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Il caso marò, dimostrazione dell’inadeguatezza dell’Italia?

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Il ripensamento italiano sul loro rientro in India suscita aspre polemiche

Il caso dei due fucilieri di Marina Massimiliano Latorre e Salvatore Girone tiene ormai banco da mesi, e la soluzione della questione non sembra purtroppo imminente. I due marò accusati dell'omicidio di due pescatori indiani scambiati per pirati sono tornati nei giorni scorsi in India – erano in Italia per un permesso di alcune settimane – dopo che il Governo italiano ne aveva bloccato il rientro nel Paese asiatico accusando l'India di violazione del diritto internazionale.

La decisione di trattenere i due militari in Italia si basava soprattutto sulla convinzione che l'India non avesse giurisdizione a processarli. L'India ha reagito limitando la libertà di movimento dell'ambasciatore italiano a Nuova Delhi, Mancini, con possibilità di un suo arresto, in violazione alla Convinzione di Vienna. In questo contesto, la decisione italiana di rimandare i marò in India “lascia la spiacevole impressione che l'Italia abbia rinunciato a far valere le proprie ragioni anche quando, come in questo caso, esse sono ben fondate in diritto” (Il Sussidiario, 22 marzo).

Unanime da parte dei gruppi politici la critica nei confronti del Governo per come ha “cambiato le carte in tavola” nel giro di pochi giorni. Il Pdl parla di “orrenda figura dell'Italia”, Sel ritiene il comportamento delle istituzioni “censurabile”, ma anche lo stato maggiore della Marina Italiana ha espresso sconcerto e disorientamento. Perfino l'Unione Europea ha espresso stupore per il fatto di non essere stata avvisata che i due marò sarebbero tornati in India (Il Sussidiario, 22 marzo).

Piovono quindi le critiche per la gestione di questa vicenda “già al limite dell’assurdo finché si trattava della prigionia in un Paese straniero, prolungata per un anno, di due militari italiani in servizio attivo”, ma che con le limitazioni all'ambasciatore arrivava a sembrare surreale (Il Sussidiario, 21 marzo).

“Da un lato c’è un Paese del Terzo Mondo che cerca di nascondere la sua inadeguatezza a gestire questioni internazionali con minacce e atteggiamenti senza precedenti neppure nelle più tetre dittature africane. Dall’altro un’Italia che non ha mai saputo far valere le sue ragioni e che oggi rischia di sembrare nel torto se non di apparire la solita 'italietta' truffaldina, pronta a tradire la parola data e a vantarsi di sotterfugi e doppio gioco” (La Nuova Bussola Quotidiana, 20 marzo).

Sul piano diplomatico, la Farnesina e la Difesa avrebbero “giocato male l’intera vicenda non tanto perché hanno commesso errori o compiuto gesti criticabili (che rientrano nell’ambito delle opzioni politiche), ma soprattutto perché hanno rivelato un dilettantismo preoccupante”: “non c’era nessun bisogno di annunciare che Girone e Latorre non sarebbero rientrati in India con così largo anticipo rispetto alla data del ritorno a Delhi, il 22 marzo”; “meglio sarebbe stato anticipare questa ipotesi sottolineando nei consessi internazionali che l’Italia non poteva sottoporre i suoi soldati al giudizio di un Paese straniero che istituiva tribunali speciali e in un anno non era stato neppure in grado di esprimersi circa la giurisdizione del caso. Un’iniziativa simile portata innanzi in ambito ONU, UE e Nato e con un’ampia eco mediatica avrebbe messo alle strette l’India spiegando preventivamente al mondo le ragioni dell’Italia e concordando (o pretendendo) azioni comuni con i nostri partner e alleati”.

Gli errori sembrano iniziati già quando le autorità indiane fermarono la petroliera Enrica Lexie, il 15 febbraio 2012, e poi arrestarono Latorre e Girone. Il Governo italiano tacque per molti giorni lasciando che tutti i media del mondo riportassero, amplificandola, la versione indiana che accusava i nostri soldati di essere assassini, non rendendosi conto che lasciare all’avversario il campo mediatico significa “assicurargli un vantaggio strategico spesso incolmabile”.

Da più parti si dice che uno dei motivi dell'atteggiamento contraddittorio dell'Italia nella vicenda sia stato il timore per le ricadute economiche negative che la questione dei marò sta comportando (La Nuova Bussola Quotidiana, 22 marzo).

Dall'India arriva intanto la voce degli interessati: “Non ci serve ora di sapere di chi sia stata la colpa, né che le forze politiche si rimbalzino la responsabilità. Quello che chiediamo ora non è divisione: unite le forze e risolvete questa tragedia”, ha dichiarato Latorre in un messaggio anche a nome del collega (Avvenire, 25 marzo).

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