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Perché la Chiesa vuole intervenire nei dibattiti pubblici?

Aleteia - pubblicato il 25/01/13

In uno Stato laico, perché la Chiesa insiste nel voler esprimere la sua opinione?

La dottrina sociale della Chiesa sostiene che ogni individuo deve partecipare attivamente alla vita sociale, culturale e politica, perseguendo lo sviluppo integrale e l'edificazione del bene comune (Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, n. 189-191). Chi non partecipa attivamente alla costruzione della società e del bene comune, qualunque sia la sua religione, non sviluppa tutte le sue potenzialità e non sperimenta tutta la ricchezza che la vita gli offre.

I cristiani, mossi dalla sequela di Cristo e dall'amore per il prossimo, riconoscono un impegno ancor maggiore verso la giustizia e la costruzione del bene comune. Con questo spirito vogliono partecipare al dibattito pubblico (idem, n. 565). Di fronte ai gravi attentati che vengono praticati contro la persona umana, anche la Chiesa si vede chiamata a esprimersi come istituzione, come avviene nei pronunciamenti del papa e delle Conferenze episcopali su vari temi di interesse sociale.

Quando la Chiesa si presenta nel dibattito pubblico, parla partendo non dai suoi dogmi, ma dalla difesa della natura umana e della persona, illuminata dall'esperienza della fede, ma che può essere condivisa da tutti coloro che aspirano al bene comune (cfr. Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, n. 5). La condanna dell'aborto, ad esempio, non è difesa in funzione di un dogma cattolico sulla presenza dell'anima nel bambino ancora non nato, ma dal riconoscimento che la vita e la persona devono essere rispettate al di sopra di qualsiasi altro valore, se vogliamo costruire il bene comune, e che non si possono stabilire limiti cronologici, fisici o sociali ai diritti della persona. Questa posizione viene illuminata dalla fede, ma è condivisa da molti che non professano la fede cattolica.

Nel corso dei secoli, la Chiesa cattolica ha acquisito una saggezza che riguarda anche la forma più adeguata di amministrazione della società, dell'economia e del mondo politico. Questa saggezza è contenuta nella dottrina sociale della Chiesa. I cattolici credono che questa dottrina sia ispirata dallo Spirito Santo, ma i non cattolici possono riconoscere tale saggezza come frutto dell'esperienza storica – e anche concordare con questa e difenderne i principi. Per questo, è un dovere morale della comunità cattolica presentare la sua dottrina sociale nel dibattito pubblico (cfr. Sollicitudo rei socialis, n. 41).

I principi della dottrina sociale della Chiesa, nati sotto la luce della fede, mostrano la natura umana e il modo migliore per realizzarla, ad esempio condannando la riduzione della sessualità a un piacere passeggero, dissociandola dall'amore tra uomo e donna e dalle sue conseguenze, e/o la saggezza acquisita nel corso della storia, come difende la funzione sussidiaria dello Stato (lo Stato deve essere al servizio della persona e non il contrario).

Quando il magistero della Chiesa insiste sul fatto che il mondo della politica è una responsabilità dei laici (cfr. Sollicitudo rei socialis, n. 47, Christifideles Laici, n. 60), intende dire che la comunità cattolica è chiamata a influire sul dibattito pubblico, mirando alla costruzione del bene comune, anche se l'istituzione ecclesiastica deve mantenere la distanza necessaria dagli affari interni a uno Stato (Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri,n. 33).

Dall'altro lato, i sacerdoti e i vescovi, pur riconoscendo che la politica è prerogativa dei laici, non possono tacere quando i diritti della persona e gli interessi del bene comune vengono chiaramente violati.

Lo Stato laico è quello in cui tutti hanno lo stesso diritto di espressione, indipendentemente dal loro credo religioso, a patto che rispettino i principi del bene comune e del diritto altrui. Perché uno Stato realizzi pienamente la sua laicità, tutte le persone religiose – così come gli atei e gli agnostici – devono avere la stessa libertà di esprimersi in base alle loro diverse convinzioni. Uno Stato in cui solo le opinioni non religiose possono essere espresse non è laico, ma ateo. Le democrazie moderne, praticate ad esempio nell'Unione Europea, in Nordamerica e in Brasile, sono laiche e devono accettare che tutti si esprimano indipendentemente dalle proprie convinzioni religiose. Le dittature comuniste, come quella dell'ex Unione Sovietica nel XX secolo, hanno creato Stati atei, in cui le persone religiose non avevano la possibilità di esprimersi.

Al giorno d'oggi, lo Stato laico è fortemente minacciato non dall'egemonia dell'uno o dell'altro gruppo religioso, ma dall'egemonia dell'ateismo militante, che non accetta la manifestazione pubblica delle persone religiose. Ciò accade, in generale, perché il pensiero religioso difende valori fondamentali – come la dignità della persona, un'etica che rispetta la natura dell'essere umano, la giustizia e il bene comune – che si scontrano con interessi economici e politici dominanti nella nostra società.

Il cristianesimo ha sempre riconosciuto la necessaria separazione tra il potere temporale (lo Stato) e la religione (“a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio”, Mt 22, 21). Nell'antichità, però, quando ciascun popolo rendeva culto ai propri dei, questa distinzione era quantomeno insolita. A partire dall'imperatore romano Costantino, nel IV secolo, la conversione dei sovrani al cristianesimo finiva per vincolare la religione cristiana al potere temporale. Oltre a ciò, dopo la caduta dell'Impero romano (476 d.C.) la Chiesa cattolica sentì la necessità di educare e orientare il popolo cristiano verso la ricostruzione di una società organizzata e più capace di occuparsi del bene comune. Da allora, questo dovrebbe essere sempre il senso degli interventi della Chiesa nel dibattito pubblico.

Nel Medioevo, l'Europa era unificata dalla fede e i principi cristiani ordinavano la vita politica e sociale, creando la “cristianità”. Non si è trattato di un “periodo buio”, ma di un periodo di sviluppo  e ricostruzione di un continente in cui la civiltà era stata distrutta dalle invasioni barbariche; la vicinanza al potere temporale, però, fece sì che si usasse la fede per legittimare sia le buone che le cattive azioni.

Dal XV secolo, con il rafforzamento degli Stati nazionali, l'ascesa dell'assolutismo monarchico e la divisione del cristianesimo realizzata dalla Riforma protestante, il mondo della cristianità è andato scomparendo. La popolazione continuava ad essere cristiana e la fede ad avere un ruolo importante nella legittimazione del potere temporale, ma senza la forza del periodo precedente. In molti Paesi vigeva il sistema del patronato regio, in base al quale il re doveva proteggere e amministrare gran parte delle attività della Chiesa. Quello che potrebbe apparire oggi un modo per favorire il cattolicesimo finì per rappresentare una forma di controllo dello Stato sulla Chiesa. La separazione definitiva tra la Chiesa cattolica romana e lo Stato avvenne a partire dalle cosiddette rivoluzioni borghesi, come la Rivoluzione francese (1789), le guerre di indipendenza dell'America spagnola e la proclamazione della repubblica in Brasile (1889).

Con l'esperienza storica, la stessa Chiesa percepì sempre più l'importanza della separazione tra potere temporale e religione. Allo stesso tempo, capì che in un mondo senza Dio sorgono sempre nuove e più terribili aggressioni alla vita e alla dignità della persona umana. Per questo, non ha mai rinunciato al suo ruolo di educare e orientare la società intera, mirando alla costruzione del bene comune.

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