Aleteia

Ad Aleppo scontri, lucine e un piatto di grano addolcito

Condividi
Commenta

I cumuli di macerie, il fumo delle esplosioni, gli sguardi spaventati e indifesi dei bambini, la tenacia dolente delle madri e dei padri, l’espressione smarrita dei vecchi: sono queste le immagini di Aleppo che le cronache ci restituiscono ogni giorno insieme alle immagini degli incontri fra i “grandi” della terra intenti a cercare soluzioni al conflitto siriano. Aleppo è allo stremo. Ma proprio in questa città dove la devastazione e il pervicace avvilimento dell’umano sembrano avere la meglio, ogni giorno si tessono pazientemente legami di cura, ospitalità e dedizione, quelle forme e quei gesti della custodia e dell’accudimento – mediaticamente invisibili, esistenzialmente decisivi – che tengono in vita anche nelle condizioni più estreme: lì si accende qualcosa di immenso e si impara il calore della presenza di Dio.  

Nell’approssimarsi del Natale, abbiamo rivolto alcune domande al frate francescano Ibrahim Alsabagh: siriano, 46 anni, è parroco della chiesa di San Francesco, situata nella parte occidentale della città, governata dall’esercito regolare. Fra Ibrahim (di cui recentemente le Edizioni Terra Santa hanno pubblicato il volume “Un istante prima dell’alba” che raccoglie le newsletter e altri testi scritti dal frate negli ultimi due anni) è anche guardiano del convento, vicario episcopale e responsabile della comunità latina. 

Qual è al momento la situazione di Aleppo?  

«Siamo in una fase di passaggio, attanagliati tra le enormi difficoltà causate dall’intensificarsi degli scontri fra l’esercito regolare e le milizie, e l’incognita del futuro, le sfide che ci attendono, legate alla liberazione della città, che sarà tutta da ricostruire». 

Quante persone vivono ora nei quartieri occidentali? Sono molte quelle che, nelle ultime settimane, hanno deciso di abbandonare la città?  

«Si dice vi siano ancora più di 1.200.000 abitanti nella zona occidentale; secondo i nostri dati, che riguardano soprattutto le famiglie cristiane, l’esodo continua anche adesso che la liberazione dell’intera città appare vicina. Stremate dalle sofferenze, dalle privazioni, dalle bombe, molte persone fuggono, persuase che Aleppo, ormai, sia una città di morte la cui ricostruzione richiederà decenni e avrà costi esorbitanti».  

Quali notizie vi giungono dai quartieri orientali?  

«So che fortunatamente migliaia di persone sono riuscite a lasciare quella parte della città, devastata dai bombardamenti e da scontri durissimi, e sono state radunate in campi predisposti per l’accoglienza, dove vengono accudite. Le informazioni che abbiamo sono frammentarie».  

Nei quartieri occidentali le condizioni di vita sono migliorate?  

«No, continuano a essere disastrose. L’erogazione dell’acqua e dell’elettricità vengono ancora interrotte, talvolta per molte ore, talvolta per giornate intere; i prezzi dei generi alimentari sono alle stelle: le persone faticano ad acquistare anche gli alimenti base come il latte, il riso o i legumi. Anche le medicine hanno raggiunto costi spesso proibitivi e alcune sono introvabili. Molte abitazioni sono distrutte o gravemente danneggiate e non c’è denaro per ripararle né per pagare gli affitti delle case rimaste integre. Manca il lavoro, il commercio quasi non esiste più. Le persone sono prostrate dalla povertà, dalla paura, dai bombardamenti, che non si sono interrotti». 

Voi frati su quali aiuti potete contare?  

«La dedizione gratuita e disinteressata è contagiosa: mentre all’inizio io e i miei tre confratelli operavamo da soli, quasi a mani nude, ormai da tempo possiamo contare su un grande gruppo di volontari, uomini e donne di ogni età che ci affiancano nella quotidiana opera di assistenza e che si prodigano con commovente generosità. Inoltre molte persone, in Occidente, si preoccupano di questo popolo martoriato e ci fanno giungere un po’ di denaro, grazie al quale siamo in grado di provvedere a numerose necessità. Purtroppo non a tutte. Vediamo invece di rado le grandi organizzazioni internazionali come, ad esempio, la Croce Rossa o Medici senza Frontiere».  

Come si svolgono le vostre giornate?  

