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Il decalogo di papa Francesco

Rafael Navarro-Valls - pubblicato il 20/03/13

"Non dar fastidio a nessuno conduce invariabilmente a dare fastidio a tutti"

Le telecamere di tutto il mondo, la stampa che gremiva la terrazza del braccio di Carlo Magno sul colonnato vaticano e i milioni di abitanti del “continente digitale” si sono sorpresi quando è apparso dalla loggia vaticana papa Francesco. Niente a che vedere con un nuovo Rambo o una stella del rock, ma neanche con un rude cowboy pragmatico o un sofisticato italiano di Curia. Piuttosto un latinoamericano semplice, un po' timido e con una croce argentata sul petto, che guardava con una punta di stupore la folla che lo attendeva.

In quella figura vestita di bianco che chiedeva preghiere si era prodotto il più grande trasferimento di potere spirituale che l'umanità conosca. Da semplice arcivescovo emerito e cardinale elettore era passato ad essere improvvisamente Vicario di Cristo sulla terra, vescovo di Roma, sommo pontefice, guida del collegio episcopale, Capo di Stato della Città del Vaticano, concentrando nella sua persona la più alta potestà di giurisdizione della Chiesa. Un uragano di responsabilità precipitava sulle sue spalle, e all'improvviso, come a Mosè sul Sinai, era suggerito un nuovo Decalogo. Sono le sfide che già sta affrontando papa Bergoglio.


Dal mio modesto ruolo di osservatore le riassumerei in questo modo:



1) Elevare la temperatura spirituale di 195.671.000 (dati del 2010) cattolici di tutto il mondo. La Chiesa, se mi è permesso il paragone, è un'impresa di carattere spirituale, con un attivo formato dalla fede e dalla santità dei suoi membri e un passivo costituito dalle loro debolezze. Da ciò deriva il fatto che la prima sfida per il nuovo papa sia riuscire a elevare la temperatura spirituale dei milleduecento milioni di cattolici sparsi in tutto il mondo, ovvero aumentare gli attivi spirituali della Chiesa cattolica. Papa Francesco si è impegnato in questo compito non appena eletto. Dalla loggia vaticana ha segnato il cammino della preghiera. Nella Cappella Sistina lo ha confermato e nella Messa di inaugurazione del ministero petrino lo ha ribadito: “Pregate per me”.


2) Aprire il mercato delle idee ai valori dello spirito. O se si preferisce, togliere il cristianesimo dalla periferia della storia e collocarlo al centro dell'azione umana. Risvegliarlo da quella posizione di ripiegamento su di sé che si chiama “malattia dell'assenteismo”, estraneo e indifferente alle ambizioni, incertezze e perplessità dei contemporanei mentre la grande società segue il suo corso. Esiste una certa “banalizzazione del male”, che in genere deriva da una sottile dittatura del relativismo. Richiederà una grande forza per sottrarre i credenti dall'abisso di quello che è stato chiamato l'“antimercantilismo morale”, ovvero una specie di timore di entrare nel gioco della libera concorrenza delle idee e dei valori morali, che in genere si decide al di là dei rifugi della decenza morale.


3) Essere più mondocentrico che eurocentrico. Unendo buonumore e profezia, nel suo primo saluto il pontefice si è definito “della fine del mondo”. Chiaramente non riferendosi alla profezia di Malachia, ma facendo notare che le sue origini non erano europee ma quelle delle immense pianure della pampa argentina. Il I millennio è stato quello della cristianizzazione dell'Europa, il secondo ha visto il cristianesimo arrivare in America. Il terzo – e in questo papa Francesco avrà un ruolo da protagonista speciale – punta come una freccia ad Asia e Africa. Non è un caso che gli ultimi due pontefici si siano recati per un totale di 15 volte in Africa e che Giovanni Paolo II sia andato in 13 occasioni in Asia. Nel 1910, 6 cattolici su 10 vivevano in Europa, oggi sono solo 2 su 10. Ovviamente terrà conto del potenziale che rappresentano le radici cristiane dell'Europa, ma senza dimenticare che il futuro del cristianesimo è in altri continenti.


