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Gentiloni, un romano che sa cos’è la Santa Sede

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Il nuovo premier italiano è un uomo "di confine", che senza scorciatoie ha mantenuto rapporti istituzionali cordiali e collaborativi con il Vaticano

«Gentiloni è una delle ultime espressioni di quella romanità internazionale e universalista, che sa cos’è il Vaticano e che cosa rappresenta la Chiesa in Italia. Ha mantenuto un’empatia con l’altra sponda del Tevere intessuta di rapporti istituzionali». Con queste parole lo storico Andrea Riccardi descrive il nuovo premier in riferimento al mondo cattolico e alle istituzioni della Santa Sede.

Si è già scritto molto sull’avo politico e parente alla lontana, quel conte Vincenzo Ottorino Gentiloni che sancì con la benedizione di Pio X il rientro in gioco dei cattolici nella vita politica italiana con il Patto del 1912. Si è scritto meno sui altri suoi antenati più diretti, come il musicista Domenico Gentiloni, membro della Guardia nobile del marchigiano Pio IX e autore dell’inno conosciuto come «La melodia delle trombe d’argento», usato in Vaticano fino al 1970. O come lo zio Filippo Gentiloni Silverj, ex sacerdote gesuita, giornalista del Manifesto, membro dei «Cristiani per il socialismo» e autore di libri quali «Oltre il dialogo cattolici e PCI. Le possibili intese tra passato e presente» e «Karol Wojtyla, nel segno della contraddizione». O ancora, come il cugino medico Nicolò Gentiloni, scomparso lo scorso gennaio, che aveva lavorato per quasi mezzo secolo al Policlinico Gemelli e aveva fatto parte dell’equipe che curava Giovanni Paolo II.

Questo pedigree tutto interno al mondo cattolico, pur con espressioni tra sé molto distanti, non deve far però pensare a una figura «organica». Il presidente del Consiglio appare piuttosto come un uomo di confine, con i suoi trascorsi giovanili nel mondo della sinistra oltre il Pci, la sua successiva vicinanza agli ambientalisti, ma anche le frequentazioni con lo storico Pietro Scoppola, esponente del «cattolicesimo democratico». Buoni sono i rapporti con la Comunità di Sant’Egidio: l’ormai ex ministro degli Esteri è intervenuto ai meeting interreligiosi di Bari e di Tirana.

L’identikit con i tratti della «romanità internazionale» proposto da Riccardi dice che il modello Gentiloni, nei rapporti con l’altra sponda del Tevere, non è quello dei rapporti ufficiosi e dei «pontieri» che intessono relazioni alternative ai canali istituzionali. Ma al tempo stesso persegue l’obiettivo di una collaborazione fattiva nei campi di comune interesse, come è accaduto durante l’esperienza vissuta con il grande Giubileo dell’anno 2000, quando il neo-premier aveva l’incarico di tenere i rapporti con la Santa Sede.
Gentiloni conosce il Segretario di Stato Pietro Parolin e da ministro degli Esteri del governo Renzi ha ricevuto lo scorso 24 novembre alla Farnesina la visita del suo omologo vaticano, l’arcivescovo Paul Richard Gallagher.

Lo scorso aprile, alla vigilia del viaggio di Francesco nell’isola greca di Lesbo, è stato pubblicato il libro di Pasquale Ferrara, diplomatico di carriera e studioso di relazioni internazionali, intitolato: «Il Mondo di Francesco – Bergoglio e la politica internazionale». Paolo Gentiloni ha firmato la prefazione, nella quale si legge che Bergoglio «ha cambiato il tono del discorso politico mondiale, con l’appello a un dialogo serio, all’inclusività, a stigmatizzare la “globalizzazione dell’indifferenza” e porre al centro dell’agenda internazionale la dignità della persona, invitando a guardare il mondo dalla “periferia”. Si tratta di concetti essenziali mentre risorgono barriere e nazionalismi nell’Europa alle prese con i flussi di migranti e rifugiati».

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