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Quali sono i limiti alle rappresentazioni del peccato nell'arte?

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Aleteia - pubblicato il 01/12/12

C'è una ragione che spinge a rappresentare il peccato nell'arte?

Già nel 1936 la Chiesa aveva identificato il cinema come una forza significativa per il bene nella società, così come una forza tremenda per la corruzione. Nella sua enciclica “Vigilanti Cura”, papa Pio XI sottolineava i pericoli del cinema attraverso parole che suonano valide ancora oggi, con riferimento non solo al cinema, ma a tutte le arti: “La ricreazione, infatti, nelle sue molteplici forme, è divenuta ormai una necessità per la gente che si affatica nelle occupazioni della vita; ma essa dev’essere degna dell’uomo ragionevole, e perciò sana e morale; deve sollevarsi al grado di un fattore positivo di bene e suscitatore di nobili sentimenti. Un popolo che nei suoi momenti di riposo si dedica a divertimenti che offendono il retto senso del decoro, dell’onore, della morale, a ricreazioni che riescono occasione di peccato, specialmente per i giovani, si trova in grave pericolo di perdere la sua grandezza e la stessa potenza nazionale” (Parte II).

Con lo stesso spirito, papa Pio XII, nella sua enciclica del 1957 “Miranda Prorsus”, ha affermato che sia l’arte che il pubblico si degradano quando l’arte è animata da una concezione erronea di libertà che sostiene il diritto a rappresentare e diffondere qualsiasi cosa. Citando il suo breve discorso in occasione del quinto centenario della morte del Beato Angelico, Pio XII affermava: “È vero che all’arte per esser tale, non è richiesta una esplicita missione etica o religiosa”, ma “se il linguaggio artistico si adeguasse, con le sue parole e cadenze, a spiriti falsi, vuoti e torbidi, cioè non conformi al disegno del Creatore, se, anziché elevare la mente e il cuore a nobili sentimenti, eccitasse le più volgari passioni, troverebbe spesso eco e accoglienza, anche solo in virtù della novità, che non è sempre un valore, e della esigua parte di reale che ogni linguaggio contiene; ma una tale arte degraderebbe se stessa, rinnegando il primordiale ed essenziale suo aspetto, né sarebbe universale – perenne, come lo spirito umano, a cui si rivolge”. Pio XII parla di arte come di un appello allo spirito umano – una realizzazione compiuta catturando il bello, che è esso stesso parte del “linguaggio” dello spirito. La bellezza, come osservava il filosofo Jacques Maritain, “appartiene all’ordine trascendentale e metafisico. È per questo che tende di per sé a descrivere l’anima oltre il creato… Nel momento in cui si tocca il trascendente, si tocca l’essere stesso, una somiglianza a Dio, un assoluto, che nobilita e allieta la nostra vita; si entra nel campo dello spirito. È degno di nota che gli uomini possano davvero comunicare l’uno con l’altro solo attraverso l’essere o una delle sue proprietà. Solo in questo modo sfuggono dall’individualità in cui la questione li rinchiude. Se restano nel mondo dei loro bisogni sensibili e degli ego sentimentali, si raccontano invano a vicenda le loro storie…” (Arte e Scolastica, capitolo V, “Arte e Bellezza”).

Il bello, però, non è lo stesso del “piacevole”, del superficialmente “gradevole” o dell’“emotivamente confortevole”. Per penetrare attraverso la nube di quelli che Maritain definisce i nostri “bisogni sensibili ed ego sentimentali”, la bellezza deve spesso provocare e metterci a disagio. Nella sua Lettera agli Artisti del 1999, il beato papa Giovanni Paolo II sottolineava che nella nostra cultura umanistica sempre più secolare l’arte e la fede si sono allontanate, “almeno nel senso di un diminuito interesse di molti artisti per i temi religiosi” (n. 10). L’arte, “anche al di là delle sue espressioni più tipicamente religiose, quando è autentica, ha un’intima affinità con il mondo della fede, sicché, persino nelle condizioni di maggior distacco della cultura dalla Chiesa, proprio l’arte continua a costituire una sorta di ponte gettato verso l’esperienza religiosa. In quanto ricerca del bello, frutto di un’immaginazione che va al di là del quotidiano, essa è, per sua natura, una sorta di appello al Mistero” (idem). “Persino quando scruta le profondità più oscure dell’anima o gli aspetti più sconvolgenti del male, l’artista si fa in qualche modo voce dell’universale attesa di redenzione”.

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