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Vittima della dittatura smentisce qualsiasi complicità di Bergoglio

© Marco LONGARI / AFP
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Dichiarazione di uno dei due sacerdoti torturati dai militari

Le accuse rivolte contro Jorge Bergoglio, ora papa Francesco, di essere stato complice della dittatura argentina nella tortura di due sacerdoti sono state smentite dall’unico dei due ancora in vita, Francisco Jalics.

Il gesuita ha pubblicato una dichiarazione sulla pagina web della Compagnia di Gesù in Germania, dove ora vive, in cui ricorda i terribili sei mesi del 1976 in cui venne sequestrato, interrogato e torturato con gli occhi bendati. 
Jalics smentisce la versione del giornalista Horacio Verbitsky, che dopo l’elezione di papa Francesco lo ha accusato di aver consegnato i due gesuiti alle autorità militari.

Il religioso di origine ungherese, che firma con il suo nome centroeuropeo Franz, racconta che quando viveva insieme a un altro gesuita, Orlando Yorio, i militari li arrestarono. La causa non fu una denuncia di Bergoglio, ma l’arresto di uno dei suoi collaboratori laici.

I militari scoprirono attraverso di lui il suo rapporto con i gesuiti, che vennero arrestati e interrogati “per cinque giorni”. L’ufficiale incaricato riconobbe la loro innocenza e promise loro la libertà. “Malgrado ciò, in modo per noi inspiegabile, ci tennero in prigione per cinque mesi, legati e con gli occhi bendati”. Il luogo di detenzione era una delle prigioni clandestine del regime. In nessun momento il presbitero accusa Bergoglio.


Il religioso spiega che dopo la sua liberazione ha lasciato l’Argentina e non ha avuto occasione di parlare con il provinciale dei gesuiti, padre Bergoglio. Solamente anni dopo, quando cioè il superiore gesuita era divenuto arcivescovo di Buenos Aires, ha potuto farlo.

Jalics spiega che in quell’occasione poterono conversare sull’accaduto. “In seguito abbiamo celebrato la Messa in pubblico e ci siamo abbracciati in forma solenne. Sono riconciliato e per me la questione è chiusa”, conclude il gesuita.

Nel 2010 Bergoglio è stato chiamato a testimoniare su questi fatti, ma Jalics ha rifiutato di presentarsi in tribunale, perché non riteneva Bergoglio colpevole.
 Dal canto suo, il Frankfurter Allgemeine Sonntagszeitung ha pubblicato due lettere indirizzate alla famiglia Jalics, firmate dall’attuale papa nel 1976 e in cui questi affermava che stava facendo tutto il possibile per la liberazione del religioso.

Nella prima, scritta quasi tutta in latino e datata 15 settembre 1976, si legge: “Ho preso molte iniziative per arrivare alla liberazione di vostro fratello, finora non abbiamo avuto successo”. “Ma non ho perduto la speranza che suo fratello verrà presto rilasciato. Ho deciso che la questione è il mio compito”.

Alludendo ai suoi dissensi con Jalics, Bergoglio prosegue: “Le difficoltà che suo fratello e io abbiamo avuto tra di noi sulla vita religiosa non hanno nulla a che fare con la situazione attuale”. Poi afferma in tedesco: “Ferenke è per me un fratello”. “Nutro amore cristiano per suo fratello e farò tutto il possibile perché egli torni libero”. 


Come ha spiegato il 18 marzo il quotidiano “La Repubblica”, “erano tempi duri: l’allora padre generale dei gesuiti, Pedro Arrupe aveva condannato la vita in borgata dei due sacerdoti, chiedendo loro di andarsene o di uscire dall’ordine”. Da lì sorsero le differenze di posizione sulla vita religiosa a cui alludeva Bergoglio.


Il giorno dopo la loro liberazione, Bergoglio scrisse al fratello di Jalics una seconda lettera. “La falsa notizia, secondo cui Francisco era stato assassinato, fu riferita anche a noi, ma non ho mai voluto crederci, perché avevo informazioni su entrambi i padri. Di solito la gente parla troppo anziché contribuire a trovare soluzioni”.  

Horacio Verbitsky ha invece ripubblicato su “Página 12” documenti in realtà già noti, che senza prove incolperebbero Bergoglio. Il documento principale è una scheda riempita nel 1979 da un funzionario della dittatura, Anselmo Orcoyen.

Orcoyen raccomanda di non dare a Jalics (che era andato in Germania) un nuovo passaporto, definendolo “sovversivo”. Verbitsky sostiene che quei dati erano stati trasmessi a Orcoyen dallo stesso Bergoglio. La testimonianza della vittima e le lettere ora pubblicate mostrano il contrario.

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