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“Solo una Chiesa povera che si dona ritrova veramente se stessa”

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Il pomeriggio è di quelli con la nebbia che avvolge tutto e sembra penetrarti nelle ossa. Anche le vecchie case di mattoni rossi della Padova medioevale galleggiano in un’atmosfera quasi surreale mentre i passanti che sfilano davanti alle vetrine natalizie sono ombre inghiottite dal buio. Non c’è rischio di sbagliarsi se si cerca il palazzo del vescovo, la toponomastica è rigorosamente da Veneto Bianco: all’incrocio tra via del Vescovado e via Dietro Duomo. Siamo in anticipo. Dopo una breve attesa al caldo, in portineria, una suora ci fa salire con l’ascensore che porta direttamente a casa di monsignor Claudio Cipolla (per tutti “don Claudio”), classe 1955, originario di Goito, da poco più di un anno vescovo di una delle diocesi più antiche, importanti ed estese del Nord Italia, con oltre un milione di abitanti e di battezzati, un migliaio di preti e 459 parrocchie. La diocesi ha un territorio che comprende l’Altopiano di Asiago, la maggior parte della Riviera del Brenta e l’area del massiccio del Grappa. E si incunea nelle province di Vicenza, Venezia, Treviso e Belluno. Inizia con lui il viaggio di Vatican Insider per raccontare storie, esperienze e difficoltà di alcuni dei nuovi pastori della Chiesa italiana. Nell’estate 2015 la sua nomina, scelta personale di Francesco, fece scalpore: Padova non era considerata sede per un vescovo di prima nomina, per di più semplice parroco. L’ascensore arriva sul piano nobile dell’antico palazzo, dove ogni stanza sembra aprirsi su un’altra più grande. La tradizionale galleria con i ritratti austeri dei predecessori incute un po’ di timore. Nello studio, sul tavolo di fronte alla scrivania del vescovo, c’è una bandiera della pace piuttosto lisa e certo non fresca di bucato, accuratamente ripiegata. Don Claudio la guarda, e con gli occhi che gli si illuminano racconta: «Oggi mentre camminavo per strada un barbone mi ha riconosciuto, ci eravamo incontrati alla mensa dei poveri. Vicino a lui c’era un compagno con la bottiglia di vino in mano. Mi ha abbracciato, voleva farmi un regalo, e questa bandiera era l’unica cosa che poteva darmi… Si fanno incontri belli quando si sta per strada». 

Com’è stato questo primo anno a Padova?  

«Il bilancio è positivo, vedo che comincio ad affezionarmi alla gente, alle storie, ai posti, comincio a vedere e apprezzarne la bellezza. Sono venuto qui come vescovo, non come manager, e quindi non è il criterio dell’efficienza che conta, ma piuttosto quello della vicinanza, del rapporto che si è stabilito con i preti e, tramite loro, con la gente. Su circa mille preti, tra diocesani e religiosi, 800 li ho incontrati: sono andato chiedendo la loro vicinanza e la loro amicizia. E poi la gente mi ha accolto molto bene. Questa diocesi è bella, anche dal punto di vista delle relazioni. Ho cominciato a portare qualche peso anch’io, qualche fatica, qualche sofferenza di preti: è la convivenza che mi porterà a essere davvero guida spirituale e pastore, incoraggiando e sostenendo». 

Quali sono state le principali difficoltà?  

«La prima per me è l’essere collocato in un palazzo. Un simbolo sociale che è percepito dalla povera gente come diverso rispetto alla vita delle persone normali. Questo a qualcuno potrebbe dare soddisfazione, a me dà molta preoccupazione, temo possa modificare il giusto rapporto di un vescovo con la sua gente. Il vescovo non è innanzitutto un personaggio istituzionale, ma un pastore, un padre, e questo abitare nel palazzo comporta una certa forma di solitudine e di isolamento. Mi mancano i bambini da prendere in braccio, gli anziani, le donne e i ragazzi da incontrare e ascoltare. Insomma quelle relazioni dirette di cui un parroco vive. Spero che si possa ovviare, anche se per ora di strade non ne ho trovate. Ho una consolazione: questa casa, che è molto grande, non potendola lasciare, ho cercato di riempirla di persone. Ci viviamo in sette/otto persone, una piccola comunità. Il ritrovarsi a pranzo e a cena aiuta il mio bisogno umano di essere con altri e non isolato». 

