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Strasburgo: sì all’adozione per le coppie gay

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Una sentenza sancisce il diritto ad adottare i figli dei compagni

Una grande confusione nelle relazioni familiari della quale farà le spese il bambino in questione e tutti quelli alla cui situazione verrà applicata la decisione. Queste sembrano le conseguenze della sentenza della Corte europea dei diritti umani di Strasburgo – i cui principi valgono per tutti i 47 Stati membri del Consiglio d’Europa – che ha sancito il diritto per le coppie omosessuali di adottare i figli dei compagni, come avviene per le coppie eterosessuali non sposate.

Il caso riguarda una coppia di donne austriache, una delle quali, madre di un bambino, dal 2007 chiedeva che anche la nuova compagna potesse adottarlo. Il padre del piccolo, con il quale non era sposata ma che ha riconosciuto il figlio, gli ha dato il suo cognome e paga regolarmente gli alimenti per il suo sostentamento, si è sempre opposto a tale richiesta. Le due donne ritenevano lesivo del principio di “uguaglianza” il fatto di non poterlo adottare alla pari, ma la legge austriaca ha sempre dato loro torto perché in Austria la legge prevede la perdita di potestà (e la successiva adozione da parte del nuovo partner) solo se c’è accordo di tutti i soggetti o se il genitore si è macchiato di gravi colpe o ha abbandonato il bambino, così come prevede la possibilità di adozione solo per le coppie formate da una uomo e una donna (Tempi, 19 febbraio).

Secondo la Corte europea, sarebbe però “discriminatorio” vietare l’adozione dei bambini alle coppie omosessuali se i piccoli sono figli di uno dei due partner della coppia, e non ci sono ragioni convincenti che dimostrino che la differenza di trattamento tra coppie etero e omosessuali sia necessaria per la protezione della famiglia o degli interessi del bambino (Avvenire, 19 febbraio). La Corte ha tuttavia voluto precisare che gli Stati aderenti alla convenzione “non sono tenuti a riconoscere il diritto all’adozione dei figli dei partner alle coppie non sposate”. Fra i 47 Stati che compongono il Consiglio d’Europa, infatti, solo 10 ammettono all’adozione coparentale le coppie non sposate, come l’Austria.

Per il sociologo Pierpaolo Donati, docente dell’Università di Bologna, nel caso in questione si arriva alla “situazione paradossale di un bambino con tre genitori: due naturali e uno artificiale, a lui completamente estraneo”. Non sembra, quindi, che la decisione dei giudici europei tenga conto dell’interesse del minore. “Anzi, questo piccolo crescerà con una grande confusione in testa”, così come viene penalizzato il padre naturale del bambino (Avvenire, 20 febbraio).

Ancora una volta, “si parla sempre e solo di ‘diritti’ degli adulti. Mai un riferimento alle esigenze assolute, vitali e imprescindibili dei bambini”, ha rilevato Guido Crocetti, docente all’Università La Sapienza di Roma e direttore del Centro italiano di Psicoterapia psicoanalitica per l’Infanzia e l’Adolescenza, sottolineando che oggi viviamo in una cultura che tende ad “azzerare sempre più le diversità, persino quelle biologiche, fisiche, incontestabili” (Avvenire, 20 febbraio). “O recuperiamo regole e limiti strettamente correlati ai valori, o la psicopatologia infantile avrà sempre più piccoli pazienti da curare – ha commentato –. Già oggi stanno aumentando in modo esponenziale”.
 
Per Alberto Gambino, docente presso l’Università Europea di Roma, la sentenza di Strasburgo “ha il pregio di smascherare una grande ipocrisia di questo dibattito elettorale”, perché “da oggi non si potrà parlare di riconoscimento delle coppie di fatto senza includervi necessariamente la possibilità di adozione”.

Per ora l’ordinamento italiano non consente l’adozione alle coppie non sposate, e il matrimonio è soltanto quello tra un uomo e una donna (Radio Vaticana, 19 febbraio). Se, però, in futuro si dovesse legiferare per il riconoscimento delle coppie di fatto, “in virtù della sentenza europea, non vi sarebbe più alcun appiglio per vietare l’adozione anche alle coppie dello stesso sesso” (Avvenire, 20 febbraio).

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