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L´ombra del fallimento sul dialogo tra Maduro e l´opposizione

Venerdì 13 gennaio, se si onoreranno agli impegni presi poco più di un mese fa, in Venezuela il governo del Presidente Nicolás Maduro e l’opposizione riunita nel Tavolo per l’unità democratica (MUD, Mesa para la unidad democrática), si dovrebbero incontrare per continuare il dialogo nazionale aperto alla fine d’ottobre con la mediazione dell’Unione di nazioni del Sudamerica (Unasur). Questo imminente appuntamento, il terzo dopo quelli di ottobre e novembre, in realtà si sarebbe dovuto svolgere lo scorso 6 dicembre ma è stato annullato per l’assenza dell’opposizione. Alla fine i mediatori dell’Unasur e l’inviato pontificio per il dialogo, mons. Claudio Maria Celli, sono riusciti a spostarlo, evitando una rottura apertamente auspicata, e tale rimane tuttora, da più parti, sia tra le fila governative che in quelle delle numerose organizzazioni politiche dell’opposizione.

La situazione odierna appare non solo ingarbugliata ma anche tesa e la guerra mediatica sta dominando sempre più la scena. Le voci sensate, equilibrate e davvero desiderose di seguire la via del dialogo sono poche e restano sempre più inascoltate, se non addirittura insultate. La verbosità venezuelana, aggressiva, offensiva e irresponsabile ha raggiunto limiti insostenibili; manca, soprattutto, onestà e sincerità e tutti, senza eccezione, fanno il doppio gioco al punto che il Paese non sembra più ostaggio di un gravissimo conflitto politico e sociale, quanto piuttosto territorio conteso da una guerra tra bande per le quali ogni mezzo è legittimo.

Nonostante i tanti appelli alle parti affinché creassero un clima d’intesa e d’incontro, tra cui quelli di Papa Francesco nel suo Messaggio Urbi et Orbi di Natale e nell’allocuzione al Corpo diplomatico, evitando così di tenere comportamenti dannosi per la tenuta del dialogo, e le autorevoli esortazioni a rispettare gli accordi raggiunti, seppure minimi e preliminari, in queste ultime settimane le cose non sono migliorate; anzi, in alcuni momenti la tensione è tornata alle stelle. Per questo motivo non pochi analisti temono che forse neanche il prossimo 13 gennaio sarà possibile un nuovo incontro. Gli stessi osservatori ritengono che una nuova sospensione o rinvio sarebbe, in realtà, il fallimento definitivo di questo dialogo. Altri esperti pensano invece che alla fine la tattica bipartisan del tira e molla cederà il passo alla ragionevolezza, anche perché l’alternativa al dialogo è una sola: la guerra civile, e non è una possibilità da ritenere troppo irrealizzabile. Non sono irrilevanti le parole del Nunzio a Caracas, mons. Aldo Giordano nell’apertura della Plenaria episcopale sabato scorso: “La storia dimostra che i popoli prima o dopo dialogano. Meglio prima che dopo migliaia di morti”.

L’analisi dell’Episcopato: “il dialogo è fallito”, ma …

Nella prolusione alla Plenaria episcopale venezuelana in corso, il Presidente dell’Episcopato mons. Diego Padrón, arcivescovo metropolitano di Cumaná, sabato scorso ha fatto quest’analisi: il Tavolo per il dialogo non ha funzionato non solo perché la metodologia scelta ha impedito la verifica di risultati tangibili ma anche perché hanno avuto la meglio i discorsi e le promesse non seguite da fatti concreti. C’è stato, secondo il presule, “un insieme maligno di fattori” che hanno complottato contro questo dialogo urgente e indispensabile.  Tra questi fattori mons. Padrón ne sottolinea soprattutto tre: le parti non hanno avuto una sincera volontà di dialogo, sono mancate le procedure imparziali necessarie per valutare i consensi raggiunti e sono stati anche insufficienti e inadeguati gli strumenti per definire con precisione scopi e applicazione degli accordi.

