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Chiesa

Benedetto XVI...il penultimo papa?

Joël Sprung - pubblicato il 27/02/13

Quanto c'è di vero nella profezia di San Malachia?

Sta facendo furore sul web la cosiddetta profezia di San Malachia, un testo escatologico scoperto nel 1590. All'epoca venne attribuito a San Malachia di Armagh, un vescovo irlandese dell'inizio del XII secolo. La profezia contiene una lista di pontificati da papa Celestino II fino all'ultimo papa della Chiesa, soprannominato ‘Petrus Romanus’ ('Pietro il romano'). In base a questa lista di 112 papi, Benedetto XVI sarebbe il penultimo pontefice, il che vuol dire che il suo successore, che verrà eletto nelle prossime settimane, sarebbe l'ultimo papa, il cui regno dovrebbe annunciare la fine dei tempi. L'ultima parte della profezia, che si riferisce a questo papa, afferma:

“Nella persecuzione finale di Santa Romana Chiesa ci sarà Pietro il romano, che pascerà il suo gregge tra molte tribolazioni, e quando queste cose finiranno la città dei sette colli verrà distrutta, e il temibile Giudice giudicherà il suo popolo”.

Questa pseudo-profezia affascina i cospiratori e arricchisce i venditori di fantasie con ogni nuovo Conclave, sia come oracolo che predice chi potrebbe essere il nuovo papa che come agghiacciante storia apocalittica. Questa “profezia” non è tuttavia riconosciuta dalla Chiesa, e la maggior parte degli esperti la ritiene un testo apocrifo scritto nella stessa epoca della sua scoperta, il XVI secolo. La sua capacità di affascinare è anche legata all'ambiguità del profeta Malachia dell'Antico Testamento, che profetizzò il ministero di San Giovanni il Battista e l'era messianica (soprattutto ciò che nella Chiesa si legge per la festa della Presentazione di Gesù al Tempio). Apocrifi di questo tipo, che possono essere più o meno esoterici, non sono rari – esistono ad esempio testi magici attribuiti a San Tommaso d'Aquino per ammantarsi della sua autorità.

In questo caso, è possibile che l'obiettivo del testo fosse esercitare un'influenza politica – per il risultato del Conclave del 1590, ad esempio. In tal senso, è facile rinvenire nel testo la correlazione tra le descrizioni e i papi fino al Conclave. Di contro, le descrizioni successive – molte delle quali tratte dalla Bibbia (soprattutto dal Siracide) – sono pienamente interscambiabili e non hanno valore profetico. È solo con sforzi di interpretazione minuziosi e spesso esagerati che si può trovare qualche vago collegamento tra un pontefice e la descrizione corrispondente.

L'attrazione per questo tipo di testi, in genere senza alcuna preoccupazione reale di conoscerne le intenzioni, può essere indicativa di un rapporto con la religione che ha più a che fare con il paganesimo e la superstizione che con la fede. La Chiesa crede ovviamente nel dono della profezia, e insegna perfino che mediante il battesimo diventiamo sacerdoti, re e profeti. In poche parole, accettando la rivelazione e la nostra unione con la Parola di Dio nei sacramenti otteniamo un'adeguata disposizione a ricevere e trasmettere profezie. Come ha affermato l'apostolo Paolo, ad ogni modo, le profezie sono volte a edificare la Chiesa; non mirano a soddisfare una curiosità sul futuro, aspetto che si collegherebbe piuttosto a una mancanza di speranza. Soprattutto per quanto riguarda la fine dei tempi, è importante ricordare le parole di Gesù nella parabola delle vergini sagge e delle vergini stolte: “Vegliate dunque, perché non sapete né il giorno né l'ora” (Mt 25, 13). È in questo senso che il Catechismo della Chiesa Cattolica afferma che “Dio può rivelare l'avvenire ai suoi profeti o ad altri santi. Tuttavia il giusto atteggiamento cristiano consiste nell'abbandonarsi con fiducia nelle mani della provvidenza per ciò che concerne il futuro e nel rifuggire da ogni curiosità malsana a questo riguardo” (CCC, 2115).

