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Umiltà, la strada verso Dio

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Chiara Santomiero - pubblicato il 28/03/13

Scaraffia: “Ignazio e Francesco in papa Bergoglio”

Umiltà, la strada verso Dio” è il titolo del commento dell'allora cardinale Bergoglio ad un testo di san Doroteo di Gaza, un padre della Chiesa del VI secolo, pubblicato a Buenos Aires nel 2005. Oggi l'editrice Emi lo propone nella traduzione in italiano arricchito da un intervento del priore del monastero di Bose, Enzo Bianchi.

Il volume è stato presentato il 26 marzo presso la sede de La Civiltà Cattolica a Roma insieme ad un'altra riflessione di papa Francesco dal titolo “Guarire dalla corruzione”. Alla presentazione sono intervenuti padre Antonio Spadaro, direttore de La Civiltà cattolica; Lucietta Scaraffia docente a l'Università La Sapienza di Roma ed editorialista de L'Osservatore Romano, don Luigi Ciotti, presidente di Libera e Lorenzo Fazzini, direttore Editrice Missionaria Italiana.

“Preferisco il titolo originale del testo – ha sottolineato Lucetta Scaraffia – che si traduce con ‘l’accusa di sé’ che riguarda sì l’umiltà, ma ha un significato più ampio”. Infatti “non possiamo chiedere perdono se non sappiamo di cosa chiedere perdono”. Per questo è necessario “compiere un percorso interiore come quello degli esercizi spirituali, per poi convertirsi”. In questo libro, secondo l’editorialista de L’Osservatore Romano viene fuori l’aspetto più gesuitico di “Ignazio” del papa rispetto a quello di “Francesco”, che è quello di solito maggiormente sottolineato della sua personalità. Un aspetto “più severo, che non fa sconti al fine di compiere un percorso di ascesi spirituale”. Secondo Scaraffia, il testo sull’umiltà lascia intravedere “un papa allenato alla conoscenza delle anime”, quella capacità che costituisce la “sapienza dei gesuiti”.

Contro ogni tentazione di autoreferenzialità, ha sottolineato padre Spadaro, “l’atteggiamento corretto che permette di ‘uscire per strada’ è quello di chi sa essere umile, di chi non vede il mondo come un nemico ma sa ‘avvicinarsi bene agli altri’”. “Papa Francesco – ha aggiunto Spadaro – mi sembra maestro di questo avvicinarsi bene agli altri”. A titolo di esempio il direttore de La Civiltà cattolica ha citato quanto è accaduto al termine dell’incontro con i media quando il papa ha impartito la benedizione in silenzio. “La potenza di questa benedizione silenziosa – ha affermato il gesuita – ha attraversato persino le barriere dei cuori giungendo a toccare chiunque”.

Il papa, cioè, ha preso atto di una diversità di presenze tra i circa 6 mila operatori dei media presenti tra i quali c’erano non cattolici e anche non credenti e in questo ha svolto “la sua missione che ricorda il nome di Dio di cui ‘ciascuno’ è figlio. La creatività dello Spirito e all’opera ovunque” e papa Francesco è stato formato a questo “tenendo davanti a sé figure come Matteo Ricci”.

Una matrice gesuitica, quella del papa Francesco che illumina anche la volontà di optare per la povertà dei segni evidente dall’inizio del pontificato: “per Ignazio e un gesuita – ha spiegato Spadaro – la povertà non è una scelta ma una vocazione, che alcuni hanno e altri no”. Evitando ogni semplificazione mass-mediatica, la povertà di papa Francesco non è una scelta ideologica ma “la povertà della coscienza che non ha regole fisse”.

Matteo Ricci, infatti, non rifiutò di vestirsi d'oro alla corte dell'imperatore cinese perché questo era l'unico modo per parlare del Vangelo alla corte. Essere veramente poveri, allora è “essere veramente liberi” e la povertà materiale, ha concluso il direttore de La Civiltà Cattolica, è necessaria per un motivo: “perché il denaro è un idolo”.

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