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Cosa vale la pena di comunicare davvero?

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Un'informazione che non si limiti a seguire l'onda è possibile

La libertà di scegliere cosa vale la pena di comunicare davvero, quali sono le notizie che contano e quali invece seguono semplicemente l'onda è la richiesta che i giornalisti potrebbero fare a San Francesco di Sales, loro patrono, nel giorno in cui la Chiesa lo commemora, il 24 gennaio.

“Come ritrovare il gusto di vivere la professione nonostante le contraddizioni e ciò che di scorretto si compie?”, si potrebbe aggiungere (Ucsi.it, 19 gennaio).

Francesco (1567-1622) è stato dichiarato patrono di chi svolge la professione giornalistica nel 1923 per la sua passione nel diffondere la Buona Novella evangelica utilizzando anche metodologie nuove. Non essendo ascoltato dal pulpito, iniziò infatti a pubblicare dei foglietti volanti, che faceva scivolare sotto gli usci delle case o affiggeva ai muri.

Ai giornalisti lasciò il suo testamento: “Non è per la grandezza delle nostre azioni che noi piaceremo a Dio, ma per l'amore con cui le compiamo”. “Se sbaglio”, aggiungeva, “voglio sbagliare piuttosto per troppa bontà che per troppo rigore”.

È  allora un invito a seguire il proprio cuore quello che il santo rivolge anche ai giornalisti di oggi. Basterebbe ripartire dal suo detto “il cuore parla al cuore”, ripreso poi da un suo grande estimatore, il beato John Henry Newman. Quella frase prosegue aggiungendo che, al contrario, “la lingua non parla che agli orecchi”. “Non è questa una fotografia impietosa ma realistica dei nostri giornali e tg? Non sono pieni di pagine e servizi costruiti solamente su chiacchiere?” (Vino Nuovo.it, 24 gennaio 2011). Francesco di Sales aveva trovato nel Vangelo una notizia grande e la sapeva trasmettere in parole comprensibili da tutti. “Perché, invece, noi finiamo sempre per rinchiuderci in storie dall'orizzonte molto piccolo e raccontate in un linguaggio accessibile solo a chi ha letto e conservato tutte le puntate precedenti?”.

La parola chiave è proprio la libertà. Al giorno d'oggi si parla molto di libertà di informazione, di concentrazioni editoriali, ma si dovrebbe provare a parlare di un'altra libertà, quella che non chiama in causa “i massimi sistemi”, ma il modo in cui concretamente ciascuno svolge il mestiere giornalistico, la libertà appunto di scegliere cosa vale la pena di comunicare dicendo anche dei no, la libertà di “rinunciare a qualche status symbol pur di mostrare concretamente che un altro modo di fare informazione è possibile”.

Allo stesso modo, bisognerebbe concentrarsi di più sui lettori, ovvero sul pubblico, che sta uscendo da una posizione passiva grazie soprattutto alle nuove tecnologie. Nel mondo dei nuovi media, infatti, il valore delle notizie non è più intrinseco al loro stesso contenuto, ma si ritrova nella loro capacità di creare relazioni tra i contenuti e tra le persone; la notizia non è il contenuto che riempie la pagina o il tempo radio o televisivo, ma il servizio che si presta a qualcuno, e interessa ed ha senso se crea “conversazione” (Cyberteologia.it, 23 gennaio).

In un'epoca in cui gli organi di informazione si moltiplicano e si scompongono, quindi, il giornalismo non è più solo una professione, ma assume una vera e propria dimensione antropologica.

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