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Morto Chávez, il Venezuela a rischio instabilità

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Si temono atti di violenza nel Paese dopo la scomparsa del caudillo

Il presidente del Venezuela Hugo Chávez è morto il 5 marzo a Caracas a 58 anni dopo una lotta contro il cancro durata due anni. Ha dato la notizia tra le lacrime alla Nazione in diretta televisiva il suo delfino, Nicolás Maduro. Entro un mese i venezuelani torneranno alle urne per eleggere il nuovo presidente.

Il rischio paventato da alcuni è che ora si apra nel Paese sudamericano un periodo di instabilità che potrebbe portare a episodi di violenza. Il cardinale Jorge Urosa Savino, arcivescovo di Caracas, a Roma per partecipare al Conclave, celebrerà nella Città Eterna una Messa solenne in memoria di Chávez. In un comunicato ufficiale pubblicato sul sito dell’arcidiocesi di Caracas e firmato dai sei vescovi ausiliari, il cardinale esprime le sue condoglianze alla famiglia del Presidente e sottolinea la necessità che il Governo “mantenga l’ordine pubblico” e tutti i settori politici “promuovano la calma e l’armonia della popolazione”, escludendo in particolare “ogni tipo di violenza” (Agenzia Sir, 6 marzo).

Per monsignor Gerard Cadieres, officiale della Congregazione per la Dottrina della Fede e assistente spirituale dell’ambasciata del Venezuela presso la Santa Sede, “Chávez lascerà sicuramente il segno nella storia del Venezuela e in tutta l’America Latina”, soprattutto “per aver avvicinato la grande ricchezza di questo Paese alle persone più povere”. “Se sia stato fatto nella maniera giusta o sbagliata, è un altro discorso. Ma di fatto le persone hanno avuto più accesso alla salute, all’educazione, al servizio di assistenza” (Agenzia Sir, 6 marzo).

È vero che persistono povertà, disuguaglianze e criminalità, ha riconosciuto, ma “questi flagelli non si vincono in 15 anni di presidenza. C’è anche bisogno di un cambiamento di mentalità, di cuore, di abitudini. Sono compiti di lunghissimo periodo, in cui l’educazione gioca un ruolo importantissimo”. Caracas è la capitale al mondo con più vittime all’anno: 3.164 nel 2011, con un tasso di omicidi di 98,71 ogni centomila abitanti (Tempi, 10 febbraio).

La presidenza di Chávez è stata controversa. I venezuelani, aveva commentato alcune settimane fa un sacerdote, “hanno visto per 15 anni le loro promesse tradite, non sanno cosa succederà domani, perciò vanno avanti insieme come possono, senza troppe litanie”. Le persone parlano poco di politica. Per il presbitero, “è un bene e un male insieme”: “può significare un immobilismo in cui non ci si aspetta più nulla, ma anche il contrario: in qualche modo bisogna fare, quindi ci si muove comunque. Il desiderio di riscatto nel popolo resta”. A suo avviso, è anzi “l’unica cosa buona” che il Presidente ha suscitato tra la gente, come può constatare dai buoni risultati nei corsi di formazione per detenuti che coordina in 13 carceri.

Un parlamentare poi passato all'opposizione ha denunciato che “non c’è una visione né una struttura economica che possano sostenere il Paese: la produzione e l’esportazione dei privati sono state quasi azzerate; il 70% della merce viene importato; l’inflazione è la più alta dell’America Latina”, “l’autonomia della politica è inesistente, la Costituzione è violata dal potere giudiziario”.

 Se per i suoi oppositori Chávez era solo un volgare demagogo, per i suoi sostenitori è stato un autentico rivoluzionario, l’incarnazione del riscatto del popolo contro le “politiche neoliberali” e “l’imperialismo” statunitense. Negli ultimi tempi aveva comunque perso terreno, anche per l'ombra di un altro modello di socialismo latinoamericano, quello più moderato e pragmatico del Brasile (Avvenire, 6 marzo).

Per Maduro, Chávez è stato vittima di un “attacco esterno del nemico imperialista”, ovvero gli Stati Uniti, un complotto per “infettare” il presidente e “farlo ammalare a morte”, come era successo con Arafat (Tempi, 6 marzo). Il Dipartimento di Stato USA ha bollato le accuse come “assurde” (La Repubblica, 6 marzo).

In attesa di nuove elezioni, ha assunto la presidenza ad interim il vicepresidente Maduro, non il presidente dell'Assemblea Nazionale, Diodado Cabello, il che secondo alcuni analisti potrebbe rappresentare una violazione della Costituzione. Il ministro degli Esteri, Elias Juaua, ha dato la notizia assicurando che questo è il mandato dato dallo stesso Chávez.

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