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San Giuseppe, padre dal silenzio fecondo d’amore

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A pochi giorni dalla festa del Santo un libro mette in luce l’umanità e la fortezza d’animo di Youssef di Nazaret

È uscito da pochi giorni in libreria “Giuseppe siamo noi” (San Paolo edizioni) di Johnny Dotti, padre di quattro figli, imprenditore sociale, pedagogista e docente, e don Mario Aldegani, sacerdote, insegnante ed educatore. Il libro è una riflessione sull’umanità di San Giuseppe, Youssef di Nazaret, per renderlo prossimo a noi, vicino, in un certo senso somigliante.

SAN GIUSEPPE SPIAZZATO DALLA REALTÀ ACCOGLIE IL MISTERO

Chiara Giaccardi scrive nella prefazione che noi come San Giuseppe…

«(…)siamo continuamente spiazzati da una realtà che segue altre strade rispetto ai nostri desideri, ai nostri progetti, a ciò che vorremmo essere. E che, piuttosto, ci mette continuamente di fronte a cose che non avremmo scelto. La reazione più comune: maledire, o rassegnarsi, spegnersi. Vuol dire che non abbiamo capito che la realtà ci pro-voca, ci chiama, ci fa uscire da noi stessi per aprirci orizzonti più grandi, che mai avremmo potuto disegnare con la nostra mano. Come noi, Giuseppe è spiazzato. Come noi, la prima cosa che gli viene in mente è se le cose non sono come dico io, allora niente. Almeno, si preoccupa di cercare una via d’uscita civile. Ma diversamente da noi, e qui viene il bello, lascia aperto uno spiraglio. Ascolta il sogno. È disposto ad accogliere una voce non sua, a lasciarsi guidare. Il sogno è lo spazio di accoglienza del mistero».

La professoressa Giaccardi aggiunge che il merito più grande del libro è quello di aver eliminato il luogo comune che fa di San Giuseppe una figura di sfondo, sfuocata, una comparsa.

«Giuseppe che traghetta Gesù senza che gli succeda nulla di male fino al momento della sua vita pubblica, Giuseppe che trova il modo di sfuggire i pericoli, che insegna a Gesù il mestiere che conosce, che lo cerca quando si perde. Giuseppe custode della vita. Vero marito e vero padre. Uomo che non dimostra la propria virilità nell’affermazione di sé, ma nel custodire ciò che la vita gli ha consegnato. Nel trasmettere ciò che sa e nel lasciar andare, perché il figlio possa vivere la propria vita, portare a compimento la propria missione. Giuseppe parla a tutti. E parla ai padri, che oggi ne hanno tanto bisogno. (…)La vita di Giuseppe è stata umile e preziosa. Irrinunciabile. Come può essere la nostra. Perché il vero padre apre il cammino con la sua parola. A volte, con il suo silenzio pieno di amore».


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YOUSSEF, COLUI CHE AGGIUNGE

Youssef, nella sua radice vuol dire “colui che aggiunge”, “che porta crescita”, spiegano gli autori nell’introduzione, ed è questa la chiave del libro: Giuseppe, con la sua umanità porta coraggio, immette forza nella nostra vita, “nel suo silenzio, ci può dire molte cose, forse insegnarci ad attraversare questo nostro tempo con consapevolezza e dignità, benedicendone le caratteristiche e, per chi crede, nell’obbedienza della fede”.

L’ETERNITÀ HA A CHE FARE CON LA NOSTRA ESISTENZA O SOLO CON IL PARADISO?

Giuseppe accoglie Maria come sposa e Gesù come figlio, il suo esempio, la sua fede e la sua forza, possono aiutarci a leggere la nostra realtà, a cogliere in ciò che viviamo il segno di qualcosa di più grande, di un senso più alto di noi, che ci precede, “l’eternità che sta dentro il tempo”.

