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Lo scrigno dei missionari uccisi

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Ci sono le suore di madre Teresa trucidate in Yemen. C’è il catechista ucciso in Indonesia come i preti freddati in Messico e il seminarista che ha perso la vita in Nigeria. E c’è padre Hamel, martirizzato nel cuore dell’Europa. Sono rappresentati i diversi continenti, i tanti conflitti e le tensioni politiche e religiose che si registrano alle diverse latitudini, dal Medio Oriente all’Asia orientale, dall’America all’Africa nera, nel dossier che puntualmente l’agenzia vaticana Fides, delle Pontificie Opere missionarie, pubblica alla fine dell’anno, rendendo noto l’elenco degli operatori pastorali cattolici uccisi in modo violento.  

L’elenco del 2016 (consultabile qui) include 28 nuovi martiri (termine usato solo col significato etimologico di «testimoni») tra i quali 14 sacerdoti, nove suore, un seminarista, quattro laici. La maggior parte delle vittime (12) si registra in America; segue l’Africa con 8, l’Asia con 7 e il vecchio continente con un prete ucciso. 

Con i nuovi dati (le vittime accertate in una lista definita «certamente incompleta»), il conteggio complessivo degli operatori cattolici uccisi nel mondo a partire dal 1980 raggiunge, come riferisce Fides, quota 1.112 vittime.  

«Nel 2016, per l’ottavo anno consecutivo, il numero più elevato si registra in America, mentre è drammaticamente cresciuto il numero delle religiose uccise, che quest’anno sono nove, più del doppio rispetto al 2015», segnala Fides. E la prima causa di morte violenta non è, come alcuni potrebbero pensare, il l’estremismo islamico ma, in un trend che si conferma chiaro negli ultimi anni, sono «tentativi di rapina o di furto, compiuti anche con ferocia, in contesti che denunciano degrado morale, povertà economica e culturale, violenza come regola di comportamento, mancanza di rispetto per i diritti umani e per la vita stessa».  

Le vicende dei missionari uccisi, infatti, incrociano sempre le convulsioni del mondo, gli scontri di potere, la violenza sociale e politica, che può essere il contesto in cui gli innocenti perdono la vita, pronti a vivere e testimoniare il Vangelo «fino agli estremi confini» della terra. 

Ma il martirologio annuale rappresenta oggi anche uno scrigno da cui attingere la autentica natura del martirio cristiano, troppo spesso tradita in quella che oggi si configura come una «ideologia persecuzionista», che strumentalizza le vicende dei moderni martiri, trasformandole in ghiotta opportunità di lanciare campagne animate da logiche politiche o perfino militari (come quella sulla difesa dei cristiani in Medio Oriente). Per non dire di come le vicende dei martiri finiscano a volte preda di strateghi del marketing che costruisce visibilità e potenza finanziaria sfruttando con acume la sacralità di una materia (la storia di chi dona la vita per la fede) capace di toccare le coscienze e i cuori di credenti e non credenti. 

Con uno spirito ben lontano da queste logiche, i missionari, le religiose e i laici che continuano a dare se stessi per il Vangelo, scegliendo di restare accanto alla gente anche in situazioni-limite, vivono la propria condizione semplicemente da cristiani. Amministrano i sacramenti, aiutano i poveri, confortano gli ammalati confidando nella Provvidenza e incarnando il Vangelo, anche in contesti di violenza e conflitto, con quella mitezza che sconcerta perché esprime l’evangelico amore al nemico.  

«Lungo i secoli – ha osservato il vescovo Georges Abou Khazen, vicario apostolico di Aleppo – i cristiani hanno sempre visto nel martirio la confessione più alta della fede. Li hanno sempre celebrati come quelli che redimono tutti noi e salvano il mondo, perchè prendono su di loro le sofferenze ricevute nel nome di Gesù, e così applicano ai loro contemporanei la redenzione portata da Cristo». 

Come hanno fatto le suore massacrate Yemen, padre Hamel e gli altri missionari, riproponendo nei tratti più luminosi la dinamica propria del martirio cristiano. Indagando le loro storie di vita, si colgono pazienza, mitezza, misericordia, assenza di odio verso i persecutori: un atteggiamento che non è opera umana ma dono della grazia di Cristo. È lui, il suo trionfo che riluce nelle storie di costoro che, in quanto vicini a Gesù Cristo, «sono partecipi della sua passione», ha spiegato Camillo Ballin, vicario apostolico dell’Arabia settentrionale. 

E oggi, nella vicenda dell’agguato in Yemen, resta ancora aperto un capitolo: il rapimento del sacerdote salesiano indiano Tom Uzhunnanil, che si trovava nella residenza assaltata ad Aden. Dopo i timori sulla sua possibile esecuzione, si è riaccesa la speranza: il 24 dicembre scorso è stato pubblicato su YouTube un video in cui don Uzhunnalil, con linguaggio lento ed esitante, lancia un appello al Papa, alla Chiesa e ai governi per la sua liberazione. Il governo indiano ha ribadito il suo impegno diplomatico e Pul Hinder, vicario apostolico dell’Arabia meridionale ha rilevato, pur senza fornire dettagli, che «si sta lavorando su diversi fronti per cercare di ottenere il rilascio», invitando alla preghiera tutti i battezzati. Nella speranza che Tom Uzhunnalil non figuri nella lista dei martiri del prossimo anno. 

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