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“Politiche sociali contro il terrorismo fondamentalista”

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Pope Francis leads his weekly general audience in St. Peter's Square in Vatican City, October 12, 2016. © Antoine Mekary / ALETEIA
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Il Papa parla al Corpo diplomatico e propone la via per ottenere pace e sicurezza.

La pace non è «semplice assenza di guerra» ed «esige l’impegno di quelle persone di buona volontà» che aspirano «a una giustizia sempre più perfetta». Per combattere il terrorismo fondamentalista bisogna «garantire nello spazio pubblico il diritto alla libertà religiosa» ed «evitare che si formino quelle condizioni che divengono terreno fertile per il dilagare dei fondamentalismi». Il cammino della pace e della sicurezza passa attraverso lo sviluppo e un’equa distribuzione delle risorse.

È ampio e articolato il tradizionale discorso che Papa Francesco rivolge al Corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede all’inizio dell’anno. Francesco ricorda come oggi, per troppi, la pace sia «ancora soltanto un lontano miraggio» dato che «milioni di persone vivono tuttora al centro di conflitti insensati» e anche «in luoghi un tempo considerati sicuri, si avverte un senso generale di paura».

Pace non è assenza di guerra

Per i cristiani, spiega Francesco, la pace è dono di Dio, «un bene positivo» e «non la semplice assenza della guerra». Non può dunque «ridursi unicamente a rendere stabile l’equilibrio delle forze avverse» ma «esige l’impegno» di chi aspira «a una giustizia sempre più perfetta». Il Papa afferma il suo «vivo convincimento che ogni espressione religiosa sia chiamata a promuovere la pace», pur ricordando come «non siano mancate violenze religiosamente motivate, a partire proprio dall’Europa, dove le storiche divisioni fra i cristiani sono durate troppo a lungo». Allo stesso tempo – spiega – non vanno dimenticate le opere di ispirazione religiosa che «concorrono, talvolta anche con il sacrificio dei martiri, all’edificazione del bene comune, attraverso l’educazione e l’assistenza, soprattutto nelle regioni più disagiate e nei teatri di conflitto». Opere che «contribuiscono alla pace» e testimoniano che si può «concretamente vivere e lavorare insieme, pur appartenendo a popoli, culture e tradizioni differenti».

I gesti vili del terrorismo

Bergoglio ricorda poi come «ancor oggi, l’esperienza religiosa», possa «talvolta essere usata a pretesto di chiusure, emarginazioni e violenze». È il terrorismo «di matrice fondamentalista, che ha mietuto anche lo scorso anno non poche vittime in tutto il mondo». Sono gesti vili – dice il Papa – che «usano i bambini per uccidere, come in Nigeria; prendono di mira chi prega, come nella cattedrale copta del Cairo, o semplicemente chi passeggia per le vie della città, come a Nizza e a Berlino». Una «follia omicida che abusa del nome di Dio per disseminare morte, nel tentativo di affermare una volontà di dominio e di potere». Francesco si appella «a tutte le autorità religiose perché siano unite nel ribadire con forza che non si può mai uccidere nel nome di Dio». Il terrorismo fondamentalista, aggiunge, «è frutto di una grave miseria spirituale, alla quale è sovente connessa anche una notevole povertà sociale». Esso potrà essere «pienamente sconfitto solo con il comune contributo dei leader religiosi e di quelli politici». Ai primi spetta il compito di «trasmettere quei valori religiosi che non ammettono contrapposizione fra il timore di Dio e l’amore per il prossimo». Mentre ai governanti spetta «garantire nello spazio pubblico il diritto alla libertà religiosa, riconoscendo il contributo positivo e costruttivo che essa esercita nell’edificazione della società civile», e la responsabilità «di evitare che si formino quelle condizioni che divengono terreno fertile per il dilagare dei fondamentalismi. Ciò richiede adeguate politiche sociali volte a combattere la povertà, che non possono prescindere da una sincera valorizzazione della famiglia, come luogo privilegiato della maturazione umana, e da cospicui investimenti in ambito educativo e culturale».

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