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Amoris Laetitia: la nota “a luci rosse” di san Tommaso d’Aquino che non avete letto

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Nel paragrafo in cui il papa parla della quantità e qualità dei rapporti sessuali tra marito e moglie

Mi ha fatto sorridere un po’ lo zelo con cui la mia amica Paola mi ha mandato il link all’articolo del padre domenicano Christian M. Steiner  intitolato “Amoris Lætitia scandalosa: una nota a luci rosse in latino”. «Perbacco! – mi sono detto – e sì che le note mi pareva di averle scorse tutte! Andiamo a vedere di che si tratta…». Ed era la stringatissima nota 145, tenuta in latino senza traduzione (come tutte le altre). L’ho riletta stupendomi del mio non essermi stupito alla prima lettura: sì, è vero che San Tommaso d’Aquino è perfettamente privo di complessi, e dunque quando parla di sessualità lo fa con la serena lucidità con cui esporrebbe un teorema geometrico… ma è vero pure che in genere non siamo abituati a sentir parlare di sesso in questi termini. La prova la dà la stessa esortazione apostolica del Papa, che proprio nel paragrafo contenente la nota (è il numero 148) recita:

«L’educazione dell’emotività e dell’istinto è necessaria, e a tal fine a volte è indispensabile porsi qualche limite. L’eccesso, la mancanza di controllo, l’ossessione per un solo tipo di piaceri, finiscono per debilitare e far ammalare lo stesso piacere,[144] e danneggiano la vita della famiglia. In realtà si può compiere un bel cammino con le passioni, il che significa orientarle sempre più in un progetto di autodonazione e di piena realizzazione di sé che arricchisce le relazioni interpersonali in seno alla famiglia. Non implica rinunciare ad istanti di intensa gioia,[145] ma assumerli in un intreccio con altri momenti di generosa dedizione, di speranza paziente, di inevitabile stanchezza, di sforzo per un ideale. La vita in famiglia è tutto questo e merita di essere vissuta interamente».

A che si riferisce il Papa? A una lettura distratta non si direbbe, ma sta parlando della quantità e della qualità dei rapporti coniugali: “il piacere”, “le passioni” e la pudica perifrasi “un solo tipo di piaceri” intendono appunto l’esercizio della sessualità sponsale; “istanti di intensa gioia”, invece, sembra alludere più in particolare ai momenti culminanti dell’amplesso coniugale. Di sicuro è più poetico ed elegante di “orgasmo”, e in fin dei conti non bisogna affrettarsi ad accusare il Papa di aver edulcorato i termini: il testo è stato scritto in spagnolo, e la parola “gozo”, come anche il latino “gaudium”, è lemma adeguato ad esprimere un godimento sensuale (è l’italiano “gioia”, semmai, ad essersi un po’ spiritualizzato nel semantema…).

Ecco, proprio mentre dice che porre un argine alla libido «non implica rinunciare» a un’intimità coniugale appagante, arriva la citazione di san Tommaso (il teologo più invocato nel documento):

«145 La forza prorompente del piacere, comportato nell’unione sessuale che avviene nella proprietà del suo senso, non è contrario alla pienezza della virtù (Summa Theologiæ, II-II, q. 153, a. 2, ad 2)».

Chi bazzica le pagine del Doctor Angelicus sa che intorno a una frasetta così minuta ci sono sempre precisazioni e spiegazioni altrettanto interessanti. Sono quindi andato a spulciare nella Summa ed ecco chiarirsi che in quel passaggio Tommaso stava rispondendo alla duplice obiezione di Aristotele – il quale osservava che, quando si fa l’amore, per l’eccesso del godimento non si riesce a pensare a niente “di elevato” – e di san Girolamo – che da parte sua confermava precisando che gli antichi profeti biblici non venivano mai toccati dallo Spirito di profezia mentre erano in intimità con le rispettive signore (ah, la Summa, che lettura!). E dunque san Tommaso spiega così la questione:

«Quanto a [quella] seconda obiezione, bisogna dire che la pienezza della virtù non si consegue in termini di quantità, ma secondo ciò che conviene alla retta ragione [delle persone e delle cose]. E quindi la forza prorompente del piacere, comportato nell’unione sessuale che avviene nella proprietà del suo senso, non è contrario alla pienezza della virtù. E oltretutto non riguarda la virtù quanto i sensi corporei godano – la qual cosa attiene alla fisiologia –, ma quanto l’appetito interiore sia legato a certi piaceri. E neanche è un argomento con cui si dimostrerebbe che l’unione sessuale è contraria alla virtù, il fatto che la ragione non può esercitare un libero atto teoretico per considerare cose spirituali mentre sperimenta quel piacere: non è contrario alla virtù che l’atto del raziocinio venga di tanto in tanto sospeso per un’attività che sia nell’ordine delle cose – altrimenti bisognerebbe dire che anche concedersi un riposino sarebbe contrario alla virtù».

Poi, dopo la battuta, Tommaso sembra tornare grave, e soggiunge:

«Tuttavia, il fatto che la libido e il godimento sessuale non soggiacciono al dominio e alle direttive della ragione è un effetto della pena del primo peccato [il peccato originale, N.d.T.], nel senso che la natura razionale che si ribellò a Dio meritò con ciò di avere a gestire una propria dimensione carnale analogamente in ribellione, così come è chiaro leggendo il XIII libro del De Civitate Dei di Agostino».

Ed è in tal senso ugualmente interessante l’altra nota indicata dal Papa nell’esortazione (ma non riportata, neppure in latino). In essa Tommaso mette in guardia da ciò che oggi viene chiamata “anoressia sessuale”:

«[…] i beni sensibili sussistono in quanto tali per il loro permanere entro una certa misura. Ciò comporta che l’overdose [lat: superexcessus] delle cose che uno desidera si ritorca contro la propria stessa bontà. E così [la cosa prima desiderata, N.d.T.] diventa causa di noia e di repulsione, dal momento che prende ad andare contro il bene proprio dell’uomo (Summa Theologiæ, I-II, q. 32, a. 7, ad 3)».

Sembra proprio che se si diventasse un po’ più amici di san Tommaso tanti chiacchieroni che si spacciano per “sessuologi” resterebbero senza lavoro.

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