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Perché i preti non si possono sposare?

© P.M WYSOCKI / LUMIÈRE DU MONDE
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Perché esiste questa tradizione all'interno della Chiesa?

Il celibato è intimamente connesso con l’essenza stessa del sacerdozio come partecipazione alla vita di Cristo, alla sua identità e missione. Al giorno d’oggi è una norma disciplinare – e non un dogma di fede – in uso nella Chiesa di rito latino, fonte di doni spirituali incommensurabili, come testimoniano le vite di tanti santi.

1. Sin dalla Chiesa dei primi secoli il celibato è stato accolto, sulla scia dell’esempio degli apostoli, non solamente come una disciplina, ma innanzitutto come un dono carismatico.

Al giorno d’oggi i ministri ordinati della Chiesa cattolica di rito latino, ad eccezione dei diaconi permanenti, devono essere celibi. Questa norma disciplinare – suscettibile quindi di modifiche nel senso di permettere l’ordinazione presbiterale di uomini sposati – si è imposta a partire dal Concilio di Trento (1545-1563), ma ha seguito un percorso storico di discernimento le cui radici risalgono fino agli albori della Chiesa. Nei primi secoli molti ministri sacri erano sì sposati, ma erano tenuti allo stesso tempo alla pratica della continenza, una pratica risalente alla tradizione apostolica e che era stata motivata dai Padri con la raccomandazione di Paolo, secondo cui la continenza favorisce la donazione a Dio nella preghiera (1Cor 7,5).

Gli apostoli, per meglio conformarsi all’esempio di Gesù, scelsero infatti di lasciare mogli e figli per vivere in maniera fraterna e celibe o perlomeno continente, nel caso in cui fossero già sposati come Pietro. Cristo, che appariva già come “segno di contraddizione” (Lc 2,34) per i giudei di allora, per gran parte dei quali il celibato era una condizione umiliante (Gdc 11,37), scelse di farsi “eunuco per il regno dei cieli” (Mt 19,12) al fine di dedicare tutte le sue energie all’annuncio del regno di Dio, libero da qualsiasi legame familiare. E così visse nel celibato e nella continenza perpetua, senza generare figli, permettendo tuttavia alle donne, a differenza dei rabbini dell’epoca, di seguirlo e di ascoltare la sua parola, condividendo con lui un’amicizia autentica e matura.

Sulla scia di questa concezione della Chiesa apostolica, la prescrizione dell’essere sposati “ad una sola moglie” per i candidati all’episcopato, al diaconato (1Tm 3,2; 1Tm 3,12) e al presbiterato (Tt 1,6), secondo la spiegazione fornita da papa san Siricio (384-399) nelle decretali Directa (385) e Cum in unum (386) ci fa capire che in realtà, sin dal tempo della stesura delle lettere pastorali tradizionalmente attribuite a san Paolo, i vescovi, i sacerdoti e i diaconi erano tenuti a mantenere la completa continenza.  Quindi tutti i diaconi, presbiteri e vescovi, indifferentemente dal fatto che fossero sposati, vedovi o celibi, dal giorno della loro ordinazione dovevano astenersi da ogni forma di attività sessuale e non dovevano generare figli.

A partire dal 200 d.C., fonti provenienti sia da Oriente che Occidente ci danno indicazioni su una sempre più frequente prassi di astinenza da parte dei chierici. A partire dal III secolo, la tendenza generale va così indubbiamente verso un clero celibe. In Occidente il documento legislativo più antico che prevede l’astinenza per i ministri sacri, pena la deposizione dal ministero, è il can. 33 del Concilio di Elvira, nella Spagna meridionale (306 c.a.). L’affermarsi del monachesimo nel IV secolo favorì poi probabilmente un approfondimento teologico dell’astinenza dei chierici.

Il X secolo, invece, fu caratterizzato da un notevole declino culturale e religioso, che portò all’abbandono quasi generale della pratica del celibato tra il clero. Successivamente, nell’XI sec. la riforma gregoriana incoraggiò la ripresa della disciplina, sancita poi durante il primo Concilio ecumenico del Laterano nel 1123, mentre il secondo Concilio Lateranense nel 1139 stabilì la nullità del matrimonio contratto dopo l’ordinazione. Il Concilio di Trento ribadì infine la possibilità del voto di castità e definì la maggiore dignità dello stato virginale.

2. Le Chiese orientali in comunione con Roma continuano a ordinare sacerdoti uomini sposati ma richiedono il celibato per l’episcopato oltre che per i monaci, come segno del grande valore che esso ricopre.

Nei primi secoli le Chiese d’Oriente hanno conosciuto, esattamente come quelle d’Occidente, l’astinenza dei chierici, come ci testimoniano in alcuni scritti sant’Epifanio, vescovo di Salamina, san Girolamo, uno dei maggiori Padri della Chiesa d’Occidente, e lo stesso imperatore Giustiniano.

Solo nel V secolo la linea comune si frantumerà. Questo processo ebbe inizio in Oriente con il distacco di gran parte delle Chiese non greche dalla Chiese dell’impero e si protrarrà nella Chiesa bizantina. Oggi praticamente tutte le Chiese orientali rifiutano sia una disciplina di astinenza, sia la disciplina celibataria seguita in Occidente. Attualmente, quindi, nelle Chiese orientali ci sono diaconi e sacerdoti sposati che mettono al mondo figli anche dopo l’ordinazione, pur permanendo elementi legati al celibato: come ad esempio il divieto delle seconde nozze, il divieto di sposarsi dopo l’ordinazione e soprattutto la scelta dei candidati all’episcopato fra coloro che vivono il celibato.

A fare da spartiacque fu il Sinodo bizantino di Trullo (691). A partire da quella data, infatti, in Oriente si permise l’uso del matrimonio ai chierici sposati quando non compivano il servizio all’altare, mettono così meno in evidenza il carattere della dimensione sponsale del sacerdozio. Di conseguenza, decadde in Oriente la celebrazione giornaliera dell’eucaristia da parte dei sacerdoti sposati, perché altrimenti avrebbero dovuto astenersi sempre dai loro doveri coniugali. La ricerca storica è quasi concorde nel ritenere che il sinodo trullano abbia fatto uso di testi manipolati o mal tradotti dei sinodi nordafricani del 390 e 401, contenenti pronunciamenti a favore della completa astinenza dei chierici, distorcendone poi il messaggio in senso contrario.

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