Come affronta la Chiesa di Padova l’emergenza emigrati e rifugiati? Qual è il sentimento prevalente nella popolazione di fronte a questo fenomeno?  

«Vedo un diffuso sentimento di insicurezza. La Chiesa di Padova fa parte di questo territorio ed è toccata da sentimenti condivisi dalla sua gente. L’insicurezza provoca paure, che a volte vengono cavalcate, esasperate, evidenziate in modo eccessivo. E quando si ha paura, spesso ci si irrigidisce. Qualche volta ci si arma. Così si arriva a forme di populismo che come cristiani non possiamo condividere. Di fronte a questi atteggiamenti a me viene in mente un’immagine evangelica: “Porgi l’altra guancia”. Parole che io ho sempre interpretato così: fai tu un passo verso il tuo avversario, verso chi ti ha percosso, per smontare questi atteggiamenti di paura frutto dell’insicurezza, di riarmo nel proprio cuore e talvolta di riarmo anche materiale…». 

Come si contrasta questo atteggiamento di «riarmo»?  

«Con atteggiamenti contrari, di fiducia, accoglienza, disponibilità. Questo è ciò che noi cristiani dovremmo donare al nostro territorio. Ma vorrei anche ricordare che quella della Chiesa di Padova è una storia di apertura internazionale e di solidarietà profonda. Penso che queste insicurezze saranno vinte e quest’anima che resta viva nel popolo padovano, questa anima solidale saprà portare i suoi frutti. Padova ha dato origine alla Caritas italiana con monsignor Nervo, Padova è la sede dei “Medici con l’Africa – Cuamm”. Non crediamo che sia soltanto ciò che a volte appare in questi tempi di emergenza». 

Qual è il suo rapporto con il mondo della politica in città?  

«Ho iniziato il mio ministero come vescovo dall’OPSA, l’Opera della Provvidenza Sant’Antonio, che accoglie persone con diverse disabilità. Ho invitato lì i politici e le istituzioni. La mia sensazione è che anche il mondo politico mi abbia accolto con speranza, e che ci sia il desiderio di trovare luoghi e persone capaci di far ripartire il dialogo e di valorizzare le energie positive presenti in città. Abbiamo appena concluso l’incontro di fine anno con la Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo per il Fondo straordinario di solidarietà per il lavoro, che vede coinvolte varie realtà: la Fondazione, la Diocesi di Padova, la Provincia, il Comune e la Camera di Commercio di Padova. Insieme, mettendo a disposizione fondi e volontari preparati, cerchiamo di incrociare le difficoltà di quanti sono fuori dal mercato del lavoro e presentano vari disagi e la disponibilità di aziende ed enti di offrire opportunità di reinserimento lavorativo, borse lavoro, percorsi formativi. Ora si avvicina un momento impegnativo per la città, l’elezione del sindaco, e il nostro apporto sarà quello di dire: dialoghiamo, manteniamoci dentro un atteggiamento di confronto rispettoso, senza usare toni urlati e violenti». 

Un tempo il vescovo di Padova era equiparabile a un ministro…  

«Anche il mondo ecclesiale si sta modificando. Qui in Veneto godiamo ancora di una significativa adesione alla vita della Chiesa, però i nostri giovani si allontanano. Non possiamo illuderci di essere immuni a pensieri e atteggiamenti che si diffondono in tanta parte del mondo europeo. Questo porta la Chiesa a ripensarsi in modo diverso, più come minoranza e come anima che come forza, come potere. Ma noi questa strada dobbiamo sceglierla, non subirla! Credo sia un valore pensare a una realtà più piccola, meno importante, meno potente, ma più qualificata dal punto di vista cristiano, fedele al Vangelo. Non dobbiamo scendere nelle catacombe, ma mantenerci vivi per quello che ci caratterizza come cristiani. Essere lievito nel territorio, al servizio della nostra gente». 