La fine dei tempi è un mistero, che anche se può essere annunciato da segni esorta la nostra speranza. Ciò non preclude il fatto che una profezia possa riferirsi alla fine dei tempi; il libro dell'Apocalisse di San Giovanni lo fa, come anche le parole di Gesù stesso, ma nel Nuovo Testamento, così come altrove nelle profezie dell'Antico Testamento, il punto centrale non è tanto il momento di un evento futuro, quanto i segni di questo evento. Questi segni, inoltre, non mirano a farci riconoscere questo momento decisivo sulla “soglia” della fine dei tempi, ma a insegnarci la natura dell'evento annunciato, per renderlo intelligibile di modo che possa guidare la nostra conversione.

La parola “profezia” significa a livello etimologico “vedere da lontano”, e anche se spesso coinvolge il futuro non fa solo questo. Ci sono profezie per il presente e perfino, per quanto possa sembrare strano, profezie per il passato (ad esempio il libro della Genesi). La profezia, in realtà, riguarda l'insegnamento di cose nascoste, e il suo obiettivo è elevare gli uomini a Dio ed edificare l'intera Chiesa. È questo che rende il dono della profezia così desiderabile per gli uomini di fede:

“Ricercate la carità. Aspirate pure anche ai doni dello Spirito, soprattutto alla profezia. Chi infatti parla con il dono delle lingue non parla agli uomini, ma a Dio, giacché nessuno comprende, mentre egli dice per ispirazione cose misteriose. Chi profetizza, invece, parla agli uomini per loro edificazione, esortazione e conforto. Chi parla con il dono delle lingue edifica se stesso, chi profetizza edifica l'assemblea. Vorrei vedervi tutti parlare con il dono delle lingue, ma preferisco che abbiate il dono della profezia; in realtà è più grande colui che profetizza di colui che parla con il dono delle lingue, a meno che egli anche non interpreti, perché l'assemblea ne riceva edificazione. E ora, fratelli, supponiamo che io venga da voi parlando con il dono delle lingue; in che cosa potrei esservi utile, se non vi parlassi in rivelazione o in scienza o in profezia o in dottrina?” (1 Cor 14, 1-6).

È  allora evidente che la cosa importante non è essere affascinati o soddisfare la propria curiosità, ma crescere, soprattutto nella conoscenza di Dio e in comunione con la Parola. Se non permettiamo di lasciarci insegnare e di voler trasmettere la Buona Novella, tendiamo spesso a proiettare la nostra immaginazione su un evento futuro – in questo caso la fine del mondo –, il che ha spesso l'effetto di precipitare la catastrofe più che di annunciare la speranza, e usiamo questa chiave di lettura per interpretare il simbolismo delle profezie con l'effetto di corrompere il loro significato ultimo.

 Per mettere le cosiddette predizioni del futuro al posto giusto dobbiamo ricordare che Gesù, come Giovanni prima di lui, ha già annunciato ai suoi discepoli che la venuta del Regno era vicina (Mt 3, 2; 4, 7; 10,7; Mc 1,15; Lc 10,9; 21,31), e ha inviato rapidamente i suoi apostoli a fare lo stesso per tutte le nazioni. Alcuni dei suoi contemporanei hanno davvero testimoniato l'aspettativa di una “fine imminente” con la distruzione del Tempio nel 70 d.C., che era stata profetizzata da Gesù. Ciò segnò l'“inizio della fine” per molti cristiani. Oggi sappiamo che da allora sono trascorsi venti secoli, e capiamo che non è il tempo che conta; l'evento storico della distruzione del Tempio è molto più illuminante per noi come segno provvidenziale a posteriori del nuovo Tempio, che è realizzato in Gesù, che come momento particolare nella storia. Allo stesso modo, quando Gesù ha annunciato la venuta del Regno ai suoi discepoli sembra ovvio che questa vicinanza fosse più spirituale che temporale: per loro, come per noi oggi, era una questione di capire che dobbiamo governare la nostra volontà con la libertà senza precedenti che Dio ci ha donato nella nostra liberazione dal peccato e nella conoscenza della fede.

La profezia di San Malachia non ha nulla a che vedere con i criteri di una vera profezia. È naturale concentrarsi sul nome e sulle caratteristiche della persona che sarà il prossimo papa, come una famiglia può legittimamente informarsi su chi sarà il suo nuovo padre adottivo. È con fiducia e speranza che i credenti sono invitati a guardare al futuro, per essere profeti al servizio della Parola di Dio qui e ora, nell'attesa della venuta del Regno.

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