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Casal del Marmo, il cappellano: i nostri ragazzi, un tesoro prezioso

Silvia Gattas - pubblicato il 29/03/13

Viaggio nelle storie e nelle attività dei carcerati dell’istituto minorile

«E’ valsa la pena essere qua»: è stato questo il sentimento comune dei ragazzi detenuti nel Carcere minorile di Casal del Marmo, al termine della celebrazione della Messa del giovedì santo presieduta dal papa, durante la quale Francesco ha lavato e baciato i piedi a 12 carcerati. A raccontare i sentimenti dei ragazzi è padre Gaetano Greco, cappellano del carcere minorile. «Tutti mi domandavano: “ma che viene a fare qui da noi il papa?” – ha confessato ad Aleteia padre Greco – alla fine la risposta l’hanno ricevuta dallo stesso pontefice. Sono usciti da quell’incontro tutti con la consapevolezza di aver partecipato a una cosa straordinaria, di aver avvicinato una persona speciale come Papa Francesco».

«Un giovane mi ha confidato: ‘padre, non ho mai partecipato a una lavanda dei piedi. Che devo fare?’. Io ho risposto semplicemente di stare tranquillo, e di accogliere ciò che veniva. Alla fine della celebrazione, il giovane è tornato da me e mi ha detto: ‘avevi ragione, è stato bellissimo’”. Molto “contente ed emozionate” sono state anche le due ragazze, “felicissime per aver anche loro partecipato alla messa, che non ha voluto escludere nessuno».

Padre Greco racconta poi il momento in cui uno dei dodici giovani scelti per la lavanda dei piedi gli si è avvicinato dicendo. «“Voglio fare una domanda al papa”. L’ho portato vicino al papa ed ha chiesto: “Grazie Padre che sei venuto oggi. Ma io voglio sapere una cosa: perché sei venuto oggi qua a Casal del Marmo? Basta, solo quello”. Il papa ha risposto con semplicità: “E’ un sentimento che è venuto dal cuore, ho sentito quello. Dove sono quelli che forse mi aiuteranno di più ad essere umile, ad essere servitore come deve essere un vescovo. Ed io ho pensato, io ho domandato: 'Dove sono quelli che gli piacerebbe una visita?'. E mi hanno detto 'Casal del Marmo, forse'. E quando me l’hanno detto, sono venuto qui. Ma dal cuore è venuto, soltanto. Le cose del cuore non hanno spiegazione, vengono sole. Grazie, eh!'”».

Il Cappellano racconta le difficoltà che vivono i giovani di Casal del Marmo: «Si tratta di ragazzi che hanno commesso reati contro il patrimonio, come furti, rapine, oppure sono implicati in spaccio e detenzione di sostanze stupefacenti, qualcuno ha commesso anche reati più gravi, come tentato omicidio. La giornata con il papa ha rappresentato un momento di rinascita e di speranza».

I ragazzi che escono dal Carcere minorile di Casal del Marmo possono poi essere assegnati alla comunità di “Borgo Amigò”, nata nella periferia di Roma nel 1995 e che si propone proprio di essere un ponte tra l’azione pastorale all’interno del carcere e l’accompagnamento dei ragazzi fuori dall’istituto. «Da noi arrivano ragazzi che non hanno senso di responsabilità, sbandati – racconta sempre ad Aleteia padre Pedro Acosta, uno degli educatori – nel tempo in cui vivono in comunità condividono la loro vita, cercano di ricominciare a costruire qualcosa di buono e di bello».

Di storie ce ne sono davvero tante. Ma ce n’è una particolare sulla quale padre Pedro si sofferma: «Abbiamo accolto un ragazzo coinvolto in attività mafiose. Dopo il carcere è arrivato in comunità ed ha avuto una vera e propria crisi esistenziale, da una parte veniva tirato dalla famiglia, dall’altra dalla cricca mafiosa. Con l’aiuto della comunità è riuscito a superare tutti i momenti più bui, anche quelli in cui è caduto nuovamente durante la sua permanenza qui da noi. Ora ha trovato un lavoro, ha una famiglia, ha due bellissimi figli e cerca di essere un punto di riferimento per la propria famiglia, che ancora in alcuni casi non riesce ad accompagnare la sua vita nel modo giusto. Questo è un caso estremo di rinascita, di conversione, ma ci sono piccole storie tutti i giorni che formano un mosaico della società di oggi».

Dedicato a padre Luigi Amigò, fondatore dei Terziari Cappuccini dell'Addolorata, la Comunità vuole essere il centro di accoglienza e di irraggiamento di una rete di solidarietà e di servizio verso quei giovani che più di altri fanno fatica nel loro cammino di crescita. «Come nelle città medievali – spiega padre Pedro, colombiano, dal 1995 a servizio nel centro – il Borgo, con la sua piazza, costituiva il centro propulsore della vita cittadina, così la nostra Casa è il centro di irraggiamento di una rete di solidarietà e di servizio verso quei ragazzi che più di altri fanno fatica nel loro cammino di crescita. Uscire dal carcere e approcciarsi al mondo del lavoro è molto difficile. La comunità offre uno spazio adatto per riprendere in mano una vita normale. Offre presenza, accompagnamento umano, spirituale, psicologico».

La comunità accoglie ragazzi di sesso maschile di età compresa tra i 14 e i 18 anni, sia italiani che stranieri con possibile permanenza fino a 21 anni, così come previsto dall’Ordinamento Penitenziario Minorile. «Al momento ospitiamo 11 giovani che risiedono da noi un periodo variabile: chi tre mesi, chi sei, chi oltre un anno. Cosa ci insegnano? Sono loro a donare qualcosa a noi. Apprendiamo il dono della pazienza, del perdono, dell’ascolto. In ogni ragazzo troviamo un tesoro».

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