4) Avviare una nuova “Riforma”, che metterà alla prova la capacità organizzativa del nuovo pontefice. Non mi riferisco tanto alla riforma della Curia, quanto piuttosto alla preparazione intellettuale, umana e spirituale di 721.935 religiosi e 412.236 sacerdoti sparsi in tutto il mondo. Un compito direttamente collegato all'efficacia dei principali responsabili ecclesiali a livello di diffusione del messaggio cristiano. Come effetto collaterale, questa riforma aiuterà a porre fine agli ultimi strascichi – il centro dell'uragano è stata l'influenza della rivoluzione sessuale degli anni Sessanta/Settanta – di alcune situazioni penose collegate a deviazioni sessuali.


5) Instillare nell'umanità l'idea che la lotta alle grandi sacche di povertà non è solo un problema di filantropia, ma un vero “impulso divino”. In questa operazione chirurgica, il papa è particolarmente preparato. Non tanto per i suoi “segni esterni” (spostamenti sui mezzi pubblici, origini umili, ecc.), quando per la sua visione teologica del mondo. Intende l'attenzione della Chiesa ai più poveri non come un problema di “ONG filantropica” – per usare le sue parole -, quanto come una questione di vera “giustizia sociale”. Nella Messa di inaugurazione ha spiegato la necessità di “custodire il creato”, come “custodire la gente, l’aver cura di tutti, di ogni persona, con amore, specialmente dei bambini, dei vecchi, di coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore. È l’aver cura l’uno dell’altro nella famiglia: i coniugi si custodiscono reciprocamente, poi come genitori si prendono cura dei figli, e col tempo anche i figli diventano custodi dei genitori”.



6) Avviare una nuova evangelizzazione, in cui il nucleo d'azione risieda più nelle basi che nel vertice. È compito dei laici nella Chiesa. L'azione nella sfera pubblica, nella vita politica, economica e sociale dei popoli è il grande compito dei cristiani normali. Il nuovo papa non è solo. È la guida di un corpo spirituale molto ampio. Ciò che conta ora non è tanto l'“artiglieria pesante” o le “grandi flotte oceaniche”. Si tratta piuttosto di incoraggiare quella “fanteria leggera” (se mi si passa la similitudine) rappresentata dai 1.200 milioni di cattolici sparsi in tutto il mondo. Quando il suo predecessore Giovanni Paolo II insisteva sul fatto che tutte le vie della Chiesa conducono all'uomo, stava alludendo a questa sfida. In tal modo, il laico diventa non solo il luogo di incontro o il punto di connessione tra valori temporali e spirituali, quanto l'autentico protagonista. Mi riferisco ovviamente sia agli uomini che alle donne, con un protagonismo speciale da parte di queste ultime.


7) Incrementare l'unità nella Chiesa, mantenendo la ricchezza delle varie prospettive. Nella storia della Chiesa, l'unità è stata il tema prioritario nell'agenda dei 265 pontefici che hanno preceduto papa Francesco. Non è un tema nuovo, né qualcosa di semplicemente collegato a possibili scontri nella Curia. È qualcosa di profondo, molto unito all'inevitabile debolezza umana. I dissensi sono iniziati quando la figura di Cristo era ancora fresca tra i suoi discepoli. I richiami di Pietro e di Paolo di Tarso erano frequenti. Gli scismi, le eresie e gli scontri di personalità forti hanno gettato delle ombre su questo quadro. Si tratta di superare quei pericoli per elevazione, ovvero allineando le varie sensibilità verso l'obiettivo comune della nuova evangelizzazione.