Lei appena arrivato ha deciso che la diocesi di Padova avrebbe reso pubblico il suo bilancio. Perché?  

«I motivi sono due: solidarietà e credibilità. Da oltre sessant’anni noi abbiamo il Cuamm, di cui sono presidente, una realtà nata nella nostra diocesi e diventata grande, bella, di apertura al mondo intero, soprattutto all’Africa, ai più poveri, che opera per garantire quei diritti alla salute di cui tutti hanno bisogno. Abbiamo l’OPSA, con 600 ospiti, tra disabili e malati gravi, e circa 700 dipendenti. Poi c’è impegno per la cultura, l’arte, la custodia di quanto ci è stato affidato dalla nostra tradizione. C’è l’impegno per scuole, a partire da quelle dell’infanzia ma non soltanto: abbiamo circa 2000 dipendenti solo in questo settore. È un mondo importante, che ha fatto tanto bene, che ha contribuito molto per l’Africa, per il sostegno alle persone con handicap, per gli ammalati di Alzheimer, per i malati terminali… Tutte queste realtà vivono grazie al sostegno che deriva dalla solidarietà. Ma dobbiamo anche meritarle. Non possiamo più evitare di rendere conto di tutto, anche dei nostri errori. Ce li perdoneranno, perché si può sbagliare, ma dobbiamo renderne conto. Dobbiamo essere trasparenti. Per recuperare la solidarietà di chi crede nel bene e la necessaria credibilità, dobbiamo rendere conto nel dettaglio e in modo adeguato del nostro operato. D’altra parte non si tratta di “nostre” proprietà, le abbiamo ricevute come servizio da rendere». 

Ci sono altre diocesi che pubblicano i loro bilanci?  

«Non ho sentito di altre diocesi, ma penso che altri si siano sentiti sollecitati a farlo. Noi l’abbiamo fatto in modo dettagliato e tecnicamente preciso». 

In questi tempi di crisi, quanto è importante la testimonianza personale di sobrietà da parte del clero?  

«Penso che sia molto importante. Iniziando il ministero mi sono impegnato a non arricchire di un euro il mio conto personale. Noi per primi dobbiamo essere sobri, non arricchirci per il servizio che stiamo facendo, proprio perché è un servizio. Una signora mi ha scritto dicendomi però che questo non è sufficiente, che la Chiesa dovrebbe essere più povera. C’è una Chiesa povera che noi dobbiamo desiderare, cercare. È difficile coniugare nel momento attuale questo desiderio di povertà e la responsabilità per tutte le attività che abbiamo in essere, alle quali ho accennato prima. In mezzo c’è lo spazio per la nostra testimonianza personale. Bisogna poco a poco cercare di dare una testimonianza anche comunitaria, attraverso l’uso trasparente e responsabile dei beni che ci sono stati affidati, che – lo voglio ripetere – non sono nostri ma della comunità». 

Come si annuncia il Vangelo alle giovani generazioni che hanno perso qualsiasi contatto con la Chiesa?  

«Non c’è molto da fare, ma molto da essere. Soprattutto noi adulti. I giovani mostrano una difficoltà nel cammino di fede che già noi adulti abbiamo sperimentato e attraversato, pur mantenendo magari un involucro esteriore ancora cattolico. Ma dentro, noi adulti per primi, abbiamo cambiato strada già da tempo. Possiamo specchiarci nei nostri ragazzi. Quello che possiamo fare per loro è convertirci noi, ricostruendo delle comunità fraterne e non dei centri di erogazione di servizi. Facendo comprendere ai giovani che non siamo migliori di loro, che anche noi siamo in cammino, e li stiamo invitando a camminare con noi senza sentenziare davanti a loro su quale sia la strada giusta o perfetta. Penso che i giovani non vedano il mondo degli adulti camminare. Loro vorrebbero andare oltre, e si trovano di fronte a postazioni già occupate». 

Che cosa vuol fare la diocesi per i giovani?  