«Youssef ci conduce nell’esperienza dell’eternità che sta dentro il tempo. La sua nobiltà di spirito è costruita destrutturando probabilmente tutta l’esperienza di Dio che aveva dentro, lasciandosela ricostruire dagli eventi e dall’Evento. La sua nobiltà può essere la nostra, se riusciamo ad accettare o a comprendere che negli eventi, comunque e sempre, c’è l’Evento. È un cammino non solo per ciascuno di noi individualmente, ma per noi come popolo. Cosa vuol dire per noi, popolo di credenti oggi, essere aperti al tempo, alla vita, alla fragilità? Youssef vive il passaggio da una nobiltà di sangue a una nobiltà di vita. Va oltre la solida tradizione delle credenze e delle leggi del suo tempo e si mette in gioco dentro una vera trasfigurazione; è uno che accoglie il mistero della vita; in questo senso, nella concretezza quotidiana, Youssef è un vero mistico. Forse, per quanto ci sembri difficile o paradossale, è questa la chiamata per noi transmillenari: essere credenti mistici, cogliere la vita come Mistero, dialogando umilmente con esso, accogliere anche la fragilità come un senso e una risorsa(…)»

COSA SIGNIFICA ESSERE PADRE?

A pochi giorni dalla festa di San Giuseppe, in quest’epoca di padri assenti che generano figli insicuri, soli, “persi”, “mammizzati”, riflettere sul ruolo paterno è ancora più importante. Gli autori individuano quattro movimenti peculiari della paternità: desiderare, mettere al mondo, far crescere, lasciare andare. San Giuseppe li incarna perfettamente, guardare a lui, sentire la sua esperienza vicina alla nostra, è un ottimo modo per lasciarci ispirare, prendere a modello la sua pazienza, il suo silenzio fecondo d’amore.


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«(…)se è vero che essere padre non vuol dire semplicemente avere un figlio, ma che i movimenti della paternità generativa sono desiderare, mettere al mondo, far crescere, lasciare andare, possiamo dire che Youssef li ha vissuti tutti pienamente. Youssef hadesiderato quel Figlio, che pure era un grande mistero per lui, perché lo ha accolto come suo dal grembo di Maria, insieme alla quale egli stesso, nella sua fede di uomo giusto, si lasciò avvolgere dall’Onnipotenza di Dio. Youssef ha messo al mondo quel figlio a Betlemme, cercandogli una casa dove nascere e poi lo ha salvato dalla morte, portandolo in Egitto e facendolo scampare alla strage di Erode. Youssef ha fatto crescere Gesù, per circa trent’anni nella sua casa. (…) Youssef ha lasciato andare Gesù. Forse, nel cuore, già a 12 anni, quando nel tempio suo figlio gli rivelò di avere un Padre nei cieli, del quale doveva compiere la volontà».

CUSTODIRE, VEGLIARE, VIGILARE: SAN GIUSEPPE È IL MODELLO!

Papa Francesco è particolarmente devoto a San Giuseppe, in tantissime occasioni ha raccontato della statuetta del Santo dormiente che ha sul comodino al quale affida le sue domande, scrivendole su un foglio che ripone sotto la statuetta. Il Pontefice indica San Giuseppe come modello di coraggio, forza, autentica virilità, sacrificio, e al contempo di compassione, vicinanza attenta e discreta. A pochi giorni dalla sua festa, affidiamo a lui – che ci insegna la grandezza del silenzio, di gesti e scelte che parlano, che si fanno dono – tutti i padri affinché il suo solido modello possa servire loro da guida sicura nel buio delle difficoltà.

«Youssef ha saputo custodire quello che Dio gli aveva affidato. Lo ha fatto vegliando e vigilando su Gesù. Vegliare e vigilare non sono la stessa cosa. Vigilare parla dello stare attenti di fronte al pericolo imminente, vegliare invece parla di sostenere con pazienza i processi di crescita. Per vigilare è sufficiente essere svegli, astuti, rapidi. Per vegliare occorre avere in più la pazienza, la costanza, la tenerezza. Vigilare ci parla di un certo controllo necessario. Invece vegliare ci parla di speranza, di custodia di un sogno. Youssef di Nazaret può insegnare a ogni padre e a ogni educatore anche questo. Papa Francesco, nell’omelia d’inizio del suo ministero petrino, disse: Il prendersi cura, il custodire chiede bontà, chiede di essere vissuto con tenerezza. Nei Vangeli, san Giuseppe appare come un uomo forte, coraggioso, lavoratore, ma nel suo animo emerge una grande tenerezza, che non è la virtù del debole, anzi, al contrario, denota fortezza d’animo e capacità di attenzione, di compassione, di vera apertura all’altro, capacità di amore. Non dobbiamo avere timore della bontà, della tenerezza!»


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