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Card. Cláudio Hummes: la Chiesa “non funziona più”

AFP PHOTO / Yasuyoshi CHIBA
El cardenal brasileño Cláudio Hummes, arzobispo emérito de São Paulo
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Ha bisogno di riorganizzare la vita della Curia romana

di Fabiano Maisonnave

Indicato come il cardinale brasiliano più vicino al nuovo papa, Cláudio Hummes, 78 anni, afferma che la Chiesa “non funziona” nel modo giusto e auspica che venga modificata in tutta la sua struttura.

Presentandosi al mondo, papa Francesco ha invitato il cardinale Hummes, arcivescovo emerito di San Paolo, a stare al suo fianco sulla loggia della basilica di San Pietro.

Emozionato per l'invito e per l'omaggio al fondatore dell'Ordine a cui appartiene, il francescano Hummes ha detto al quotidiano “Folha” che la scelta del nome è già di per sé un'enciclica.

L'ex vescovo di Santo André ha aggiunto che le accuse per cui il nuovo papa avrebbe collaborato con la dittatura militare argentina sono “un grande equivoco, se non una falsificazione”.

Lei è stato invitato da papa Francesco a stare accanto a lui nella sua prima apparizione. Com'è il vostro rapporto?

Card. Cláudio Hummes: Ci siamo frequentati in tante occasioni, perché sono stato arcivescovo di San Paolo e lui arcivescovo di Buenos Aires, ma è stato soprattutto ad Aparecida che abbiamo lavorato per più tempo insieme, durante la V Conferenza Latinoamericana, nel 2007. Lì c'era la commissione di redazione, la più importante perché vi si formulava il documento che doveva poi essere votato. Era il presidente, e io uno dei membri. Ho ammirato molto la sua saggezza, la sua serenità, la santità divina, la spiritualità. Molto lucido e molto pastorale, con un grande zelo missionario perché la Chiesa sia più evangelizzatrice, più aperta.

Com'è arrivato l'invito ad accompagnarlo alla loggia?

Card. Cláudio Hummes: Quando si è iniziato a organizzare la processione dalla Cappella Sistina verso la loggia, ha chiamato il cardinal Vallini, che fa le veci del vescovo di Roma, il vicario della città, e ha chiamato anche me. Ha detto: “Mons. Cláudio, venga anche lei, resti con me in questo momento”. Poi ha detto: “Prenda la sua berretta”. Sono andato a prenderla ed ero molto felice…
Non è da tradizione, perché chi accompagna il papa sono i cerimonieri, non ci sono mai cardinali con il papa, stanno sugli altri balconi. E il fatto che ci abbia invitato ha infranto molti rituali. Per me è stato davvero molto gratificante, e anche per il fatto che ha scelto il nome Francesco. Io sono francescano, per cui mi coinvolgeva personalmente.

Come interpreta questo gesto?

Card. Cláudio Hummes: Come un suo gesto personale, molto spontaneo, molto semplice. Non so che significato voleva dargli. Io dico che sono stato molto felice, ero lì con il primo papa di nome Francesco.

Il papa ha rifiutato la limousine, è andato a pagare il conto dell'albergo…

Card. Cláudio Hummes: Sono gesti semplici, ma mostrano chi è e come vede le cose. Quello che mi ha meravigliato è che questi gesti sono stati compresi dal popolo e dai media. Anche i media li hanno interpretati benissimo, hanno capito i messaggi che il papa voleva dare.

Che significa avere un papa non europeo dopo più di mille anni, e per di più latinoamericano?

Card. Cláudio Hummes: Gli altri papi non esattamente europei venivano dalla regione del Mediterraneo. In questo senso, era l'Europa dell'epoca, era una grande realtà geopolitica. Ma il fatto che oggi arrivi un papa extraeuropeo ha un significato molto grande perché mostra ciò che la Chiesa ha sempre detto: la Chiesa è universale, per l'umanità. Non è solo per l'Europa.
Avere un papa è il segno maggiore. È il gesto di dire: il papa può venire da qualsiasi parte del mondo.

Penso sia importante anche il fatto che sia venuto dalla periferia ancora povera, emergente. È una conferma per tutti i cattolici di lì: “Abbiamo un papa che viene da qui”.

E non solo per i cattolici, anche i Paesi interessati si sentono molto più su un piano di uguaglianza con gli altri.

San Francesco è anche ricordato per la missione di riformare la Chiesa nel suo insieme. La scelta del nome implica anche questo?