«Ho scelto di indire un Sinodo dei giovani, convinto che possano insegnarci tante cose, richiamandoci a una profondità che forse c’è ancora in noi adulti. Non sto pensando a una Chiesa che fa qualcosa per i giovani. Mi piacerebbe consegnare la Chiesa ai giovani perché sono convinto che ci porteranno molto più avanti. Anch’io le cose più belle le ho pensate da giovane: mi sono interrogato dove mi voleva il Signore, come potevo realizzarmi donandomi… Pensieri che ci sono ancora nei giovani di oggi ma il rischio è che trovino spazi occupati, mancanza di orizzonti e di prospettive. Il mio obiettivo è farli parlare, tirare fuori il bello che c’è in loro. La nostra Chiesa dovrebbe diventare la chiesa dei giovani e dei poveri. Quando giovani e poveri si sentiranno a casa nelle nostre comunità incontrandovi calore e prospettive, allora saremo una Chiesa che annuncia il Vangelo. Vorremmo un sinodo caratterizzato non dagli eventi di massa, ma piuttosto vissuto in piccoli gruppi nelle varie realtà territoriali. Un’occasione per andare a trovare i giovani, cercandoli uno per uno. Mi piacerebbe che ogni parroco, ogni realtà che si occupa di giovani si chiedesse: questo parrocchiano, questo giovane, quel tizio dai venti ai trent’anni dov’è, e perché non c’è? Che cosa mi dice con la sua assenza? Andare a cercare e incontrare le persone una ad una, abbiamo bisogno di questa relazione personale. La fede non accade perché si aderisce a una massa, ma perché io mi sento guardato, amato e chiamato». 

Com’è stata recepita in diocesi l’esortazione “Amoris laetitia”? Secondo lei c’è confusione circa il modo di applicarla?  

«È iniziato un processo che richiederà del tempo di comprensione soprattutto del capitolo ottavo, che però può essere ben compreso soltanto se c’è la pazienza di leggere anche tutti gli altri capitoli. Altrimenti ci si ferma soltanto a ciò che va bene per qualche dibattito sui giornali, per polemiche che fanno un po’ di scalpore, ma non è questo che l’esortazione vuole comunicare. Qualche disagio c’è, c’è stato. Questo ci permette di dire: non attenuiamo i disagi, facciamo partire un processo di riflessione, perché i problemi esistono. E ci sono sempre stati. Soluzioni semplicistiche non ce ne sono, né nel senso di facilitazioni per concludere matrimoni, né nel senso di semplici regole codificate da utilizzare in automatico. L’idea di fondo, mi sembra, è quella di rispettare il singolo cristiano, di metterlo di fronte alla sua coscienza, di aiutarlo ad arrivare a individuare che cosa il Signore gli chiede, dentro un confronto che è rispettoso della tradizione della nostra comunità. Il discernimento di cui parla Papa Francesco è un processo che richiede tempo. Se a me prete chiedono un aiuto, lo chiedono per camminare, non per ricevere semplicemente una sentenza». 

Lei ha mostrato un’attenzione particolare per i carcerati. Perché?  

«Innanzitutto devo fare qualche accenno alla mia storia personale: mia mamma ha lavorato nell’ospedale giudiziario di Castiglione delle Stiviere che io ho frequentato fin da bambino senza mai spaventarmi. Abbiamo ospitato in casa molte volte donne che erano in permesso… Poi in alcuni momenti della mia vita ho abitato con persone che hanno vissuto nel mondo del carcere e anche lì ho scoperto che la differenza tra me un carcerato sono state le circostanze. Le situazioni potrebbero essere ribaltate. Dunque di fronte a chi ha sbagliato e sta in carcere non avverto alcuna distanza. Quando ho cominciato ad andare nel carcere di Padova i detenuti mi hanno accolto come uno di loro, mi hanno fatto sentire a casa. Sono stato ospite di uno di loro in cella, che mi ha preparato la torta su un fornello, un regalo di grande sintonia e simpatia. Fanno molto bene queste esperienze a noi che viviamo in questi palazzi vescovili…». 

È vero che lei per un certo periodo della sua vita ha abitato con persone disagiate?  

