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Quali sono la storia e le sfide della Chiesa in Iraq?

padre Albert Hisham Naoum - pubblicato il 02/02/13

La mancanza di fede? Il dialogo con l'islam? Oppure il terrorismo?

Nell’estate del 2009, sono uscito dall’Iraq per la prima volta per proseguire i miei studi superiori in una delle università pontificie a Roma. Nei primi giorni, di solito, i professori vogliono conoscere i nuovi studenti che vengono da tutti gli angoli del mondo. E rivolgono quindi sempre la solita domanda: “di che Paese sei? Da dove vieni?”. Io ero sempre più fiero ogni volta di rispondere: “sono iracheno e vengo da Baghdad”. Spesso, però, rimanevo colpito dalle espressioni di sorpresa sui volti degli altri nel sentire che c’era tra loro un “iracheno cristiano”, e non solo, ma addirittura prete! Una volta con una faccia perplessa uno mi chiese: “sei iracheno?! Ma ci sono cristiani in Iraq?!”; e un altro ancora: “Sono rimasti ancora dei cristiani in Iraq?”.


L'impressione è che tanti ignorano la verità della presenza dei cristiani in Mesopotamia sin dal primo secolo, e la presenza della Chiesa più antica nel Medio Oriente, la “Chiesa di Kochi” nel sud di Baghdad, e la scoperta di numerosi monumenti cristiani e tombe a Najaf, una città risalente ai primi secoli. Ignorano inoltre che fino ad oggi ci sono cristiani a Baghdad, Mosul e Bassora, nonostante la piaga dell'emigrazione che sanguina ancora dal cuore dell'Iraq; cristiani che cercano di vivere la loro fede profondamente radicata in questa terra, come testimoniato anche dai loro fratelli musulmani.


Il cristianesimo ha messo radici in Mesopotamia nel primo secolo con san Luca, che ha annunciato la Buona Novella prima di recarsi in India, ed ha lasciato dietro di sé due discepoli che hanno continuato il suo cammino, come ci viene raccontato dalla storia. Nel quarto secolo, quando la Chiesa era già organizzata, vennero perseguitati duramente per 40 anni. I cristiani – che vivevano sotto il regime dell’Impero persiano – venivano accusati di essere fedeli all’Impero romano in Occidente, e venivano malvisti per il loro rifiuto di adorare re e principi. Per questo subirono una persecuzione che costò la vita a migliaia di martiri, tra cui il patriarca Shimon Borsobai che fu condannato a morte, insieme a un grande numero di vescovi e sacerdoti, uccisi il Venerdì Santo.


Con l’arrivo dell’islam, i cristiani hanno dato testimonianza di convivenza pacifica e di rispetto delle differenze ed hanno contribuito diffusamente allo sviluppo del movimento scientifico e culturale, in particolare nel periodo del Califfato abbaside, quando Baghdad divenne la capitale del Paese. I cristiani rivestirono, quindi, un ruolo notevole nella storia dell’interazione culturale nel mondo allora conosciuto e tutte le fonti storiche, antiche e moderne, ne riconoscono il contributo.


La storia della nostra Chiesa è stata macchiata, di generazione in generazione, fino ai giorni nostri, dal sangue dei martiri. Sangue di cui siamo fieri, perché ha sfidato la morte e le persecuzioni per portarci la fede. E come nei primi secoli la fede ha attraversato il mondo per arrivare fino in Cina, anche oggi nutriamo la ferma speranza che questa fede giungerà ai cuori assettati di Cristo, specialmente in questo Anno della Fede proclamato nella Chiesa da Benedetto XVI.


Nonostante le difficoltà e le sfide interne ed esterne che hanno colpito la sua storia, la Chiesa della Mesopotamia ha continuato a offrire testimonianza e martiri a Cristo, ed ha preservato le caratteristiche che l’hanno contraddistinta sin dalle origini: la sua cattolicità, perché non è mai stata una Chiesa nazionalista, ma ha sempre accolto popoli diversi dalla Mesopotamia fino alla Cina; ha preservato la lingua aramaica, la lingua di Cristo, che utilizza tuttora; i suoi fedeli hanno amato la loro Chiesa e non l'hanno mai abbandonata nonostante gli attacchi terroristici degli ultimi anni, gli attentati alle chiese, le minacce, i rapimenti e uccisioni di vescovi, preti e fedeli, le violenze per costringerli ad abbandonare le loro case, il furto della loro identità nazionale per ridurli a cittadini di serie B nel loro Paese di origine.

[Per approfondimenti: Dossier sulla Chiesa in Iraq della Radio Vaticana]

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