8) Potenziare il dialogo interreligioso. Probabilmente dovrà raggiungere come primo obiettivo il viaggio a Mosca, tante volte frustrato per resistenze esterne della Chiesa ortodossa. Poi, continuare il cammino del dialogo con anglicani, evangelici e luterani, senza dimenticare i “nostri fratelli maggiori”, gli ebrei, e l'immenso mondo islamico. Papa Francesco sembra avere molto a cuore gli ebrei. Non appena eletto papa ha espresso il desiderio di contribuire al progresso delle relazioni tra ebrei e cattolici in una lettera indirizzata al capo della comunità ebraica di Roma. L'ecumenismo è stato una preoccupazione costante nei grandi papi del XX/XXI secolo. Non solo per un problema di “coesistenza pacifica”, ma, per dirlo con le parole del cardinal Bergoglio: “Non solo la città moderna è una sfida, ma lo è stato, lo è e lo sarà ogni città, ogni cultura, ogni mentalità e ogni cuore umano” (25 agosto 2011).



9) Nominare buoni collaboratori. Riferendosi a quanti occupano grandi centri di potere nel mondo, si dice che quelli che non sono buoni collaboratori sono “come tartarughe con le zampe per aria: si muoveranno molto, ma non arriveranno da nessuna parte”. Naturalmente, il primo consigliere del pontefice è Dio, il che fa stare piuttosto tranquilli, ma sono importanti anche i buoni collaboratori umani. Nella storia della Chiesa la differenza, ad esempio, nel nominare un Segretario di Stato competente e un altro poco efficace ha portato a gravi conseguenze in questioni altamente trascendenti, il che si ripercuote sulla nomina dei vescovi alla guida delle diocesi. Non bisogna dimenticare l'ampia decentralizzazione del governo ecclesiastico, nonostante il suo coordinamento con il governo centrale. Tutto il mondo della comunicazione e della trasparenza vaticane richiederà un'attenzione speciale da parte del papa. Le nomine in questo settore delicato richiederanno una sua azione molto attenta. Qualcuno mi dirà che i primi cristiani non erano esperti di comunicazione, a cominciare dal primo papa, San Pietro, e tuttavia hanno raggiunto obiettivi molto al di sopra delle loro possibilità. È vero, ma oggi dominare la tecnica mediatica è necessario per recuperare, ad esempio, l'immagine deteriorata di una Chiesa macchiata dagli scandali – reali o apparenti – che si ritrasmettono alla velocità della luce attraverso canali che elaborano un'opinione pubblica a immagine e somiglianza di chi sa utilizzarli. Al momento, i quattro milioni di followers dell'account Twitter di papa Francesco rappresentano un interesse mediatico inusitato.

10) Promuovere la causa della pace e della giustizia in tutto il mondo, a cominciare dalla prima delle libertà, che è quella religiosa. Non si tratta solo di fermare quella specie di cristianofobia che sta provocando in vari luoghi del mondo un'ostile persecuzione anticristiana, ma anche di risvegliare nelle religioni la potenzialità che possiedono per promuovere la pace nel mondo. Forse un aneddoto il cui protagonista è John Foster Dulles, Segretario di Stato con il Presidente degli Stati Uniti Eisenhower, aiuta a spiegare questo decimo “comandamento”. In occasione di uno dei numerosi conflitti tra Israele e i suoi vicini arabi, ha invitato un rappresentante israeliano e uno siriano – ebreo il primo, musulmano il secondo – ad avere una conversazione privata sul conflitto. Quando si sono incontrati, il Segretario di Stato ha stretto loro calorosamente la mano, ha sorriso e ha detto: “Perché non ci sediamo tutti e tre insieme, e da cuore a cuore risolviamo la questione come gentiluomini cristiani?”. Alla sorpresa iniziale è seguito l'ampio sorriso per lo stupore di Dulles. L'aneddoto mostra che si continua a credere, giustamente, che nelle tradizioni religiose ci siano risorse importanti, non sempre sfruttate, per risolvere i conflitti mondiali.


Esistono naturalmente molte altre sfide, ad esempio la famiglia, la difesa della vita o il coordinamento tra le funzioni dei dicasteri della Chiesa, ma stabilire delle priorità è fondamentale in un'azione di governo. Papa Francesco dovrà affrontarle, sapendo che la prima regola sia questa: pretendere di non dar fastidio a nessuno conduce invariabilmente a dare fastidio a tutti.

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