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Esiste davvero un modo per porre fine alla povertà?

Antonio Carlos Alves dos Santos - pubblicato il 01/02/13

La povertà è un problema economico o morale?

La povertà è un problema economico o morale?È il risultato dell'agire individuale o la logica conseguenza di un dato sistema economico? Queste e altre domande sono state fonte di controversia in vari ambiti del sapere ed hanno occupato un ruolo importante nei dibattiti sullo sviluppo economico nel XX secolo.

Come questione morale, il rischio è quello di cadere in visioni semplicistiche e preconcette che considerano la povertà come il risultato dell'avversione individuale al lavoro, della scelta dell'ozio. In questo caso, tuttavia, la povertà è volontaria e moralmente condannabile. Il giudizio morale è diverso se la vediamo come conseguenza di azioni altrui, o come risultato della dinamica dell'economia stessa. In questo caso si tratterebbe di povertà involontaria, e il povero meriterebbe tutto il sostegno e la solidarietà della comunità a cui appartiene.

La distinzione tra povertà volontaria – risultato della preferenza per l'ozio – e involontaria – conseguenza inevitabile delle leggi economiche – può essere a prima vista interessante, ma sono entrambe visioni erronee. La povertà non è il risultato della preferenza dell'individuo per l'ozio, e nemmeno il risultato delle ferree leggi dell'economia di mercato.


La prima spiegazione è stata usata nel corso della storia per giustificare il controllo della ricchezza da parte di un'esigua minoranza, mentre la gran parte della popolazione vive nella povertà più abietta. La seconda assume l'impossibilità di risolvere il problema della povertà senza la soppressione del sistema che la provoca – il capitalismo stesso. La rivoluzione sarebbe l'unica soluzione, definitiva, al problema della crescente e inevitabile pauperizzazione dei lavoratori. È un'argomentazione priva di qualsiasi fondamento empirico, come possiamo dedurre dalla storia economica dei Paesi sviluppati. Allo stesso tempo, conforta molti e finisce per aiutare a mantenere – anche se non è questa l'intenzione – lo status quo: se la rivoluzione è l'unica soluzione, perché perdere tempo con misure palliative che non fanno altro che ritardare la presa di coscienza necessaria alla trasformazione redentrice?


Se non è una questione di scelta individuale o il risultato di ferree leggi dell'economia di mercato, come spiegare allora l'esistenza di poveri, malgrado l'accumulo di stock crescenti di ricchezza a partire dalla Rivoluzione Industriale? Per rispondere alla domanda è necessario definire cosa intendiamo per povertà. In letteratura si lavora con il concetto di estrema povertà e di povertà relativa. Le persone in situazioni di estrema povertà sono le più povere tra i poveri, e per questo sono l'obiettivo principale delle politiche pubbliche di riduzione della povertà.


Il calcolo della percentuale della popolazione in condizioni di povertà è realizzato a partire dalla cosiddetta linea di povertà. La Banca Mondiale considera 1,25 dollari al giorno il limite dell'estrema povertà e fino a 2 dollari quello della povertà. Indipendentemente dal valore adottato, l'estrema povertà è determinata a partire dalla quantità di denaro necessaria per far fronte alle necessità fondamentali di una persona, ovvero il consumo minimo di calorie necessarie alla sua sopravvivenza.


Quando si parla di povertà, si sta quindi discutendo dell'estrema povertà, cioè della situazione in cui si trova un gran numero di persone nei cosiddetti Paesi in via di sviluppo nei continenti latinoamericano, africano e asiatico. È una situazione ben diversa da quella che si riscontra nei Paesi sviluppati, che purtroppo non hanno ancora risolto il problema della povertà. In questo caso si tratta raramente di una questione di estrema povertà, piuttosto della cosiddetta povertà relativa, che dipende sempre dalla contesto della regione/Paese che si analizza. La sua esistenza, ad ogni modo, non smette di essere una vergogna per questi Paesi, visto che possiedono le condizioni necessarie per trovare una soluzione al problema.


