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Il Trattato dell’ONU sulle armi, solo una “foglia di fico”?

© Franck PREVEL / CIRIC
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Testo a lungo atteso, lascia ampio spazio alle interpretazioni

Anni di attesa per ottenere un accordo sulla compravendita di armi convenzionali sono terminati con il Trattato approvato da parte dell'Assemblea Generale dell'ONU il 2 aprile, che prevede che gli Stati che hanno aderito emanino leggi nazionali sull’export di armi convenzionali vietando di fornirle a Paesi sotto embargo, dove sono stati perpetrati genocidi o altri crimini contro l’umanità o a gruppi terroristici.

Dopo che il 28 marzo tre Paesi – Iran, Corea del Nord e Siria – avevano fatto saltare l'accordo definitivo perché era necessaria l'unanimità dei presenti, il Trattato è stato firmato con l'approvazione di 154 Stati, l'astensione di 23 (tra cui Russia, India e vari Paesi latinoamericani) e l'opposizione dei tre suddetti. Il Trattato non avrà vincoli coercitivi, ma favorirà la trasparenza su decisioni e numeri, e dunque una maggiore possibilità di controllo dell'opinione pubblica sulle scelte prese dai singoli Governi, chiamati a riferire ogni anno ai rispettivi Parlamenti, aspetto fondamentale dell'accordo.

Secondo il rapporto 2012 dell’Istituto di ricerca per la pace di Stoccolma, gli interessi del commercio mondiale delle armi sono enormi. Il giro di affari si aggira sui 1.740 miliardi di dollari, il 2,5% del prodotto interno lordo globale.

Apprezzamento per la firma del Trattato è giunto da ONG e Stati, a cominciare dall'Italia, che in una nota della Farnesina ha definito l'accordo “forte, equilibrato e realistico” (La Stampa, 2 aprile).

La Santa Sede, attraverso l'osservatore permanente all'ONU Francis Chullikatt, aveva invocato l'adozione di un testo “forte, credibile ed efficace che abbia un impatto reale e duraturo per una vita più sicura delle persone” (Avvenire, 3 aprile), anche se sempre precisato che un trattato sarebbe stato solo il “male minore”, perché già parlare di trattato implica che le armi vengano considerate un oggetto di commercio, cosa che per la Santa Sede non possono essere, per cui proseguirà i suoi sforzi diplomatici puntando al disarmo integrale. Il portavoce vaticano padre Federico Lombardi ha del resto affermato di recente che “la pace nasce nel cuore, ma sarà più facile raggiungerla se avremo meno armi in mano” (Korazym, 3 aprile).

Vittorio Alberti, officiale del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, ha definito ad ogni modo il risultato raggiunto “notevole” perché “introduce un principio di legalità lì dove è tendenzialmente assente”. Pur riconoscendo che “si poteva fare di più”, ritiene che sul piano storico sia “un ottimo risultato” (Radio Vaticana, 3 aprile).

Anche Maurizio Simoncelli, vicepresidente di Archivio Disarmo, ha parlato di “accordo storico”, ma lo ha anche definito “estremamente indebolito rispetto a quanto si richiedeva”, considerandolo “un compromesso a ribasso voluto da diversi Paesi”. “Sostanzialmente, abbiamo un trattato che riguarda solo i principali sistemi d’arma”, mentre restano escluse – con limitate forme di controllo – le munizioni e le componenti di armi, e totalmente fuori “le armi da fuoco che non sono di esclusivo uso militare, le armi elettroniche, radar, satelliti ed i trasferimenti di armi che vengono fatti all’interno di accordi governativi, programmi di assistenza e cooperazione militare…”

Per alcuni la “norma più comica” è quella che chiede a ogni esportatore di valutare se le armi vendute potrebbero essere impiegate in futuro per violare i diritti umani o armare gruppi terroristici o della criminalità organizzata, certezze “impossibili da ottenere” (La Nuova Bussola Quotidiana, 4 aprile).

Il testo adottato dovrà essere ora ratificato da ogni singolo Paese, e il Trattato entrerà in vigore solo a partire dalla cinquantesima ratifica, cioè non prima di almeno due anni (Corriere della Sera, 2 aprile).

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armionu
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