Il Presidente dei vescovi del Venezuela ha detto testualmente: «La colpa del fallimento del dialogo non si trova nel meccanismo stesso, né nel ruolo degli accompagnanti (“facilitadores”), anche se tutti hanno avuto una quota di preoccupazione, lavoro e responsabilità, bensì nelle parti che si sono sedute al Tavolo» (di questo dialogo). Governo e opposizione, ha detto il Presidente dell’Episcopato «non hanno assunto l’impegno del dialogo in funzione del Paese poiché lo hanno ritenuto piuttosto una semplice strategia politica, utile non per risolvere i grandi conflitti che colpiscono ugualmente tutti». Le parti hanno invece preferito «i fini particolari addirittura subalterni».

L’arcivescovo Padrón ha poi aggiunto: «Tenuto conto di quanto è accaduto oserei concludere che per il Partito ufficiale e il Governo il dialogo è stato piuttosto uno strumento per guadagnare tempo e frenare la pressione interna ed esterna, in concreto, il referendum revocatorio del mandato del Presidente della Repubblica. Per i settori dell’opposizione, incluso per alcuni ex militanti del primo (periodo) del “chavismo”, così come per i simpatizzanti cosiddetti “ni-ni”, (il dialogo) è stata un’occasione solo per far vedere le innumerevoli insufficienze, principalmente del potere esecutivo e di altri poteri vicini al governo, in particolare l’aver bloccato o impedito il referendum revocatorio».  

Sempre sull’opposizione l’arcivescovo di Cumaná ha voluto osservare: «Per onestà e giustizia i leader di alcuni partiti di opposizione dovrebbero ammettere che nei giorni del dialogo non si sono comportati all’altezza delle circostanze. Non hanno voluto smentirsi accettando di parlare con un governo che mai ha dato garanzie reali di adempiere a ciò che promette. Al posto del rischio politico-elettorale hanno preferito garantire le loro candidature personali. Questa loro condotta tattica però non li libera della responsabilità di fronte al popolo».

Il blocco del referendum revocatorio avvenuto per via giuridica e amministrativa, nell’analisi di mons. Padrón, è alla radice del fallimento del dialogo perché ha impedito la via migliore, e unica, per risolvere un conflitto così grave: dare cioè la possibilità al popolo di esprimersi. Questa decisione governativa è stata una ferita micidiale per la democrazia venezuelana e non sarà facile guarirla. In questo contesto il presule ha rigettato con sdegno le critiche mosse al dialogo, ai mediatori, alla Santa Sede e al suo inviato, e allo stesso Episcopato, accusati di aver favorito la smobilitazione popolare. Tali critici avevano accusato il dialogo di aver annullato quella spinta sociale che, a loro giudizio, sarebbe riuscita a imporre il referendum revocatorio. A questi attacchi capziosi l’arcivescovo si è opposto con forza: il dialogo non ha mai voluto intralciare un sano e fruttuoso processo democratico togliendo al popolo la facoltà di esprimersi; in questo caso  l’unico colpevole si chiama Nicolás Maduro, «primo e principale responsabile».

Il Presidente della Conferenza episcopale venezuelana ha concluso la sua analisi con queste due considerazioni: (a) Al dialogo, soprattutto nelle sue fasi più delicate, è mancato “l’appoggio deciso e tempestivo”, per “renderlo “efficace”, della cittadinanza e più in generale della società civile. (b) “Denigrare i dialogo in quanto processo per la soluzione dei conflitti è un errore politico, storico, sociologico, filosofico, strategico, ma prima ancora dimostra mancanza di comprensione di ciò che è l’essere umano; è una negazione del senso e del valore della relazione umana fondata sulla parola condivisa poiché gli esseri umani sono stati costituiti attraverso la parola”, veicolo di “comunicazione e comunione”.
Mons. Padrón, si dichiara convinto che «alla fine, i leader politici, per tirare fuori il Paese dalla crisi che lo sta distruggendo invocando la democrazia, avranno comunque bisogno – proprio in nome della democrazia – del dialogo, della negoziazione e degli accordi, che sono gli unici antidoti di fronte all’irrazionalità della forza, della corruzione e della violenza, i simboli peggiori dei mali della società venezuelana».

