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Pietro Mennea, “la Freccia del Sud”, quando la fatica paga

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Il ricordo del primatista mondiale dei 200 metri piani

Una malattia durata appena otto mesi si è portata via il 21 marzo a 61 anni Pietro Mennea, l'ex velocista soprannominato “Freccia del Sud” per la sua velocità e le origini pugliesi, tra gli anni Settanta e Ottanta una delle figure più affermate del panorama sportivo italiano.

“Un grande mito”, lo ricorda Massimo Achini, presidente del Centro sportivo italiano (Csi) (Agenzia Sir, 21 marzo), “un 'Sisifo' dell'atletica” nelle parole dello sportivo Livio Berruti (Avvenire, 22 marzo), che ha rappresentato un punto di riferimento durante la sua vita agonistica ma anche dopo il ritiro.

Per almeno un paio di generazioni è stato un simbolo di quell’Italia del Sud nata senza mezzi e che si era riscattata grazie a sudore e ferrea tenacia. “Talento purissimo”, insegnava ai giovani “la voglia di sacrificarsi, la convinzione che se uno vuole arrivare nella vita, può farcela, ma senza scorciatoie, senza furbizie e soprattutto senza la vergogna del doping. Un modo di fare che aveva avuto fin da bambino, quando sfidava in velocità, a piedi, le fuoriserie, dalle Porsche alle Ferrari, per pagarsi un cinema o un panino” (Agenzia Sir, 21 marzo).

La stessa grinta l'ha impiegata anche dopo la fine della carriera agonistica, quando ha conseguito ben quattro lauree (Giurisprudenza, Scienze politiche, Lettere e Scienze motorie), si è dato alla politica venendo eletto eurodeputato, ha inaugurato nel 2006 la Fondazione Mennea, onlus a carattere filantropico, con donazioni e assistenza sociale a enti caritatevoli o di ricerca medico-scientifica. “Non si può vivere di ricordi, ogni giorno bisogna reinventarsi, avere progetti e ambizioni”, affermava, confessando: “vado più veloce adesso” (Tempi, 21 marzo).

Ultimo atleta bianco ad essere riuscito a battere i potenti corridori di colore, con all'attivo 5 olimpiadi, 2 primati mondiali, 8 europei e 33 nazionali, era “un inno alla sofferenza, alla tenacia, al sacrificio per arrivare alla vittoria”, ha ricordato Berruti, oro nei 200 metri alle Olimpiadi di Roma 1960 (Avvenire, 21 marzo).

Ha resistito alle tentazioni, dal doping ai maneggi, ribadendo che i traguardi si raggiungono con l’impegno e il sacrificio e sostenendo la necessità di tornare a uno sport più umano, fatto di atleti puri e non di fenomeni da baraccone o creature progettate in laboratorio.  

In un'intervista del 2008 aveva riconosciuto che “sul gradino più alto del podio ormai c'è solo il business”, diventato la prima legge dello sport moderno. Quanto al doping, su cui aveva anche scritto tre libri, lo riteneva “una piaga sociale”, che “prima di ledere l'immagine e la credibilità dello sport distrugge la salute dell'atleta che spesso poi deve fare i conti con malattie mortali, se non con la morte stessa”. “Al punto in cui siamo”, riconosceva, “è quasi impossibile da battere, possiamo solo assestargli qualche spallata, rendergli il percorso più difficile, ma per debellarlo c'è da fare una corsa sovrumana” (Avvenire, 15 agosto 2008).

L'eredità che Mennea lascia allo sport italiano è grande come i suoi successi. Per Nicola Candeloro, direttore della Scuola nazionale di atletica leggera di Formia, dove Pietro si allenava anche a Natale e Pasqua, l'insegnamento più importante è che “il lavoro paga”. “Una persona con un fisico apparentemente non adatto a combattere con gli americani, che erano alti e con le gambe lunghe, e gli stessi russi, che erano atleti notevoli, o anche gli inglesi e così via, per eccellere è stato costretto a lavorare molto più degli altri ed è riuscito a metterli tutti in fila attraverso il lavoro” (Radio Vaticana, 21 marzo).

“Ero un ragazzo con tanti sogni”, confessava Mennea. “Realizzarli sembrava difficilissimo in una città come Barletta, nel Sud dell’Italia. E allora devi inseguirli. Io mi sono messo a correre per provare ad acchiapparli” (Il Piccolo, 19 maggio 2012).

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