Spiritualità

L’amore per la cucina o la cucina dell’amore?

“Apri la tua bocca, la voglio riempire” (Sal 81, 11c)

L’amore per la cucina o la cucina dell’amore?

Chi avrebbe mai detto che un succulento boccone, ci avrebbe parlato di Dio. Del resto, l’Eucaristia stessa è un boccone che ci comunica Dio. Un palato fine è tutt’altro che secondario: Dio vuole essere gustato, altrimenti non avrebbe scelto né pane, né vino. Questa è una missione per l’uomo: gustare Dio in ogni cosa. Un padre mi disse: vocazione è boccazione… evidentemente era un santo.

Che senso ha l’arte della cucina, se non quello di essere ancella di quell’arte ancora più nobile e sopraffine che è l’arte del mangiare? Eh sì! Cari amici è proprio un’arte. E che arte!  Sarebbe d’accordo anche San Tommaso D’Aquino, il quale brillantemente distingue l’animale bruto, da quello razionale. Qual è la differenza? Il bruto, ahi lui, per istinto ingoia voracemente quanto gli serve per sopravvivere. Ma non è così anche per noi esseri umani? Sì e no. Ho parlato di arte del mangiare, ma secondo voi un cane mangia con arte?  Ma su, facciamo i seri! Noi abbiamo un’anima: noi siamo in grado di sentire al di là dei singoli sapori, la sintonia dei sapori stessi. Noi possiamo abbinare una cucchiaiata di piselli sfumata col vino ad una grattata di romano, con uova e parmigiano… lo senti che è buono? È buono già dalla rima. Insomma, l’animale pensa di pancia, l’uomo si spancia di pensieri: anche qui aspira ai “carismi più alti” (Cfr. 1 Cor 12, 31).

Cucine platoniche

Vi ho accennato anche di una certa arte culinaria dicendo che è ancella dell’arte del mangiare. Non starete mica pensando che sto offendendo quanti sono chiamati alla nobile vocazione del cuoco? Certo che no! Ma allora perché dici che l’arte culinaria è ancella? Gli hai dato quasi della schiavetta! È vero che è sulla bocca di tutti, ma no, non ci siamo proprio capiti. L’arte della cucina, trova il suo pieno compimento solo nell’arte del mangiare: voi direste mai che state cucinando per il vostro cane? Al cane dai semplicemente il mangime. Quando si tratta di persone il problema cambia, non è più una questione di semplice fame, ma di amore per la cucina o di cucina dell’amore. Quale dei due?

E qui la storia si fa seria! Quanti ne ho visti di sciacalli che hanno l’amore per la cucina. State tranquilli, non offendo nessuno. Voglio solo dire, che la cucina puoi anche amarla, ma stai ben certo, che sarà solo un amore platonico. Almeno dalla mia misera esperienza di cuoco, non si è levato mai nessun pentolame o forno a dirmi: “Ti amo”! Quante storie d’amore svanite tra i fornelli!

La vera natura dell’arte

Ma non abbattiamoci, rimbocchiamoci le mani e ragioniamo diversamente. Se io parlassi di cucina dell’amore?  È l’amore l’ingrediente principale di ogni ricetta. Per cortesia mi darebbe mezzo chilo di amore? Ma cosa avete capito? Intendevo dire che l’ingrediente principale per ogni ricetta ben riuscita, nella cucina come nella vita, è l’amore.  L’amore per Dio, per se stessi e per il prossimo! Ma come, metti prima l’amore per te e poi quello del prossimo? Ovvio! Non puoi amare il prossimo se prima non ami te stesso.  Se Gesù ci ha detto “ama il tuo prossimo come te stesso”  e che “non c’è comandamento più grande di questo”  (cfr. Mc 12, 29-31), è evidente che per amare gli altri come me stesso, devo imparare ad amarmi. Chi me lo insegna?

La mamma. Perché le ricette di ogni mamma, non hanno paragoni per un figlio? Perché c’è l’amore. Ecco allora cos’è la cucina dell’amore: far trapelare da un piatto preparato con cura, il gusto di un affetto gratuito. Un assaggio dell’amore gratuito di Dio. Anche Dio, infatti, è un poco mamma: “Come una madre consola un figlio / così io vi consolerò” (Is 66, 13). Mia mamma si chiama Adelaide, ma fa troppo signorina Rottermeier, quindi la chiameremo Adele. Questa è una sua ricetta: quando ero bambino, mamma Adele mi cucinava un piatto della tradizione napoletana, si alzava presto di buon mattino e iniziava a preparare la pasta ai piselli per il pranzo. Non ho mai capito perché fosse così buona, l’ho scoperto solo quando anch’io ho dovuta prepararla per i miei amici e confratelli. Quando un uomo fa qualcosa con un profondo affetto, rende le cose profondamente umane, si sente il gusto del cuore che le ha preparate. Questo rimanda ad un mistero più profondo: la creazione, che io paragono alla cucina di Dio, ha il gusto dell’amore di Dio (del resto se il Paradiso è una mensa ci saranno pure una cambusa e un paio di fornelli!). E la cucina di un cristiano? È teologica: dà a piatti umani, sapori divini.

La ricetta

Preparazione: 5 minuti
Cottura: 20 minuti
Esecuzione: facile

Ingredienti per 2 persone:
- 300 gr di piselli
- 180 gr di pasta tubetti rigati
- 80 gr di pancetta a cubetti
- 1/2 cipolla
- 2 uova
- Pecorino romano q.b.
- Parmigiano q.b.
- olio, pepe, vino bianco q.b.

Preparazione

Mettere l’olio in una pentola, far rosolare la cipolla e la pancetta. Aggiungere i piselli e sfumare con il vino bianco. Sempre nella stessa pentola aggiungere abbondante acqua: alla bollitura verseremo la pasta. Ultimata la cottura a fuoco spento aggiungere il parmigiano, il pecorino romano, le uova e il pepe e mescolare energicamente. Buon Appetito!

 

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fr. Mario Abete

Fr. Mario Rosario Maria Abete, classe 1991 originario di Pollena Trocchia (Napoli), cresce alle pendici del Vesuvio e sotto lo sguardo materno della Madonna Dell’ Arco. Si diploma all’ istituto alberghiero e inizia a muovere i primi passi nel campo della ristorazione. Tra una padella e una schiumarola nasce la sua vocazione di frate domenicano, vocazione che non va in contrasto con la sua vocazione di cuoco: ora può dedicarsi a tempo pieno a dispensare con amore il pane e la parola sulla mensa dei piccoli. Attualmente studia filosofia nel convento di San Domenico in Bologna, preparandosi al “si” definitivo al Signore sulle orme di San Domenico. Un nome, un programma, MARIO: M-editando; A-bbozza; R-icette; I-ncredibilmente; O-riginali.
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