Le novità: Tareck El Aissami e Julio Borges

All’appuntamento prossimo le parti comunque si dovrebbero presentare con delle novità rilevanti che non mancheranno di avere influenza nel dialogo, se continuerà. Il governo del Presidente Maduro si presenta con un nuovo Vice Presidente, di nomina recente, il venezuelano d’origine siriana Tareck El Aissami. Le opposizioni, che controllano il Parlamento, pochi giorni or sono hanno eletto un nuovo e prestigioso Presidente dell’Assemblea: i socialdemocratico, leader del partito “Prima la giustizia”, Julio Borges.
Si tratta di due figure di grande rilievo che in qualche modo possono essere associate alle componenti più dure e intransigenti dei due schieramenti.

Tareck El Aissami, 43 anni, avvocato, ex Ministro del Potere popolare con Hugo Chávez, Governatore dello stato di Aragua fino alla sua nomina a Vice Presidente, per la carica che ricopre ora dovrebbe, eventualmente, concludere ad interim (2019) il mandato di Nicolás Maduro se questi venisse destituito come pretende l’opposizione. E’ un politico travolto da una valanga di scandali e accuse, come ricorda il suo ritratto pubblicato su The Wall Street Journal del maggio 2015. Nelle su esperienze politiche passate non si mai dimostrato un uomo di dialogo e più di una volta, all’interno del “chavismo”, è stato emarginato perché ritenuto un “uomo di scontro, polemico e poco duttile”.

Julio Borges, avvocato, coordinatore del partito “Primero Justicia”, classe 1969, è parlamentare dal 2000; il suo impegno politico nasce nelle aule dell’Università cattolica “Andrés Bello”. E’ stato l’ideatore e ispiratore della richiesta del referendum revocatorio e il primo leader politico a mobilitarsi nella raccolta delle firme necessarie. Di lui si dice che sia un duro e intransigente e pochi giorni fa, nel momento del suo insediamento come Presidente dell’Assemblea nazionale, pronunciò frasi molto minacciose per il futuro del governo di Maduro. Il suo prestigio e la sua autorevolezza in materie giuridiche e costituzionali possono però essere per lui un problema. Attuali suoi alleati come Enrique Capriles e Jesús Alberto Torrealba, per citarne solo alcuni, non gradiscono la leadership di Borges.

Mons. Claudio Maria Celli: missione impossibile …?

La delicata e difficile missione dell’Inviato di Papa Francesco per favorire il dialogo nazionale venezuelano, mons. Claudio Maria Celli, è stata fin dall’inizio molto complicata perché spesso stretto da richieste incompatibili con la natura del suo ruolo di “facilitador” . Sino ad oggi mons. Celli ha saputo muoversi e agire con discrezione, efficacia e autorevolezza e molti momenti positivi di questi mesi sono dovuti alla sua abilità di diplomatico e uomo di dialogo. Ora però questa sua missione per conto del Papa entra in una fase decisiva piena di incognite e alcune di queste gettano delle ombre preoccupanti sul futuro del dialogo.
Venerdì scorso l’Inviato del Papa si è incontrato in Vaticano con Delcy Rodríguez, Ministro degli Affari esteri del Venezuela, accompagnata da suo fratello, Jorge Rodríguez, capo della Delegazione governativa ai colloqui di ottobre e novembre. L’unico contenuto che è trapelato del colloquio è un tweet della ministro con il quale ha rassicurato: «Il dialogo è l’unico cammino in democrazia». Il Santo Padre «mantiene il suo impegno in favore di questo dialogo in Venezuela».