Card. Cláudio Hummes: Per il papa il nome indica sicuramente tutto questo programma. Oggi la Chiesa ha bisogno di una riforma in tutte le sue strutture. Organizzare la vita della Chiesa, la Curia romana, di cui tanto si è parlato e che ha bisogno di essere riformata con urgenza e a livello strutturale, è pacifico tra noi, ma una cosa è capire che deve essere fatto e un'altra è farlo.
Sarà un'opera gigantesca, non perché sia una struttura enorme, ma per le moltissime difficoltà esistenti in una struttura come questa, che è cresciuta negli ultimi secoli.

Qualcuno ha detto che la scelta del nome Francesco è già un enciclica, che non ha nemmeno bisogno di scrivere. E questo è molto bello, molto promettente.

In che senso è necessaria una riforma?

Card. Cláudio Hummes: Non si tratta solo della Curia, ma di molte altre cose: il nostro modo di celebrare la Messa, di evangelizzare, perché la nuova evangelizzazione ha bisogno di nuovi metodi. Nell'incontro con i cardinali il papa ha parlato di nuovi metodi, e proprio questi dobbiamo trovare.

Ma si è parlato soprattutto della Curia romana, che ha bisogno di essere riformata a livello strutturale. È molto grande, ma tutto ciò richiede uno studio, la gente non ha molte coordinate.

Molti dicono che è troppo grande, che è stato fatto un ampliamento qui, un ampliamento lì, un'altra sala qui, un'altra commissione lì, ma questa non ha sufficiente prestigio… Tutte le cose che avvengono in una struttura di questo tipo.

La Chiesa non funziona più. Tutte le cose avvenute ultimamente mostrano come non funzioni. E poi, una volta fatto il nuovo disegno, bisogna cercare le persone adatte a occupare quelle cariche, a occuparsi di quei servizi.

Si dice che papa Francesco non ami venire a Roma, che la sua formazione è avvenuta lontano da qui. Questo ha contribuito alla sua scelta?

Card. Cláudio Hummes: Non so se ha contribuito alla sua elezione, ma contribuisce ora che è papa a renderlo più indipendente, ad avere una visione più obiettiva. È molto diverso vedere una partita dagli spalti e vederla mentre si gioca. Lui non ha giocato a calcio. Aiuterà, sicuramente.

Ma ascolterà anche persone che hanno giocato, perché è importante sentire dal giocatore come ha visto la partita e quali sono le necessità nel contesto del modo in cui si gioca.

Continuando con la metafora, lei ha giocato qui per quattro anni ed è già stato convocato da lui. Cosa può dirgli su ciò che deve essere fatto?

Card. Cláudio Hummes: Se un giorno me lo chiedessero… Certo, tutti noi ne abbiamo già parlato nelle congregazioni generali, alle quali lui era presente. E siamo sempre disponibili ad aiutare e dobbiamo aiutare. I cardinali sono il consiglio che deve aiutare il papa.

Sulla stampa argentina si parla del coinvolgimento – per omissione o collaborazione – di papa Francesco con la dittatura militare. Cosa può dire al riguardo?

Card. Cláudio Hummes: Certamente non è vero. Può essere che qualcuno si sia sbagliato in certi discernimenti, ma conoscendolo… Ignoro i dettagli, ma conoscendo la persona non lo si può neanche immaginare. È un uomo dei poveri, dei diritti della gente, dei più semplici, degli oppressi, degli umiliati, è un esempio di difesa, di stare accanto ai poveri… È inimmaginabile. Sono certo che sia solo un grande errore, se non una falsificazione.

La Chiesa in Brasile, lei incluso, ha avuto un ruolo molto importante nella difesa dei diritti umani durante la dittatura. Cosa è accaduto in Argentina, senza tener conto di papa Francesco?

Card. Cláudio Hummes: Le Chiese di tutto il mondo hanno fatto le proprie valutazioni e hanno avuto il proprio modo di agire. Non mi sento autorizzato a esprimere un giudizio sulla Chiesa in questo o quel Paese.

Si parla molto del fatto che l'eredità della Teologia della liberazione per la Chiesa in America Latina è il discorso a favore dei poveri. Nel caso di papa Francesco, qual è il suo rapporto con questo movimento?

Card. Cláudio Hummes: Basta guardare come è stato arcivescovo a Buenos Aires e il documento di Aparecida, che dice tutto questo. È sicuramente su questa linea. Se la gente vuole scoprire quale sia la sua linea di pastorale sociale, di rapporto con i poveri, la troveremo lì.

La Teologia della liberazione è stata una fase storica che, ovviamente, privilegia la questione della consapevolezza che abbiamo dei poveri e la necessità di essere solidali in termini costruttivi della giustizia sociale. Tutto questo è stato rafforzato anche dalla Teologia della liberazione.