«Sì, ho abitato in un centro di prima accoglienza, anche per carcerati, e loro mi hanno aiutato tantissimo. Carcerati, persone in difficoltà, barboni e alcolizzati sono capaci di una solidarietà e di una vicinanza straordinaria. Devo molto a loro. Ho attraversato un momento difficile, anche dal punto di vista spirituale. Ricordo che quel primo Natale vissuto in quel centro di prima accoglienza è stato bellissimo per me, ho avuto la sensazione di un vero Natale. In quell’anno difficile, quelli che mi sono stati più vicini, che mi hanno incoraggiato, che mi hanno fatto uscire dalle mie difficoltà, sono stati loro. E quindi è con un atteggiamento di riconoscenza che sono andato in carcere, mi dispiace di non esserci più spesso. L’idea della Porta Santa dentro il carcere per il Giubileo è stata un’ispirazione: ho pensato al fatto che Dio vuole più bene là dove noi vediamo più peccato. Nel carcere in fondo vediamo il massimo del peccato e della difficoltà e quindi è anche il luogo dove il Signore può manifestare di più la sua grazia e la sua misericordia. Questo è stato un messaggio anche per tutta la città, perché se un carcerato è degno della misericordia del Signore, lo è per bontà di Dio, quanto più ognuno di noi potrebbe godere della grazia del Signore. Quello del carcere non è in fondo un Vangelo detto per tutti, un annuncio della misericordia del Signore che non ha confini e non ha limiti?». 

Qual è il bilancio del Giubileo straordinario della misericordia a Padova?  

«Padova con i santuari di Sant’Antonio e San Leopoldo Mandic era già meta per tante confessioni individuali, da sempre. I padri mi hanno detto che c’è stato un incremento durante quest’anno. Ma non so se questo sia il criterio più giusto per leggere il Giubileo: a me sembra che si sia annunciato, anche qui a Padova, un volto di Dio bello, di cui abbiamo bisogno. Il volto di un Dio che ti vuole bene, ti cerca, ti viene incontro per primo. Il Papa ha aiutato e sta aiutando a fare questo annuncio, questa forma straordinaria di catechesi: Dio che cerca, che ama, che si fa carico di chi è in difficoltà. C’è qui una bella indicazione pastorale; ecco ciò che deve essere la Chiesa: lo sguardo, l’abbraccio, la voce di un Dio che parte chi è più in difficoltà. Nella lettera “Misericordia et misera” Papa Francesco ci ricorda, contro ogni astrazione, che l’incontro tra Gesù e la donna adultera perdonata superando la legge mosaica è stato un incontro personale. Qui c’è una preziosa indicazione pastorale: dobbiamo incontrare i singoli volti, le singole storie, che sono storie diverse una dall’altra. Nelle nostra comunità siamo ancora in tanti, organizziamo sempre attività per molti, e se manca una persona, non ce ne accorgiamo. Come sarebbe bello cambiare passo e partire dalle singole persone». 

Secondo lei come sta accogliendo la Chiesa italiana la testimonianza e le indicazioni del Papa?  

«Francesco ci ha provocato molto e noi abbiamo una buona capacità di… resistenza! Non ho conoscenza personale di vescovi che siano contrari alle indicazioni del Papa, vedo invece una lunga storia che abbiamo, una tradizione e un patrimonio culturale che di fronte alle provocazioni dell’esortazione “Evangelii gaudium” o del discorso pronunciato al convegno di Firenze, di fronte a certe parole sui pastori e sulla Chiesa, le fa come scivolare via con facilità. Le parole del Papa magari ci scuotono sul momento, ma poi il peso delle nostre tradizioni ci fa continuare come prima. Non so quali possano essere le occasioni per prendere maggiormente coscienza che dobbiamo ripensarci, ripensare i nostri ruoli, le nostre collocazioni, il nostro fare. Forse dei laboratori che partano da una pastorale concreta più che dalle idee o dalle intuizioni teologiche. Come comunità non dobbiamo considerarci già arrivati, coloro che sanno già tutto, ma avere la coscienza di essere in cammino. Soltanto una Chiesa povera può sperimentare questo, perché si riconosce bisognosa, ferita, bisognosa di Dio, del Vangelo, della fraternità. Una Chiesa che non promuove se stessa, ma si dona perché è in questo donarsi che ritrova veramente se stessa». 

(1/ continua)  

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