Lunedì 2 gennaio, ospite del programma “Il diario di Papa Francesco”, di Tv2000. mons. Celli, sempre prudente e misurato a più riprese ha ribadito sostanzialmente tre concetti: la situazione del Paese è delicatissima, il dialogo non ha alternative e occorre da parte di tutti sincerità e rispetto per il bene comune di tutti i venezuelani. Il presule ha riconosciuto che nonostante i progressi “il Venezuela è di fronte a questioni decisive. E’ un popolo coraggioso che nonostante i problemi nutre speranza. La questione è sempre la stessa per tutti: quale Paese le attuali generazioni vogliono lasciare ai loro figli? Quattro ex Presidenti e io stesso come Inviato del Papa svolgiamo un ruolo di accompagnamento perché le parti si rendano protagoniste di questo dialogo.

Molti, nelle due parti, sono sfiduciati eppure tutti devono capire che non c’è un’altra strada. Il dialogo è l’unica via. Non c’è un altro sentiero”. Per mons. Celli è necessario un grande impegno di tutti; impegno che coinvolge la responsabilità di tutti. “Tale responsabilità si esprime anche nel rispetto della serietà degli impegni presi nei colloqui. Si parla non solo per chiacchierare. Qui si parla per trovare soluzioni a problemi urgenti che riguardano un popolo che soffre da molto tempo”.

In merito alla famosa frase del Papa “una terza guerra mondiale a pezzi”, mons. Celli ha riflettuto sui vari interessi che si muovono sulla scacchiera internazionale, e che determinano diverse e numerose situazioni di conflitto in cui il Venezuela potrebbe essere coinvolto in caso fallissero le trattative, ha infatti aggiunto: «penso soprattutto al Venezuela e dico che se in questo Paese fallisce il dialogo non resta che la violenza e ciò è inammissibile. Quindi lo sforzo che tutti dobbiamo fare è sostenere seriamente il dialogo necessario e l’incontro urgente. La violenza porta altra violenza e nello scenario latinoamericano ciò potrebbe essere molto pericoloso». Mons. Celli infine ha giudicato positivamente la recente liberazione di alcuni carcerati dell’opposizione e ha osservato: «è un gesto che dimostra che il dialogo è efficace».

Il Venezuela senza Presidente

Poche ore fa l’Assemblea Nazionale ha sancito con una risoluzione che ha avuto 106 voto favorevoli, ne bastavano 84, un giudizio politico e costituzionale pesanti che ovviamente riporta le lancette della crisi all’inizio e in pratica chiude qualsiasi dialogo: il Presidente Nicolás Maduro nei fatti, secondo i suoi oppositori, si è messo fuori dalla Costituzione, dunque ha “abbandonato le sue responsabilità”. In sostanza, la risoluzione dichiara vacante la presidenza della repubblica e dunque, in teoria, si dovrebbero aprire il meccanismo della successione: un governante ad interim per breve periodo e poi subito le elezioni. Questo meccanismo stabilito dalla Costituzione (articolo 232 della Costituzione di Hugo Chávez del 199) si applica negli ultimi due anni del mandato presidenziale e Maduro proprio in queste ore ha cominciato questo suo ultimo passaggio alla guida del Paese.

La mossa dell’opposizione, guidata dal giurista Julio Borges, studiata e preparata a tavolino con abilità e precisione, giuridicamente lascia il Venezuela senza Presidente e quindi il dialogo non ha più un interlocutore poiché ciò che dovrebbe accadere ora – ma difficilmente sarà così – è l’insediamento di un governo ad interim (Tareck El Aissami ), non abilitato per condurre trattative di nessun tipo. La sua missione si dovrebbe limitare alla normale amministrazione degli affari pubblici e alla convocazione di nuove elezioni presidenziali. Intanto nel Paese regna un grande nervosismo in attesa della riposta di Maduro che per ora tace. Si attende un suo discorso per le prossime ore. Alcuni suoi collaboratori anticipano: “Se vogliono la guerra, allora sarà guerra!”. 

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