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Le principesse di oggi di fronte alla scelta tra il principe e il drago

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Una lettura della festa della donna fuori dagli schemi della retorica femminista

Tra le ricorrenze del nostro calendario, la festa della donna dell’8 marzo, è una di quelle che crea le maggiori discussioni e polemiche. A farla da padrone in generale è la retorica della rivendicazione femminista contro i cosiddetti stereotipi, mentre quest’anno la mobilitazione si è indirizzata contro le discriminazioni e la violenza di genere. Infatti il Movimento Internazionale delle Donne ha indetto una campagna globale per protestare contro la violenza di genere attraverso manifestazioni in tutto il mondo. In Italia la rete Non una di meno ha aderito all’iniziativa che ha coinvolto altri 40 paesi, dedicando ampio spazio nel proprio blog e sui social alle motivazioni – da molti ritenute quantomeno opinabili – della mobilitazione.

Noi crediamo utile e opportuno tentare una lettura della festa della donna attraverso un’altra prospettiva, chiedendoci se l’emancipazione femminile abbia dato frutti esclusivamente positivi; come le nuove generazioni vivano la liberazione sessuale; se la donna sia davvero libera o si sia solamente adeguata al modello maschile.

Il libro della sessuologa Thérèse Hargot, di cui vi avevamo già parlato, offre alcuni spunti interessanti per approfondire la nostra riflessione: in particolare ci siamo soffermati sul capitolo conclusivo del testo e abbiamo chiesto al dottor Marco Scicchitano, psicoterapeuta e studioso attento di queste tematiche, di commentarlo con noi.


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«ZÉLIE, LA PEGGIORE DELLE PRINCIPESSE»

La giovane autrice racconta nel libro un episodio di vita personale, in cui la sua bambina all’asilo insieme ai compagnetti le chiede, prima di lasciarla per andare a lavoro, di leggerle una favola.

«“Dicono che un giorno il mio principe verrà” dice la principessa Zélie. “Ma sono cent’anni che lo sto aspettando! Non ne posso più, che si spicci, che muova un po’ le sue chiappe regali”» comincia la storia. Al che, un penoso cavaliere fa la sua comparsa. Zélie lo bacia, prende posto sul suo rampante destriero. «Dove andiamo, mio fascinoso principe?» domandalei. «Nel mio castello, mia bella bambina, mio succoso frutto, mio dolce melograno: la tua camera è lì, nella fortezza» le risponde il principe. «Ma io, io preferisco cavalcare, uscire, scoprire, esplorare!» esclama Zélie. «Qui, sono io l’avventuriero» le ribatte il suo cavaliere. Furiosa, Zélie decide di fuggire con l’aiuto di un drago: «È deciso, prendo la porta e che il drago mi si porti!» Il principe è scandalizzato, ma Zélie grida: «Essere principesse è un mestiere! / Stare in clausura tutte le sere? / Alcune si consolano con la manicure, / io voglio vivere di avventure!» «E vissero per sempre felici e contenti» conclude il racconto. Chi? Zélie e il drago.

Il vero eroe di questa fiaba è il drago, commenta l’autrice, l’animale simbolo biblico per eccellenza del demonio. Di fronte al principe un po’ “sfigato”, moscio e senza carattere, la principessa sceglie il drago. Secondo lei, dottor Scicchitano, quale messaggio viene percepito dalla trama di questa favola moderna?

Questo tipo di favole vogliono rendere le ragazze, le future donne, più “avventurose”, ma semplificano troppo, decostruiscono e attaccano quegli stereotipi di genere, minano quelle sicurezze che nel profondo caratterizzano il vissuto maschile nei confronti dell’altro sesso. L’avventura è un tema pregiudizialmente attribuito al sesso maschile, e quindi per creare una società più equa si rivendica che sia fruibile anche da parte delle donne. Affinché le bambine, le donne di domani, si sentano legittimate ad essere avventurose, libere, si svilisce quest’aspetto fondante della figura maschile per fare spazio all’omologo femminile, come se non fosse possibile la loro coesistenza in una diversità complementare. Il problema quindi è che lo si fa in maniera scriteriata, ipertrofica, senza la minima cura e attenzione ai delicati equilibri che sottendono il rapporto uomo e donna, minando così le caratteristiche virili di coraggio, forza e determinazione che alle donne piacciono dell’uomo.

