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Papa Francesco: le madri sono l’antidoto più forte contro egoismo e chiusure

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Pope Francis general Audience © Antoine Mekary / ALETEIA
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«Le madri sono l’antidoto più forte contro le nostre tendenze individualistiche ed egoistiche, contro le nostre chiusure e apatie. Una società senza madri sarebbe non soltanto una società fredda, ma una società che ha perduto il cuore». Lo ha detto Papa Francesco nell’omelia della messa celebrata questa mattina, 1° gennaio 2017, nella Basilica di San Pietro. La Chiesa celebra in questo giorno la maternità di Maria. E Bergoglio ha parlato di una «corrosiva malattia», quella del sentirsi spiritualmente orfani, qualcosa che fa perdere «la capacità della tenerezza e dello stupore, della pietà e della compassione». Guardare alla Madonna, ha spiegato, fa «spuntare di nuovo sul viso il sorriso di sentirci popolo».

Francesco ha ricordato l’atteggiamento umile di Maria, «la donna che sa conservare, cioè proteggere, custodire nel suo cuore il passaggio di Dio nella vita del suo popolo». Nei vangeli «appare come donna di poche parole, senza grandi discorsi né protagonismi ma con uno sguardo attento che sa custodire la vita e la missione del suo Figlio e, perciò, di tutto ciò che Lui ama».

La Madonna, ha aggiunto, «ha accompagnato le croci caricate nel silenzio del cuore dei suoi figli. Tante devozioni, tanti santuari e cappelle nei luoghi più reconditi, tante immagini sparse per le case ci ricordano questa grande verità. Maria ci ha dato il calore materno, quello che ci avvolge in mezzo alle difficoltà; il calore materno che permette che niente e nessuno spenga in seno alla Chiesa la rivoluzione della tenerezza inaugurata dal suo Figlio. Dove c’è una madre, c’è tenerezza. E Maria con la sua maternità ci mostra che l’umiltà e la tenerezza non sono virtù dei deboli ma dei forti, ci insegna che non c’è bisogno di maltrattare gli altri per sentirsi importanti».

«Una società senza madri sarebbe una società che ha perduto il “sapore di famiglia”. Una società senza madri – ha detto ancora Bergoglio – sarebbe una società senza pietà, che ha lasciato il posto soltanto al calcolo e alla speculazione. Perché le madri, perfino nei momenti peggiori, sanno testimoniare la tenerezza, la dedizione incondizionata, la forza della speranza». Il Papa ha quindi citato esempi di vita vissuta: «Ho imparato molto da quelle madri che, avendo i figli in carcere o prostrati in un letto di ospedale o soggiogati dalla schiavitù della droga, col freddo o il caldo, con la pioggia o la siccità, non si arrendono e continuano a lottare per dare loro il meglio. O quelle madri che, nei campi-profughi, o addirittura in mezzo alla guerra, riescono ad abbracciare e a sostenere senza vacillare la sofferenza dei loro figli. Madri che danno letteralmente la vita perché nessuno dei figli si perda. Dove c’è la madre c’è unità, c’è appartenenza, appartenenza di figli».

Fare «memoria della bontà di Dio nel volto materno di Maria, nel volto materno della Chiesa, nei volti delle nostre madri, ci protegge della corrosiva malattia della “orfanezza spirituale”, che l’anima vive quando si sente senza madre e le manca la tenerezza di Dio». Quella «orfanezza che trova spazio nel cuore narcisista che sa guardare solo a sé stesso e ai propri interessi e che cresce quando dimentichiamo che la vita è stata un dono – che ne siamo debitori ad altri – e che siamo invitati a condividerla in questa casa comune».

«Un tale atteggiamento di orfanezza spirituale – ha aggiunto – è un cancro che silenziosamente logora e degrada l’anima. E così ci degradiamo a poco a poco, dal momento che nessuno ci appartiene e noi non apparteniamo a nessuno: degrado la terra, perché non mi appartiene, degrado gli altri, perché non mi appartengono, degrado Dio perché non gli appartengo, e alla fine finisce per degradare noi stessi perché dimentichiamo chi siamo, quale “nome” divino abbiamo».

Questa perdita dei legami «tipica della nostra cultura frammentata e divisa, fa sì che cresca» un senso «di grande vuoto e solitudine». «La mancanza di contatto fisico (e non virtuale) va cauterizzando i nostri cuori – ha osservato il Papa – facendo perdere ad essi la capacità della tenerezza e dello stupore, della pietà e della compassione». Fa perdere «la memoria di quello che significa essere figli, essere nipoti, essere genitori, essere nonni, essere amici, essere credenti. Ci fa perdere la memoria del valore del gioco, del canto, del riso, del riposo, della gratuità».

Celebrare «la festa della Santa Madre di Dio ci fa spuntare di nuovo sul viso il sorriso di sentirci popolo, di sentire che ci apparteniamo; di sapere che soltanto dentro una comunità, una famiglia, le persone possono trovare il “clima”, il “calore” che permette di imparare a crescere umanamente e non come meri oggetti invitati a “consumare ed essere consumati”. Celebrare la festa della Santa Madre di Dio ci ricorda che non siamo merce di scambio o terminali recettori di informazione. Siamo figli, siamo famiglia, siamo popolo di Dio». Celebrare «la Santa Madre di Dio ci spinge a creare e curare spazi comuni che ci diano senso di appartenenza, di radicamento, di farci sentire a casa dentro le nostre città, in comunità che ci uniscano e ci sostengano».

Lo sguardo di Maria «ci ricorda che siamo fratelli: che io ti appartengo, che tu mi appartieni, che siamo della stessa carne», ci «insegna che dobbiamo imparare a prenderci cura della vita nello stesso modo e con la stessa tenerezza con cui lei se n’è presa cura: seminando speranza, seminando appartenenza, seminando fraternità». Al termine dell’omelia il Papa ha chiesto ai fedeli di acclamare per tre volte la «Santa Madre di Dio», proprio come fecero «i fedeli di Efeso», al concilio che proclamò Maria madre di Dio, «theotokos», condannando la tesi di Nestorio secondo la quale la Madonna poteva essere definita soltanto «Madre di Cristo».

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