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La vera riforma della Chiesa? La fede e la sua testimonianza

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Aleteia - pubblicato il 15/03/13

Il nome Francesco indica la volontà di una svolta

Uno degli aspetti su cui si ritiene che il nuovo papa debba concentrarsi maggiormente nel suo pontificato è una profonda riforma, della Chiesa universale e della Curia romana. Ma in cosa consiste il concetto di riforma in questo settore?

 Papa Francesco lo ha espresso chiaramente nella prima omelia che ha pronunciato come pontefice, durante la Messa nella Cappella Sistina insieme ai cardinali, affermando: “Se non confessiamo Gesù Cristo, diventeremo una ONG assistenziale ma non la Chiesa, sposa del Signore” (La Nuova Bussola Quotidiana, 15 marzo). La vera riforma nella Chiesa è dunque la fede e la sua testimonianza. Dicendo questo, si è inserito nel solco già tracciato da Benedetto XVI, che ha appunto indetto l'Anno della fede che stiamo vivendo, rilevando nella mancanza di questa virtù teologale la vera radice della crisi, della Chiesa e del mondo.

L'allora cardinale Bergoglio aveva parlato dell'importanza della fede nel concistoro del febbraio 2012, quando aveva commentato la decisione di Benedetto XVI di indire un Anno della fede e di insistere sulla nuova evangelizzazione sostenendo che la fede è “un dono da offrire, da condividere, un atto di gratuità. Non un possesso, ma una missione” (La Stampa, 14 marzo). L'evangelizzazione, aveva aggiunto, implica che tutta l’attività ordinaria della Chiesa sia impostata in vista della missione. “Si deve uscire da se stessi, andare verso la periferia. Si deve evitare la malattia spirituale della Chiesa autoreferenziale: quando lo diventa, la Chiesa si ammala”.

Chiunque vede la sua volontà di procedere a una riforma nella Chiesa già nella scelta del nome, per il cardinale Camillo Ruini “coraggiosa e piena di significato”, perché san Francesco è forse “il santo che più di tutti si avvicina a Gesù”, il santo “della gioia”, “di un amore totalmente sincero alla Chiesa”, che “ha saputo dar vita alla più grande riforma riuscita nella Chiesa, senza rompere l’unità della Chiesa stessa” (La Repubblica, 14 marzo).

Francesco, inoltre, “significa innanzitutto una cosa: povertà. E se finora nessun papa s’è mai chiamato così, è forse anche per lo spavento di dover incarnare la povertà di Cristo e degli Apostoli vivendo nei palazzi vaticani”. Il nome implica dunque “una sfida, quella di dimostrare che la Chiesa, nonostante i suoi difetti umani, non ha dimenticato la povertà degli Apostoli, a costo di dare molto fastidio alla Curia romana” (La Stampa, 14 marzo).

Interessante è poi il fatto che a chiamarsi così sia il primo gesuita ad essere eletto papa, “come a significare che la Chiesa può essere divisa in ordini magari rivali, in movimenti che si fanno concorrenza, ma poi alla fine è una sola, unita nel suo intento principale, l’evangelizzazione” (Il Messaggero, 14 marzo).

Il nuovo papa, d'altronde, ci ha già abituati alle innovazioni profonde: non era infatti mai accaduto che un pontefice, affacciandosi per la prima volta al balcone di San Pietro, prima di benedire i fedeli chiedesse loro una preghiera e una benedizione per sé (La Stampa, 14 marzo).

Sta ora al pontefice delineare le linee del suo programma, sul quale influirà la lettura del rapporto sul Vatileaks, che gli rivelerà anche “uno spaccato di una Curia dominata spesso da contrasti e lotte”, cosa di cui non potrà non tener conto “per fare un'operazione di pulizia” (Il Sole 24 ore, 14 marzo).

L'obiettivo di una riforma della Curia privilegerà sicuramente la collegialità, in linea con le indicazioni mai attuate del Concilio Vaticano II. Come ha indicato il cardinal Ruini, “la Curia non può essere che uno strumento al servizio del papa, non un organismo in qualche modo autonomo e men che meno un condizionamento per l’esercizio del ministero del successore di Pietro e per i suoi rapporti con l’episcopato” (La Repubblica, 14 marzo).

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