I temi da affrontare sarebbero ben altri per rendere le donne più “avventurose” e sicure nei confronti della vita e del lavoro: stimolare la fiducia in se stesse per generare un comportamento esplorativo e rafforzare i legami familiari e affettivi per creare una base solida di autostima in modo da poter affrontare con equilibrio i momenti di difficoltà e cambiamento.

Un’altra cosa che mi ha fatto riflettere è la componente fantastica del racconto: di fronte al principe che è un essere umano di sesso maschile, la principessa evade nel fantastico scegliendo il drago, che a mio parere richiama simbolicamente la realtà culturale che stiamo vivendo attualmente. Si svilisce infatti il dato concreto, naturale, per aderire a prospettive ideologiche, realtà che non esistono, come non esiste il drago. Il drago nella favolistica classica è un elemento mediatore attraverso il quale il principe si riunisce alla principessa. Il passaggio per il fantastico è funzionale a dimostrare il coraggio mosso dall’amore, e si iscrive all’interno della relazione tra due persone. Nel caso della favola di Zélie invece, il fine unico è l’affermazione narcisistica di sé, ricercata attraverso l’alleanza illusoria con un fantastico che insegue sterili chimere.


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LA LIBERTÀ DEL DRAGO DIVORA L’ISTINTO ALLA GENITORIALITÀ

La riflessione della sessuologa procede affrontando un altro aspetto importante: oggi i ragazzi e le ragazze vivono una sessualità assolutamente sganciata dalla generatività. Infatti si scandalizzano quando l’autrice entrando in classe chiede se qualcuno di loro sia già genitore, perché non collegano alla sessualità la capacità di dare la vita. Il loro concetto di libertà è ridotto unicamente a quello dell’autonomia economica, della soddisfazione lavorativa, in cui non trova spazio un figlio che sarebbe solo di intralcio alla realizzazione personale. Sembra quasi che il drago della favola abbia divorato l’istinto stesso alla genitorialità.

Seguendo il mito assoluto della libertà, si cela una scelta basata sulla paura, sull’insicurezza, sull’incapacità di saper affrontare le responsabilità della vita. Io temo che con tutti questi corsi che si concentrano unicamente sulla contraccezione, sull’aspetto meccanico preventivo della gravidanza, si proponga il tema della vita e dell’accoglienza dei figli in termini di allarme. Mentre il messaggio che l’adulto dovrebbe comunicare ai ragazzi dovrebbe essere orientato a promuovere la vita, a spiegare che la generatività è iscritta nel desiderio sessuale. Quando noi facciamo i corsi sottolineiamo che di fatto tutte le caratteristiche sessualmente e istintivamente attraenti reciprocamente nei due sessi sono quelle legate alla fecondità, alla potenzialità di avere figli: questo quindi non è una riflessione di carattere morale, ma unicamente una constatazione di natura biologica.


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«E TU, CHE FAI NELLA VITA?»

Il consumismo e l’ individualismo che dominano nella nostra società distorcono il valore della persona. La domanda ricorrente “e tu, che fai nella vita?” ha preso il posto di altre domande: “chi sei?”, “Sei felice?”. La donna che non lavora e si occupa della casa e dei figli è una donna svalutata, che di fatto non fa nulla ma è solo sottomessa alla sua famiglia, “anti modello femminista per eccellenza”. Perché “per essere qualcuno bisogna fare qualcosa: tutto ciò che ostacola l’attività economica diventa un freno da combattere in nome della realizzazione professionale”.

La società in qualche modo premia il fare non l’essere, è un grandissimo condizionamento che deriva dall’imperativo consumista. Quello che oggi la nostra viene valuto positivamente è il fare, il consumare, il produrre, l’essere all’interno del ciclo produttivo, un consumatore passivo. Mentre la realtà umana è tutta un’altra: è soddisfazione e non consumismo, una società florida può aiutare le condizioni di vita delle persone, ma la felicità personale, come dimostrano vari studi, è legata alla qualità delle relazioni che si vivono.
Nel libro di Thérèse Hargot emerge come il femminismo, o quantomeno alcune sue correnti, abbia condotto la donna a modificarsi, non la società ad adattarsi ai bisogni della donna. In questo senso le donne con la contraccezione, il diritto all’aborto, l’entrata nel mondo del lavoro, si sono di fatto adeguate alla visione maschile del mondo. Bisogna invece ripartire dalle differenze tra i due sessi, fisiche, psicologiche, relazionali, di soddisfazione nel lavoro, e prendere atto che fare spazio alle donne nella società non significa piegarle allo schema maschile ma cambiare un modello economico e culturale per non snaturarne l’identità.


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