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Con l’Imu è a rischio il no profit?

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L’imposta rischia di ridurre dimensioni e attività del terzo settore

Con l'IMU non si danneggia solo la Chiesa, ma tutto un settore con 750.000 occupati, 5 milioni di volontari e 50 milioni di fruitori.

È  “giusto che la Chiesa paghi per attività extraculto. Vanno rispettati i principi dell’Unione europea”. Il Consiglio di Stato ha dato il via libera al regolamento del Governo che fissa le modalità per tassare gli immobili commerciali degli enti non commerciali, e quindi anche i beni della Chiesa che hanno destinazioni commerciali, che da gennaio 2013 avranno l’obbligo di pagare l’IMU (Imposta Municipale Unica), in quota parte rispetto all’attività concretamente no-profit (Vatican Insider, 14 novembre). Per quanto riguarda i criteri, ci si dovrà riferire “alla normativa del diritto UE” (La Stampa.it, 13 novembre).

Il regolamento è composto da 7 articoli che identificano i soggetti “no profit” e regolano anche gli immobili che hanno utilizzazione mista, quelli che avevano creato problemi di applicazione della nuova IMU. Se sarà possibile individuare l’immobile o la porzione di immobile adibita ad attività non commerciale, verrà esentata solo questa “frazione di unita”; se non sarà possibile, si applicherà l’esenzione in modo proporzionale all’utilizzazione non commerciale dell’immobile.

La difficoltà sorge circa l’eterogeneità dei requisiti individuati per stabilire le attività non commerciali: in alcuni casi è utilizzato il criterio delle gratuità o del carattere simbolico delle rette (attività culturali, ricreative, sportive), in altri il criterio dell’importo non superiore alla metà di quello medio previsto per le stesse attività svolte nel medesimo ambito territoriale (per le attività ricettive e in parte per quelle sanitarie); in altri ancora, vale il criterio della non copertura integrale del costo effettivo del servizio (attività didattiche).

Per Riccardo Bonacina, fondatore del magazine Vita No Profit, si tratta di una seria minaccia al terzo settore, che rischia di veder ridotte dimensioni e attività: “Tutti gli enti dovranno pagare, qualsiasi attività economica sarà considerata commerciale. Il vero inghippo sta qui” (Tempi.it, 14 novembre).

Una cosa di cui bisogna tener conto è che seguendo il parere del Consiglio di Stato non verrebbero cancellate solo le esenzioni riconducibili solo agli enti della Chiesa cattolica, come qualcuno vuole far credere, ma quelle di tutto il mondo del no profit, che comprende più di 400.000 organizzazioni di vario tipo, con 750.000 occupati, 5 milioni di volontari e 50 milioni di italiani che fruiscono di questi servizi.

“A chi interessa mettere in ginocchio il terzo settore?”, ha chiesto il presidente del Forum delle Associazioni familiari, Francesco Belletti. Per il Ministro per la Cooperazione e Integrazione, Andrea Riccardi, “penalizzare il no-profit significherebbe impoverire il Paese” e “far ricadere sullo Stato i costi aggiuntivi che ne deriverebbero, qualora le organizzazioni della società civile non fossero più in grado di provvedere alle attività educative, assistenziali e sanitarie” (Avvenire.it, 15 novembre).

Anche il presidente della Cei, il cardinale Angelo Bagnasco, è intervento nel dibattito ribadendo la posizione della Chiesa secondo cui è normale che le attività commerciali debbano pagare le tasse sugli immobili. Tuttavia, ha precisato, “per quanto riguarda le attività di volontariato mi pare che sia doveroso riconoscere la valenza sociale non solo per la Chiesa ma per tutti, del non profit nel tessuto sociale italiano” (Avvenire, 14 novembre).

Sulla situazione influisce sicuramente la facile retorica sulle esenzioni troppo larghe alla Chiesa cattolica in Italia. Il direttore di “Avvenire”, Marco Tarquinio, ha sottolineato la necessità di respingere la “favola della cappellina che renderebbe esente un edificio alberghiero”; anzi, “un edificio che ha una cappellina all’interno, paga l’imposta anche sulla cappellina”.

Riferendosi all’accusa dei radicali per cui l’esenzione alla Chiesa produrrebbe nelle casse dello Stato un buco di “almeno 500 milioni all’anno”, Tarquinio ha ribattuto che i primi due contribuenti del comune di Roma per l’IMU sono, dopo l’Inps, l’Apsa (Amministrazione del patrimonio della sede apostolica) e Propaganda fide, cioè due organismi del Vaticano presenti con immobili di proprietà e affittati anche fuori dal confine dello Stato pontificio.
 

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