«Sono segnate dall’improvvisazione: insieme ai volontari affrontiamo le emergenze che via via si presentano, corriamo per portare aiuto mettendoci a disposizioni di chiunque abbia bisogno. Il cristiano, come ripeto spesso, non si occupa solo dei “suoi”. Interveniamo in molti modi: distribuiamo kit alimentari, acqua, indumenti e medicinali, assistiamo ammalati, accudiamo bambini, anziani e disabili, ripariamo case danneggiate dalle bombe, aiutiamo famiglie a pagare l’affitto. Dedichiamo molto tempo anche all’ascolto delle persone che cercano consolazione, sostegno, una spalla su cui appoggiarsi per non sentirsi sole. È un lavoro enorme. Nella frenesia di giornate mai uguali, noi frati restiamo sempre ancorati alle celebrazioni eucaristiche, alla preghiera, all’amministrazione dei sacramenti. È Cristo che dona la forza e la larghezza di cuore necessarie per prestare ascolto e soccorso a questa umanità ferita. Sono la Sua vicinanza, la Sua pace e la Sua consolazione che vogliamo portare».  

Come state vivendo questo tempo di Avvento?  

«Natale è la festa della gioia, la nascita del Re della pace venuto per offrire al popolo la Sua pace. Natale è il tempo della grande speranza, il tempo della luce, del passaggio dalla schiavitù, dalla prigionia alla libertà dei figli di Dio. In queste settimane cerchiamo di trasmettere speranza, di portare a tutti il messaggio della nascita del Figlio: Dio si è fatto uomo per dare a ogni uomo pace, gioia, liberazione dal male: ciò che l’essere umano, da se stesso, non può darsi. Cerchiamo di essere fedeli alle parole di Giovanni Battista, che invita a “raddrizzare i sentieri e spianare le vie impervie” per far arrivare il Signore nel cuore delle persone. In questo periodo di Avvento – insieme a sacerdoti e vescovi, anche di altre confessioni cristiane – dedichiamo molto tempo al sacramento della riconciliazione, convinti del valore immenso del perdono. Quando le onde dell’odio e della violenza si propagano possono finire per contagiare il cuore delle persone, che si induriscono compromettendo anche i legami familiari. Incoraggiamo ciascuna persona ad avere uno sguardo misericordioso anzitutto verso i propri cari: la pace si costruisce a partire da quella che tiene salde e unite le famiglie. E poi cerchiamo di offrire segni di speranza, piccoli ma indispensabili».  

Quali in particolare?  

«Sempre insieme ai volontari, ad esempio, stiamo coinvolgendo i ragazzi nella costruzione del grande presepe che collocheremo vicino all’altare. Per i bambini organizzeremo un momento di festa e offriremo loro dolcetti, biscotti, vestitini. Vogliamo raggiungere un numero grande di giovani, non soltanto quelli che abitualmente frequentano la chiesa, così andiamo nelle scuole a portare piccoli doni: desideriamo sentano che realmente stiamo varcando le soglie della distruzione e della morte per andare verso la luce e la vita. E poi, naturalmente, ci occupiamo in molti modi degli adulti».  

In questo tempo che precede il Natale lei vede rinascere la speranza o prevalgono il dolore, lo scoraggiamento, la rassegnazione alla sofferenza e al male?  

«Nella quotidianità semplice che tutti qui vivono, i segni sono colti immediatamente: quando un malato riceve una visita e parole di affetto accompagnate da una benedizione colma di tenerezza, capisce subito il segno, comprende che una speranza c’è. Quando una famiglia molto povera riceve il denaro per coprire le spese del parto, insieme al neonato è la speranza che viene al mondo. Quando un ragazzo che non ha di che coprirsi per l’inverno si vede portare in dono un giaccone coglie il segno all’istante: rinasce la speranza. E lo stesso accade quando un bambino – che per la paura non riesce quasi più a inghiottire il cibo – può partecipare a una festa (come quella che abbiamo organizzato in occasione di santa Barbara), e mangia un piatto di grano addolcito insieme ai suoi amici. Noi cerchiamo di essere profeti di speranza. In questi giorni abbiamo addobbato la chiesa e abbiamo acceso lucine tutt’intorno: nel buio della notte e dei cuori sono il segno della speranza e della Luce che attendiamo e che, ne siamo certi, giungerà».  

Come trascorrerete il giorno di Natale?  

«Non abbiamo ancora predisposto un programma preciso. Certamente non vi sarà la veglia nella notte del 24: è troppo pericoloso. Celebreremo la messa verso l’ora del tramonto, come accade negli altri giorni dell’anno. Ci proponiamo di organizzare un momento di festa e di scambio di auguri tra tutti i cristiani e qualcosa di speciale per i bambini. Intanto, in questi giorni, cerchiamo di preparare i cuori all’arrivo del Signore. Accendiamo lucine».  

Newsletter
Ricevi Aleteia tutti i giorni