ma ricorrenti manifestazioni, anche tragiche nelle loro conseguenze, di ostilità sociale verso le minoranze (cristiane e musulmane) ne sono la completa negazione. Infine, come non si è mai stancato di rilevare Ratzinger, la libertà religiosa viene insidiata in maniera più subdola, dal predominio culturale dell’agnosticismo e del relativismo.


Perché in Europa, dove tutti gli Stati riconoscono il diritto alla libertà religiosa, si torna a dibattere della questione?

Tamburrini: Proprio quest'ultimo punto dell'elenco ci dà ragione di quello che sta accadendo in Europa e in tutto il mondo occidentale. Tutte le religioni in quanto tali sono considerate nemiche della nuova ideologia che trasforma i desideri individuali in presunti diritti. Una massa enorme di documenti, raccomandazioni, censure e leggi modellate sulla base di nuovi presunti diritti umani, fatti derivare dal desiderio individualistico, di fatto tendono a considerare diritto umano la soddisfazione del desiderio. Il pensiero debole della cultura postmoderna rifiuta il pensiero forte espresso dalla visione religiosa della vita ed il concetto stesso di natura. Ad esempio, la proposta antropologica cristiana, di presentare l’uomo e la donna, come immagine di Dio, viene fortemente avversata da un pesante clima di cultura nichilista, relativista, biotecnologica, insegnata non solo nelle aule universitarie, ma diffusa con martellante insistenza dai mezzi di comunicazione di massa e assorbita dalla cosiddetta “gente comune”. Non bisogna dimenticare che la persecuzione cruenta è solo l'esito finale di un itinerario che attraversa tre tappe: per prima cosa c'è la persecuzione culturale con campagne di diffamazione e di incitamento al disprezzo e all'odio. Quindi c'è la persecuzione amministrativa con vincoli legali o fiscali alla libertà della Chiesa e delle organizzazioni religiose. Infine si arriva alla persecuzione aperta, legale o mediante intolleranza sociale.

L'appartenenza religiosa, quindi, in questa fase storica, è destinata ad essere più un fattore di coesione sociale o di frammentazione?

Tamburrini: Credo che in un mondo “coriandolarizzato”, un mondo in cui gli individui sono sempre più isolati e abbandonati al loro destino, l'unico fattore che possa creare “comunità”, fornire solidarietà vera, sia l'appartenenza religiosa. Ricordo il monito espresso ancora una volta da Benedetto XVI: “Quante volte gli uomini hanno tentato di costruire il mondo da soli, senza o contro Dio! Il risultato è segnato dal dramma di ideologie che, alla fine, si sono dimostrate contro l’uomo e la sua dignità profonda”.

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