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Chiedere una mamma e un papà per ogni bambino? Non è solo un “pregiudizio”

Aleteia - pubblicato il 24/01/13

Bisogna pretendere la situazione ottimale, non il male minore

Chiedere che ogni bambino abbia un padre e una madre e sia cresciuto da questi non è un pregiudizio, ma equivale a voler assicurare a ciascuno la situazione ottimale in cui svilupparsi in modo equilibrato.

La questione è tornata prepotentemente alla ribalta dopo che la Cassazione ha respinto il ricorso presentato da un immigrato musulmano violento che aveva abbandonato la convivente quando il figlio aveva 10 mesi. La Corte ha confermato l'affido esclusivo del bambino alla madre, che vive con un'altra donna, un'assistente sociale della comunità per tossicodipendenti dove aveva trascorso un lungo periodo per disintossicarsi.

La decisione è stata lodata dalle associazioni omosessuali come un riconoscimento del diritto delle coppie dello stesso sesso ad avere figli perché in grado di crescerli come qualsiasi coppia eterosessuale, ed ha suscitato veementi proteste da parte di chi si oppone a questa posizione.

Per la Corte Suprema, sostenere che “sia dannoso per l'equilibrato sviluppo del bambino il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale” è un “mero pregiudizio”. In realtà, già uno studio del 1989 aveva rilevato come i bambini che crescono all’interno di una coppia omosessuale abbiano una probabilità assai maggiore rispetto a quelli che vengono educati in famiglie di coppie eterosessuali di soffrire di disturbi psicologici e autolesionismo, avere una bassa autostima e diventare tossicodipendenti (La Nuova Bussola Quotidiana, 12 gennaio).

Uno studio del giugno 2012 dell’Università del Texas ha poi rivelato che i “figli” cresciuti in una famiglia omosessuale pensano maggiormente al suicidio (il 12% contro il 5% dei figli di coppie etero), sono più propensi al tradimento (40% contro il 13%), sono più spesso disoccupati (28% contro l’8%), ricorrono più facilmente alla psicoterapia (19% contro l’8%), sono più spesso seguiti dall’assistenza sociale (Vatican Insider, 11 gennaio).

Per il giurista e avvocato Carlo Cardia, oltre al fatto “già gravissimo” che la sentenza della Cassazione metta da parte formulazioni legislative che parlano del diritto del bambino ad essere curato e allevato dai genitori, come l'art. 29 della Costituzione italiana, colpisce che si cancelli “tutto ciò che l’esperienza umana, e con essa le scienze psicologiche, ha elaborato e accumulato in materia di formazione del bambino”, che “privato artificiosamente della doppia genitorialità vede venir meno la dimensione umana e affettiva necessaria per la crescita e il suo armonico sviluppo” (Avvenire.it, 12 gennaio).

Molti, poi, non hanno colto un aspetto chiave della questione: il bambino, infatti, è stato affidato dal tribunale a una coppia omosessuale, ma alla madre  (Huffington Post, 12 gennaio). Si è quindi “semplicemente confermata” la linea che, nei casi di separazione, tende ad affidare alla madre il compito di educare il figlio (L'Osservatore Romano, 13 gennaio).

Per Adriano Pessina, Direttore del Centro di Ateneo di Bioetica Università Cattolica del Sacro Cuore, la questione che un bambino possa svilupparsi in modo equilibrato anche all’interno di una coppia omosessuale “è male impostata e non è il cuore del problema etico e giuridico”. Un bambino, infatti, può maturare in situazioni difficili e problematiche, “ma nessuno ritiene che si debbano creare queste situazioni soltanto perché in alcuni casi non si provocano danni”.

Non esiste inoltre alcun diritto ad avere figli, né per coppie eterosessuali né per quelle dello stesso sesso, perché i diritti “si esercitano sulle cose, non sulle persone”. Parlare di figli delle coppie gay e lesbiche è poi “solo una mistificazione, una manipolazione del linguaggio visto che il loro amore non può generare figli” (Nipoti di Maritain.blogspot.it, 12 gennaio).

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