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Se “The Donald” non vuole incontrare Francesco…

(L) Antoine Mekary (R) Gage Skidmore
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Il presidente americano per la prima volta non incontrerà il Papa. Non solo difficoltà logistiche ma priorità differenti...

Donald Trump sarà in Italia 26 e il 27 maggio, per la precisione in Sicilia, a Taormina, per il summit del G7: un appuntamento che, nella agenda dei suoi impegni risulterà stretto tra altri due eventi: il vertice della Nato a Bruxelles, il 25, e la necessità di essere in patria per il Memorial Day, la giornata in cui negli Usa si commemorano i caduti in guerra, lunedì 29 maggo. Tuttavia sarebbe la prima volta dai tempi di Roosvelt che un Presidente degli Stati Uniti in visita in Italia non faccia anche una tappa in Vaticano, specialmente la prima volta da quando egli è in carica. E’ una rivelazione del Financial Times che cita fonti della Segreteria di Stato vaticana che confermano che non ci sono state richieste di incontri da parte della diplomazia americana (HuffPost).

Di per sé tutto può essere derubricato all’impossibilità fisica di essere a Roma e dunque ad un mero “conflitto di agende”, tuttavia viste le tensioni su numerosi tempi come i migranti e le questioni ambientali – e più di recente l’uso della forza in Siria – è probabile che il Presidente Trump abbia optato di ignorare il Pontefice per non acuire le tensioni presenti. Ma il problema delle relazioni tra Vaticano e Stati Uniti esiste. Per esempio non è stato nominato ancora il nuovo ambasciatore presso la Santa Sede, come invece normalmente avviene ad ogni cambio di Amministrazione (Lettera 43, 30 marzo).

Le differenze tra la Santa Sede e Washington sono molto marcate: dall’aumento delle spese militari, al taglio di quelle sociali, al travel ban che si è trasformato in un sostanziale muslim ban, proprio mentre il Papa tende la mano all’Islam nella speranza di isolare il fondamentalismo. La visita in Egitto che avverrà dopo Pasqua serve a non lasciare sola la comunità copta e a mostrare che le religioni possono convivere, il problema è il fanatismo, non la fede.

«Siamo preoccupati», ha detto monsignor Oscar Cantù, vescovo di Las Cruces, in New Mexico «dall’aumento della spesa militare, dalla riduzione degli aiuti internazionali. Ho ritenuto di sottolineare quanto importante sia lo sviluppo di regioni che hanno bisogno di essere stabilizzate e quindi di quanto investirvi sia saggio, sia in termini di tempo che di fondi», tanto per ribadire che anche la Chiesa cattolica americana qualche difficoltà con le scelte di bilancio di Trump.

In un editoriale diffuso dal giornale della diocesi di Città del Messico, si legge tra l’altro: “Dinanzi al terrore dell’amministrazione Trump, la chiesa cattolica, su entrambi i lati del confine, fa appello all’unità. Durante questa settimana, i vescovi del Texas e del Messico si sono impegnati, in questo difficile momento storico, a fornire servizi di qualità ai migranti: spirituali, legali, materiali e di assistenza della famiglia, e a mantenere una presenza costante nei centri e nelle case d’accoglienza ai migranti dal confine meridionale del Messico e negli Stati Uniti, perché, dinanzi a questo ambiente di diffidenza e tradimento, le chiese sono diventate l’unico rifugio sicuro in cui si può dare loro garanzie per proteggere i loro diritti legali”. Quindi si osserva: “ La ricerca di soluzioni giuridiche, politiche e sociali non è più un’opzione, si tratta di questioni imperative” (Internazionale, 28 febbraio).

Come annota il teologo italiano trapiantato in America, Massimo Faggioli sull’HuffPost:

Il recente cambiamento di tono nei rapporti tra USA e Russia rappresenta un’ulteriore incognita per la diplomazia vaticana, e non solo per coloro che speravano in un allineamento tra Trump, Putin, e Assad. I missili americani lanciati contro la base militare siriana la settimana scorsa hanno alienato a Trump il sostegno di alcuni trumpiani isolazionisti in America, ma anche le speranze dei sostenitori – tanto in Occidente che in Siria – di una Realpolitik delle grandi potenze a difesa della dittatura siriana.

Vi è infine il lato ecclesiale-globale della questione. L’impulsività della politica estera di Trump preoccupa non solo per la questione siriana, ma anche per un altro scenario cruciale sia per gli Stati Uniti sia per la Santa Sede: la Cina (con cui il Vaticano è in trattative da lungo tempo per una soluzione al problema della libertà religiosa dei cattolici) e la Corea (un paese diventato molto importante per la chiesa cattolica in Asia). Oltre a questo, vi è una questione generale circa l’effetto delle udienze dei presidenti degli Stati Uniti in Vaticano. Solo uno dei presidenti ricevuti da un papa era cattolico, John Kennedy nel luglio 1963, ma le udienze in Vaticano hanno spesso mandato segnali alla chiesa americana: come accadde all’udienza di Benedetto XVI a Barack Obama, il 10 luglio dopo il G8 a L’Aquila, che irritò molti vescovi americani per la cordialità mostrata dal Papa verso un presidente considerato il leader della cultura anti-religiosa e anti-cattolica negli Stati Uniti.

Il Papa ha come mandato quello di parlare con tutti, come hanno fatto anche i predecessori di Francesco, attirandosi critiche feroci. Tuttavia questo deve fare il Vicario di Cristo: dialogare, convincere, ammonire, confrontarsi con chi non la pensa come la Chiesa. La domanda che emerge è: Trump sarebbe capace di mostrarsi altrettanto capace di dialogo con chi non la pensa come lui?

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