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In che modo l'arte può tornare a trasmettere la fede?

Rodolfo Papa - pubblicato il 06/12/12

Viviamo nella civiltà delle immagini, ma quello dell'arte sembra essere diventato al giorno d'oggi un linguaggio oscuro.

Nella attuale “civiltà delle immagini”, è oltremodo presente solo una certa tipologia di immagini (pubblicitarie, televisive, telematiche) che ha depauperato la presenza e la comprensibilità delle immagini artistiche, tanto che “il diluvio delle immagini che ci circondano significa al tempo stesso la fine della immagine” (J. Ratzinger, “Introduzione alla liturgia”). Eppure è vero che «oggi più che mai, nella civiltà dell’immagine, l’immagine sacra possa esprimere molto di più della stessa parola, dal momento che è oltremodo efficace il suo dinamismo di comunicazione e di trasmissione del messaggio evangelico» (Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica). Per recuperare uno sguardo capace di guardare le immagini prodotte dall’arte sacra occorre guardare alla storia dell’arte cristiana, evidenziandone il significato cristologico, valorizzandone la capacità di testimonianza credibile, sottolineando il legame intrinseco tra bellezza e santità.

1) L’attuale civiltà delle immagini è in realtà contraddistinta da una diffusa iconofobia, eppure anche in questo difficile contesto, l’arte sacra è ancora cammino privilegiato di evangelizzazione.

La contemporanea civiltà delle immagini si affida solo a un versante molto limitato delle immagini stesse, ovvero alle immagini pubblicitarie, televisive, telematiche, immagini quasi esclusivamente in movimento, di fatto ignorando il complesso linguaggio che è parlato dalle immagini artistiche. Questo fenomeno è stato descritto da Burke nei termini di “iconofobia”[1]; potremmo interpretarlo nei termini di Belting come un passaggio dal culto delle immagini al culto della parola (che ad avviso di Belting è la forma protestante della iconoclastia)[2]; Maria Bettetini lo collega al “cannibalismo” delle immagini virtuali: «è una iconoclastia endogena, quella che avevamo definito cannibale: le immagini virtuali si distruggono tra loro e si autodistruggono, perché sono facilmente interscambiabili, appiattite sul loro rappresentare se stesse. Invadono la vita quotidiana dell’uomo del ventunesimo secolo, che tuttavia possiede armi rapide per disfarsene: un click, un mouse, un del»[3].

Come la sovrabbondanza della luce elettrica ha di fatto reso ciechi di fronte alle gradazioni di luce e di ombra, così la sovraesposizione di una certa tipologia di immagini ha reso analfabeti di fronte alle immagini in quanto tali.

L’allora card. Joseph Ratzinger scriveva parole importanti sulla “fine dell’immagine” nel “mondo delle immagini”: «il nostro mondo delle immagini non oltrepassa più l’apparenza sensibile, e il diluvio delle immagini che ci circondano significa al tempo stesso la fine dell’immagine: al di là di ciò che può essere fotografato non c’è più nulla da vedere. Allora, però, diventa impossibile non soltanto l’arte dell’icona, l’arte sacra, che è basata su un modo di vedere più in profondità; l’arte in se stessa […] resta priva di oggetto» [4].

In questa situazione così problematica, non mancano autentici segni forti che rimandano alla necessità di recuperare le immagini sacre come annunciatrici della Fede: ricordiamo per esempio il documento finale della Sessione Plenaria del Pontificio Consiglio della Cultura del 2006 dedicata a La via pulchritudinis. Cammino privilegiato di evangelizzazione e dialogo, oppure la riflessione svolta dai vescovi di Toscana dalla Nota Pastorale del 1997 La vita si è fatta visibile. La comunicazione della fede attraverso l’arte fino ai recentissimi interventi dell’arcivescovo di Firenze card. Betori al XIII Sinodo dei Vescovi; oppure ancora le profonde riflessioni sulla Cappella Sistina proposte da Giovanni Paolo II nel Trittico romano, o la incisiva notazione nella premessa del Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica scritta dall’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, Card. Ratzinger, oggi Benedetto XVI: «Anche l’immagine è predicazione evangelica. Gli artisti di ogni tempo hanno offerto alla contemplazione e allo stupore dei fedeli i fatti salienti del mistero della salvezza…. un indizio questo, di come oggi più che mai, nella civiltà dell’immagine, l’immagine sacra possa esprimere molto di più della stessa parola, dal momento che è oltremodo efficace il suo dinamismo di comunicazione e di trasmissione del messaggio evangelico».

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