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Perché non invochiamo Dio come “Madre nostra”?

Mirko Testa - pubblicato il 30/01/13

La Bibbia usa infatti anche l'immagine della madre quando parla di Dio.

1) La Chiesa da sempre si rivolge a Dio utilizzando il titolo di “Padre”, così come insegnato da Gesù.

La concezione di Dio come Padre era stata già delineata nell’Antico Testamento. Ma è stato Gesù a confermare ed evidenziare questa concezione, manifestandosi come “figlio” e offrendosi come unica via per giungere al Padre. E ancora: è stato Gesù a rivolgersi in modo affettuoso a Dio con una parola aramaica, “Abbà”, che si può tradurre con “papà” oppure “babbo”. Ed è sempre Gesù ad affidare ai suoi discepoli la preghiera del Padre Nostro tramandataci sia dal Vangelo di Luca (11,2-4) che da quello di Matteo (6,9-13), anche se la tradizione liturgica della Chiesa ha sempre usato il testo di quest’ultimo.

Se prendiamo in mano il Catechismo della Chiesa Cattolica, leggiamo all’articolo 239 che “chiamando Dio con il nome di ‘Padre’, il linguaggio della fede mette in luce soprattutto due aspetti: Dio è origine primaria di tutto e autorità trascendente, e al tempo stesso, è bontà e sollecitudine d’amore per tutti i suoi figli”.

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“Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato”

La “paternità” di Dio nell’Antico Testamento

2) E’ vero anche, però, che la Bibbia spesso rappresenta Dio con immagini femminili, come segno del suo amore spontaneo, istintivo e assoluto.

Il cardinale Gianfranco Ravasi in una intervista concessa al quotidiano “Avvenire” nel dicembre del 2005 aveva affermato che “almeno 60 aggettivi di Dio nella Bibbia sono al femminile” e che “esiste chiara una maternità di Dio e più di 260 volte si parla di ‘viscere materne’ del Signore”. Due esempi li troviamo nel libro di Isaia: “Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai” (49,15); e ancora: “Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò” (66,13).

L’allora cardinale Joseph Ratzinger, nel libro-intervista con Peter Seewald dal titolo “Dio e il mondo. Essere cristiani nel nuovo millennio” (Edizioni San Paolo, 2001), spiegava che nel termine ebraico rahamim, “che originariamente significa ‘grembo materno’, ma poi diventa il termine per il compatire di Dio con l’uomo, per la misericordia di Dio”, si rivela il mistero dell’amore materno di Dio.

“Il grembo materno – continuava Ratzinger – è l’espressione più concreta dell’intimo intreccio di due esistenze e delle attenzioni verso la creatura debole e dipendente che, in corpo e anima, è totalmente custodita nel grembo della madre. Il linguaggio figurato del corpo ci offre così una comprensione dei sentimenti di Dio per l’uomo più profonda di quanto permetterebbe un qualsiasi linguaggio concettuale”.

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La dimensione “materna” di Dio

La teologia trinitaria alla prova dell’epistemologia femminista

3) Ciò non deve, tuttavia, sminuire il “volto paterno” di Dio, anche se va ricordato che la parola ‘Padre’ rimane una metafora per esprimere il tipo di amore divino.

Benedetto XVI nel suo primo volume su “Gesù di Nazaret” (Rizzoli, 2007), scrive che “nonostante le grandi metafore dell’amore materno, madre non è un titolo di Dio, non è un appellativo con cui rivolgersi a Dio”. Il papa chiarisce ancora meglio poi che “Dio è solo padre” e che “resta per noi normativo il linguaggio della preghiera di tutta la Bibbia” dove “l’immagine del padre era ed è adatta a esprimere l’alterità tra Creatore e creatura, la sovranità del suo atto creativo”.

Nel libro “Questioni di Fede” (Mondadori, 2010), Ravasi commenta che: “E’ quindi legittimo parlare di una dimensione ‘materna’ di Dio, ricordando però che si tratta sempre di un antropomorfismo, di un simbolo, come quello paterno, per esprimere l’ineffabile mistero divino e per raffigurare la realtà dell’Inconoscibile. La Bibbia, essendo parola di Dio incarnata, privilegia il volto paterno di Dio anche per i condizionamenti culturali dell’orizzonte in cui si è manifestata. E’ lecito, perciò, ridimensionare certe letture troppo letterali della ‘maschilità’ di Dio, senza però negare i valori che essa esprime”.

A questo proposito, Ratzinger nel volume “Dio e il mondo” spiegava che mentre “le religioni diffuse nell’area circostante a Israele conoscevano coppie di divinità, una divinità maschile e una divinità femminile”, “il monoteismo, al contrario, ha escluso le coppie di divinità e ha invece assurto a sposa del Signore l’umanità eletta, o meglio il popolo d’Israele. In questa storia d’elezione si adempie il mistero dell’amore che Dio nutre per il suo popolo, simile a quello di un uomo per la sua sposa. Da questo punto di vista l’immagine femminile viene in un certo qual modo proiettata su Israele e sulla Chiesa e infine personalizzata in maniera particolare in Maria. In secondo luogo, laddove si è fatto ricorso a metafore materne del divino queste hanno trasformato la concezione della creazione fino a che, all’idea di creazione, si è sostituita quella di emanazione, di parto, e poi ne sono scaturiti modelli quasi necessariamente panteistici. Al contrario, il Dio rappresentato nell’immagine paterna crea tramite la Parola e proprio da qui deriva la specifica differenza tra creazione e creatura”.

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