Penso che se si vuole vedere come si relazionano le persone con questo passato si debba guardare ai documenti di oggi, altrimenti si inizia a “trasportare” il passato, che non è più una risposta per l'oggi. Il mondo è cambiato, e le risposte sono diverse.

Il primo viaggio del papa dovrebbe essere quello in Brasile, dove la Chiesa affronta sfide molto grandi, come l'allontanamento dei giovani e l'avanzata delle Chiese neopentecostali. Lei  ha idea di come il papa voglia orientare il futuro della Chiesa nel Paese?

 Card. Cláudio Hummes: Non è ancora trapelato nulla sui messaggi che porterà, ma la gente sa, è certa che parlerà, in primo luogo, dell'importanza dei giovani, del fatto che dobbiamo stare accanto a loro, dobbiamo essere comprensibili. Vuole che la Chiesa sia comprensiva, misericordiosa, sappia camminare insieme, e che sappia che questo è un percorso che deve fare, non si può esigere che domani qualcuno sia già un cristiano perfetto. È un cammino, un processo.

È dare ai giovani la certezza che la Chiesa li comprende e vuole accompagnarli, e vuole anche mostrare la luce. Vuol dire: “Fate attenzione, esiste, sì, un senso per la vita, esiste qualcuno per cui vale la pena di vivere e dare la vita. C'è qualcuno, che è Gesù Cristo, una luce che dovreste seguire”. Non bisogna quindi smettere di mostrare la vita, ma allo stesso tempo si deve essere comprensivi nei confronti del punto in cui il giovane si trova ancora in questo cammino. Un altro tema forte sarà senz'altro la nuova evangelizzazione.

Dal Concilio Vaticano II si sono compiuti grandi sforzi per il dialogo interreligioso, soprattutto con le religioni più antiche. Nel caso dell'America Latina, com'è in questo momento il dialogo tra la Chiesa e il neopentecostalismo, che non smette di crescere?

Card. Cláudio Hummes: Il dialogo ecumenico con le altre Chiese cristiane non cattoliche esiste in modo molto forte, principalmente a partire dal Concilio Vaticano II. Intendo le grandi Chiese – ortodossa, orientale, le Chiese protestanti di origine luterana, quelle calviniste, che sono Chiese storiche. Anche con l'ebraismo c'è un grande dialogo, e anche con l'islam, ma questo è un altro settore perché per loro Gesù Cristo non è come per noi cristiani. Questo dialogo è lento ma procede.

Con le Chiese neopentecostali, in cui è molto presente una teologia della prosperità, si sottolineano molto l'esorcismo, la decima e cose di questo tipo, si differenziano dalle Chiese pentecostali. I due tipi sono tuttavia molto simili. Con queste è più complicato, perché molte di loro semplicemente non accettano il dialogo, anche se noi volessimo intraprenderlo, perché non accettano di pensare a un'unità un giorno. E molte volte sono aggressivamente anticattoliche, e allora è parecchio difficile.

Lei è già emerito, ma resterà in Vaticano con qualche funzione?

Card. Cláudio Hummes: No, no, resterò qui fino al giorno 22, parteciperò alla cerimonia pubblica religiosa e prenderò parte a una riunione il 21. E poi tornerò alle mie occupazioni.

Sulla stampa italiana si legge che lei ha contribuito durante il Conclave all'elezione di papa Francesco. Ce lo conferma?

Card. Cláudio Hummes: Di tutto quello che è avvenuto nel Conclave non posso parlare.

Tornando al suo lavoro nella Curia, dal 2006 al 2010, nella Congregazione per il Clero, c'è stata un'intervista in cui lei diceva che il celibato era una questione disciplinare e per questo era aperto alla discussione. Avrà subìto un rimprovero in Vaticano. È il momento in cui questioni come il celibato e l'ordinazione di donne sono meno ortodosse?

Card. Cláudio Hummes: Quanto al rimprovero, lo ha detto lei. Io dico solo che di fronte a tutti questi argomenti, tutte queste sfide di oggi, grandi questioni aperte, la Chiesa non si chiude senza voler discutere ciò di cui è necessario discutere, che deve essere approfondito. E ciò vuol dire una Chiesa capace di dialogare, capace di ascoltare, di approfondire, di discutere e cercare altre vie. È quello che farà, sicuramente.

E questo papa è molto disposto ad ascoltare. Egli stesso ha detto di voler ascoltare il mondo, e non solo i cardinali e i vescovi.

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