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Morto il filosofo Tzvetan Todorov

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A cavallo tra filosofia e letteratura il grande intellettuale franco-bulgaro si fece "coscienza" dell'Occidente

Era nato in Bulgaria nel marzo 1939, Tzvetan Todorov e si era poi trasferito nel 1963 in Francia, dove è scomparso ieri notte, appena un mese prima di compiere 78 anni.

L’autore franco-bulgaro aveva definito il «socialismo reale» di marca staliniana «una scuola di nichilismo», capace cioè di erodere ogni slancio ideale ogni afflato di libertà. E per questo ad appena 24 aveva lasciato il suo paese per riparare in Francia, Paese di cui avrebbe assunto la nazionalità, dieci anni dopo, nel 1973. Todorov si era subito distinto tra gli allievi del grande critico e semiologo Roland Barthes come studioso di filosofia del linguaggio. Le sue prime opere infatti sono di argomento letterario, solo successivamente gli studi piegarono verso l’antropologia e lo studio delle culture (Corriere della Sera, 7 febbraio).

Il tema dell’Altro

Nella sua lunga carriera di studioso aveva analizzato gli effetti culturali e antropologici della scoperta del Nuovo Mondo da parte di Cristoforo Colombo. E poi aveva affrontato il problema scottante dell’etica possibile nel contesto tragico dei campi di concentramento nazisti e sovietici.

La questione spinosa del rapporto con l’altro è al centro delle riflessioni contenute nel suo libro del 1982 La conquista dell’America (Einaudi, 1984). In questo importante saggio, ancora oggi un punto di riferimento negli studi sul rapporto tra popoli amerindi e colonialismo spagnolo prima e occidentale poi, Todorov aveva posto in rilievo l’effetto distruttivo della colonizzazione europea sulla cultura indigena. Se i nativi vengono considerati esseri inferiori, li si schiaccia senza pietà. Ma anche quando si riconosce loro la dignità di esseri umani, ci si propone di assimilarli alla civiltà europea, cancellando anche in questo caso la loro identità originaria.

La lotta dell’etica contro il totalitarismo

Credeva fermamente nella possibilità dell’uomo di resistere, di conservare il proprio senso etico pur se sottoposto a trattamenti brutali o a supplizi indicibili. Non a caso s’intitola Resistenti il suo ultimo libro, uscito nel 2015 (Garzanti, 2016). Attraverso figure emblematiche come Etty Hillesum, Germaine Tillion, Boris Pasternak, Martin Luther King, Nelson Mandela, aveva posto in luce il valore della testimonianza individuale nella lotta per un assetto rispettoso della dignità di ciascuno, probabilmente memore tanto dei suoi studi sul concentrazionismo nazista quanto dello stalinismo nell’Est Europa.

Difensore della democrazia occidentale e dei diritti umani

«Il pensiero strumentale dimentico dei fini e la depersonalizzazione degli esseri non regnano soltanto nei campi di concentramento». Anche il fanatismo jihadista, ripeteva, va affrontato senza sacrificare i nostri princìpi: «Il nemico è anche interiore, i nostri demoni ci spingono ad assomigliare all’avversario per combatterlo meglio. Ma terrorizzare i terroristi significa diventare come loro» «A volte – aveva affermato in un’intervista ad Avvenire – si ha l’impressione che figure così risolute siano in qualche modo il prodotto di situazioni estreme: guerre, rivoluzioni, dittature. Ci si illude che il sistema democratico in cui viviamo escluda la necessità di prendere posizione, ma non è così. Anche in democrazia occorre vigilare perché i diritti di tutti siano rispettati»

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