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Non è una perdita di tempo guardare i film dell’orrore?

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Oppure possono essere una sorta di terapia dell'anima postmoderna?

1. Non c’è nulla di male “in sé” nel vedere film dell’orrore, anche se è vero che possono urtare la sensibilità di alcune persone.

È vero che le immagini contenute in questo tipo di film sono spesso associabili al crimine e spesso ripugnanti, ma anche nelle grandi opere di letteratura appaiono atti riprovevoli a livello morale e antropologico, il che non implica che si debba smettere di leggere le tragedie greche di Sofocle, l’“Amleto” di William Shakespeare, “Madame Bovary” di Gustave Flaubert, “Gli indemoniati” di Dostoevskij o “La famiglia di Pascual Duarte” di Camilo José Cela.

Sono ad ogni modo note le tendenze estetiche del genere dell’orrore a mostrare atrocità sanguinose, carneficine iperboliche e comportamenti altamente squilibrati, fatto che sembra consigliare una certa cautela nell’esporre i bambini e altre persone impressionabili a questo tipo di film. Ad ogni modo, è anche vero che al giorno d’oggi la maggior parte delle persone non si sorprende nel vedere sangue o viscere, perché l’estetica sanguinaria ha compiuto un salto dalla minoritaria serie B, in cui dominava da anni, al cinema commerciale, anche attraversando le frontiere del genere dell’orrore per inserirsi in film d’azione, di guerra, nei film gialli, nella fantascienza, in alcune commedie… Ciò è accaduto grazie al lavoro in questo campo di registi famosi come Brian de Palma, Oliver Stone, Stanley Kubrick o Quentin Tarantino, forse in conformità con l’inavvertita diffusione tra noi di un’immagine dell’umano strettamente materialista. Secondo l’immaginario collettivo predominante, non siamo altro che un pezzo di carne che attende la sua futura decomposizione, e da questo deriverebbe la nostra innata adeguatezza verso viscere e sangue. Da ciò deriva il successo attuale della figura della persona non morta e dei suoi discendenti, siano essi vampiri o zombi, nel supermercato culturale.

2. Non esiste un giudizio morale su questo tipo di cinema: dipende dai film e anche dall’atteggiamento dello spettatore.

Non è lo stesso vedere l’antologia della paura di “Venerdì 13” nella sua ennesima versione e guardare l’interessante serie televisiva di successo “The Walking Dead” (2010-), così come non è lo stesso vedere un film dell’orrore nella solitudine di una stanza scura cercando la fuga dal mondo e vederlo in compagnia di amici per cercare di giudicarlo a posteriori, traendo conclusioni, cercando di comprendere il motivo dell’attrazione che si risveglia in noi di fronte a titoli come “Dracula” (Coppola, 1992) o “Intervista col vampiro” (Neil Jordan, 1994), in cui inizia quell’umanizzazione del vampiro che si è consolidata ai nostri giorni con pellicole romantiche per adolescenti di ogni età nella saga del “Crepuscolo” o in serie televisive come “The Vampire Diaries” (2009-), come ho spiegato nel mio libro “Vampiri e zombi postmoderni”.

3. Il cinema dell’orrore può anche avere una funzione educativa: una terapia dell’anima postmoderna.

Guardare film dell’orrore può favorire quella che potremmo definire la loro funzione antropologica di base: giungere alla catarsi. Qualcosa di quello che Aristotele attribuiva alla tragedia greca si può rinvenire anche nei film dell’orrore. Questa catarsi non è altro che una purificazione dello spettatore riguardo agli errori che commette o tende a commettere, in modo che – come dice Aristotele stesso nella “Retorica” – “il terrore ci fa riflettere”.

Lo sintetizza in modo assai previdente Huizinga: “I greci chiamavano Katharsis (purificazione) lo stato spirituale in cui restavano dopo aver assistito alla tragedia. È il silenzio del cuore, quando la compassione e il terrore sono scomparsi. È la purificazione dell’anima quando ha compreso la causa profonda delle cose, purificazione che ci prepara nuovamente agli atti del dovere e all’accettazione del destino, che spezza in noi la hybris [fiducia smisurata in se stessi] come la rappresentava la tragedia e sradica in noi gli appetiti veementi della vita portando la nostra anima alla pace” (Huizinga, 2007, p. 215).

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