Una volta definito ciò che intendiamo per povertà, resta da affrontare il difficile compito di rispondere alla domanda che è stata posta: esiste davvero un modo per porre fine alla povertà (estrema)? Bisogna innanzitutto riconoscere che non esiste una formula unica applicabile a qualsiasi situazione. In passato si immaginava che la crescita economica avrebbe risolto la questione di per sé. La storia dei Paesi in via di sviluppo e in particolare del Brasile dimostra che non è sempre stato così.


Nella letteratura sulla povertà si trovano casi di Paesi in cui la crescita economica è accompagnata da riduzione della povertà, ma ci sono anche casi in cui questa è avvenuta senza una crescita economica significativa. Di fatto si può affermare che quanto maggiore è la disuguaglianza di reddito, minore è l'impatto della crescita economica nella riduzione della povertà. Ciò spiegherebbe, ad esempio, il caso brasiliano: visto che la disuguaglianza di reddito è molto elevata, l'impatto della crescita economica sulla riduzione della povertà finisce per essere inferiore a quello che si è verificato in Paesi con lo stesso livello di reddito. In altre parole, la partecipazione dei poveri è scarsa.

La politica di lotta alla povertà deve dunque partire dal riconoscimento dell'esistenza di relazioni tra povertà, crescita economica e disuguaglianza di reddito. In Paesi con un'alta disuguaglianza di reddito, la crescita economica non è sufficiente a risolvere il problema della povertà estrema e deve essere accompagnata da politiche che mirino al trasferimento del reddito.

Le politiche pubbliche incentrate sull'infanzia si dimostrano più efficaci nella riduzione dell'estrema povertà, e tra queste vanno sottolineate l'istruzione gratuita di qualità e l'accesso alla medicina preventiva. È fondamentale garantire che i bambini imparino a leggere e dominino la matematica elementare nella stessa fascia di età dei bimbi con migliori condizioni economiche. Con la medicina preventiva si può ridurre la mortalità infantile e garantire il sano sviluppo dei bambini.


Con l'offerta dell'istruzione gratuita di qualità è possibile spezzare il circolo intergenerazionale di povertà, garantire la pienezza della cittadinanza alle famiglie e permettere la realizzazione del sogno di una vita migliore per i figli. È per questo che è importante anche la politica di trasferimento di reddito, vincolata alla frequenza scolastica dei bambini: contribuisce infatti con il reddito necessario alla sopravvivenza con le condizioni minime di dignità nel presente, e allo stesso tempo permette in futuro l'ammissione all'insegnamento superiore e l'esercizio di professioni che per generazioni sono state un privilegio esclusivo di una ristretta élite con migliori condizioni economiche.

L'offerta di microcredito alle famiglie è un'altra misura che ha ottenuto buoni risultati. Rende possibile la creazione e la manutenzione di piccole attività che, oltre a generare reddito, rafforzano l'autostima delle famiglie e minimizzano il rischio di dipendenza in relazione alle politiche di trasferimento di reddito.


Visto che si tratta di fondi pubblici e che le risorse sono sempre scarse, è fondamentale scegliere misure con il più alto tasso di ritorno, ovvero quelle con il maggior impatto sulla riduzione dell'estrema povertà.È un tema sempre controverso, ma ineludibile se l'obiettivo è quello di ampliare il numero di famiglie coinvolte nella politica di lotta all'estrema povertà.


Con politiche adeguate si può ridurre in un lasso di tempo relativamente breve il numero di famiglie che vivono in condizioni di estrema povertà. Eliminarle del tutto richiede più tempo, ma non per questo smette di essere un obiettivo raggiungibile, a patto che le promesse si trasformino in misure concrete e che i guadagni della crescita economica siano condivisi da tutti. In altre parole, il consistente tasso di crescita economica con sostanziale riduzione nella disuguaglianza di reddito è fondamentale per accelerare il processo di riduzione dell'estrema povertà e della povertà in generale.

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