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Quando si muore per dignità e vergogna

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I suicidi delle Marche, vittime della crisi ma non solo

La crisi è diventata una protagonista pressoché quotidiana delle chiacchiere della gente e dei servizi e articoli dei mezzi di comunicazione, ma quando, come nel caso di Civitanova Marche, si incarna nel suicidio di tre persone schiacciate dalle proprie condizioni economiche smette di essere l'ennesimo argomento di conversazione per emergere in tutta la sua cruda drammaticità e porre dei profondi interrogativi.

Poche centinaia di euro di pensione, un mutuo per pagare i debiti all'Inps, l'imminente pignoramento anche dell'automobile di più di vent'anni: una combinazione di fattori che ha portato alla scelta disperata di farla finita, i due coniugi Romeo e Anna Maria impiccandosi, il fratello di lei Giuseppe buttandosi in mare dopo aver scoperto il suicidio dei parenti.

“Non potete immaginare quante persone mi chiedono aiuto, ma ultimamente sono spaventato. Non sono solo gli operai a rivolgersi a me ma anche gli imprenditori”, ha affermato nell'omelia funebre il vescovo di Fermo, monsignor Luigi Conti, chiedendo ai governanti che “facciano presto e si rendano conto che non ce la facciamo più” (Il Resto del Carlino, 6 aprile).

Il presule ha poi esortato a guardare alla Genesi, dove figurano due domande: il “Dove sei?” rivolto ad Abramo dopo il peccato originale e il “Dov'è Abele?” rivolto a Caino. “Questa domanda è per noi – ha spiegato –: ‘Dove sono Romeo, Anna Maria e Giuseppe?’”. Caino, ha proseguito, “risponde con un’altra domanda: ‘Non lo so, sono forse io il custode di mio fratello?’. Ecco il punto critico di questo momento storico, la domanda ‘sono forse il custode’? Eppure è così, ognuno di noi ha questa vocazione di custode dell’altro’’.

Molti dei presenti ai funerali hanno denunciato che le vittime erano state lasciate sole. “Non è vero che non hanno chiesto aiuto, non glielo hanno dato”, ha gridato una signora (Rainews24, 6 aprile). Sotto accusa in primis la politica. All'arrivo dei feretri in chiesa, alcuni hanno gridato che si è trattato di un “omicidio di Stato” e che a uccidere i tre parenti “è stata la loro dignità” (La Stampa, 6 aprile).

Romeo, Anna Maria e Giuseppe sono stati quindi lasciati soli dalle istituzioni, ma forse anche dagli altri, da chi avrebbe potuto dar loro un sostegno anche solo morale aiutandoli a vivere “con gioia sia nella povertà sia nella sicurezza economica”. Risolvere i problemi economici è infatti urgente e necessario, ma lo è ancor di più urgente “un’amicizia che ci faccia sperimentare il significato più vero della nostra vita, che ci faccia sentire amati”, che rappresenta “il bisogno più vero e profondo che abbiamo noi tutti, di cui il bisogno materiale è solo un segno” (La Bussola Quotidiana, 7 aprile).

Se non c'è alcuna giustificazione per “uno Stato che depreda i suoi cittadini” e nel frattempo spreca scandalosamente risorse per mantenere una macchina burocratica terribilmente inefficiente, di fronte ai tre suicidi marchigiani si prova dunque quasi “un moto di ribellione interiore”. “Abbiamo appena celebrato la Pasqua: abbiamo sentito l’annuncio della liberazione, le catene delle circostanze sono state spezzate”; “ridurre tutto alla questione economica è l’ultimo torto che faremmo a queste povere vite interrotte, ma anche a noi”.


Urge quindi una seria riflessione sul suicidio, “segno ambivalente di una speranza abortita o di una disperazione traboccata”, scrive Giuseppe Anzani sulle pagine del quotidiano dei vescovi italiani. In genere vi assistiamo “con ordinato sgomento”, classificandolo come un gesto folle o cercando “ragioni di resa”, “e invece sempre ci resta dentro come una pugnalata quel grido di morte, quella lacerazione che spezza di colpo l’armonia” e inchioda “a un silenzio di paura e rabbia e vergogna”, alla pietà per i suicidi e per noi, “per questo senso di contagiata sventura che ci procura l’immediata, miserabile rassegna dei nostri mezzi di rimedio o di scampo”. “Quanto la seduzione di sconfitta (di morte) peschi nell’indifferenza verso i bisogni e le sventure degli altri è il problema principe che dovrebbe svegliare la Repubblica dai suoi letarghi. La politica dai suoi giochi. E la comunità cristiana dalle sue pavidità”  (Avvenire, 6 aprile).

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