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Solo una profonda riflessione etica può salvare il capitalismo

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Il primato della persona è il valore da riscoprire

Si stanno rivelando profetiche le parole che papa Giovanni Paolo II disse nel 1989, nei giorni dell'euforia per la caduta del Muro di Berlino, a Joaquín Navarro-Valls: “Il capitalismo ha bisogno di una profonda riflessione etica” (Agenzia Sir, 3 dicembre).

Era l'epoca dell'invito ad arricchirsi dopo le difficoltà attraversate dal mondo occidentale negli anni Settanta, e il tutto è proseguito fino a cinque anni fa, quando è crollato il castello di carte costruito dalla speculazione finanziaria anglosassone, adottato da buona parte dei Paesi.

Nel lungo periodo di benessere, costruito – come poi si è scoperto – su debiti dolorosi da ripagare, hanno soprattutto “trionfato i soldi”, passati da mezzo a fine, “da valore economico a valore quasi etico”, mentre “a retrocedere è stato l’uomo”. Nella maggior parte del mondo occidentale si impone quindi con urgenza la riflessione invocata da papa Wojtyła, soprattutto da parte di una classe politica che ha scelto spesso e per molto tempo “un profilo basso, quasi mediocre”, “un tirare a campare lasciando correre”.

In questo contesto, si è levata anche la voce di Benedetto XVI, che ricevendo il 3 dicembre in udienza i partecipanti alla plenaria del Pontificio Consiglio della giustizia e della pace ha ricordato come anche in periodi di recessione economica si debba sempre difendere il primato della persona, che non può essere degradata a capitale umano o a “parte di un ingranaggio produttivo e finanziario” (L'Osservatore Romano, 4 dicembre).

L'essere umano, “costitutivamente trascendente” rispetto agli altri esseri e beni terreni, gode di un “reale primato” che lo pone come “responsabile di se stesso e del creato” (Avvenire.it, 3 dicembre).

Anche se la difesa dei diritti ha fatto grandi progressi, la cultura odierna, caratterizzata tra l’altro da “un individualismo utilitarista e un economicismo tecnocratico”, tende a svalutare la persona, ritenendola una mera “risorsa” (Vatican Insider, 3 dicembre). Malgrado si continui a proclamare la dignità della persona, ha spiegato il papa, si affermano nuove ideologie, che contribuiscono sempre più a considerare il lavoratore dipendente e il suo lavoro “beni minori”, e a “minare i fondamenti naturali della società, specialmente la famiglia”.

In un panorama simile, i cristiani devono impegnarsi in una “nuova evangelizzazione del sociale” che aiuti a “detronizzare gli idoli moderni” e a sostituire l’individualismo, il consumismo materialista e la tecnocrazia con la cultura della fraternità, della gratuità e dell’amore solidale.

Poiché per il cristianesimo il lavoro è “un bene fondamentale per l'uomo”, l'obiettivo dell'accesso al lavoro per tutti è quindi “sempre prioritario”, anche se l'economia è in crisi (Radio Vaticana, 3 dicembre). E a questo proposito, ad esempio, in Italia la precarietà ha ormai toccato livelli record, tra i giovani ma anche tra gli adulti. In aumento anche gli scoraggiati che non cercano neanche più lavoro, e che tra luglio e settembre hanno raggiunto quasi 1,6 milioni (Avvenire.it, 3 dicembre).


Anche se la Chiesa non ha il compito di suggerire, dal punto di vista giuridico e politico, la configurazione concreta di un ordinamento internazionale, offre a chi ne ha la responsabilità i principi di riflessione, criteri di giudizio e orientamenti pratici che possano garantirne “l’intelaiatura antropologica ed etica attorno al bene comune”. Non, quindi, un “superpotere” concentrato nelle mani di pochi, che dominerebbe su tutti i popoli sfruttando i più deboli, ma un'autorità da intendere innanzitutto come “forza morale”, in un contesto sempre più complicato.

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