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Corti: ho imparato che cosa è la fede da due sacerdoti

Esistono oggi modelli che ci inducono a riscoprire e avere fede? «Sì, ci sono, e sono fra noi, basta cercarli» dice il neocardinale Renato Corti. Il vescovo emerito di Novara è tornato per un giorno nella Cattedrale della sua città, per celebrare messa e incontrare i fedeli che gli sono stati vicini oltre 25 anni. Ricevuta la berretta da Francesco, il neo porporato (l’unico italiano nominato durante l’ultimo Concistoro) ha voluto dedicare una giornata, così come aveva promesso, alla città piemontese, accolto dall’attuale vescovo Franco Giulio Brambilla, vicepresidente della Cei. Entrambi lombardi e originari del Lecchese, entrambi cresciuti e fortemente legati al cardinal Martini. 

«Parlare di fede oggi – dice Corti – non è facile, anche se tutti proclamiamo il proposito di vivere quella grande fede evocabile soltanto in alcune figure. Ma oggi in che situazione ci troviamo? Pensando a noi ci accorgiamo che molte realtà sono lontane dal Vangelo e dalla fede, sino a farci dubitare. Tanto da esclamare: questi fatti del mondo ci distanziano da Gesù, me lo fanno sentire come un maestro di oltre duemila anni fa. Che cosa rispondere a questi dubbi e interrogativi, che dire a chi vacilla sulla fede?». 

Il cardinale cita tre persone e tre situazioni diverse. La prima: «Un prete albanese che il 19 di novembre, durante il Concistoro, era accanto a me. Avrei voluto inginocchiarmi e baciargli i piedi, lui ha rischiato la pelle per la fede. Arrestato nella notte di Natale del ’63 come nemico del popolo, venne condannato a morte, pena poi commutata in 25 anni di lavori forzati durissimi. Nonostante si trovasse in quell’abisso non ha mai perso la fede. Noi,invece, la feriamo semplicemente per qualche sciocchezza. Lui è riuscito a dire messa tutti i giorni, è stato liberato nel ’90». Corti si riferisce Ernest Simoni, l’unico sacerdote, ancora vivente, testimone della persecuzione del regime di Enver Hoxha, che proclamò l’Albania il primo Stato ateo al mondo. Nato a Scutari, visse 11.107 giorni di prigione e lavori forzati (muratore, minatore, poi addetto alle fognature). E anche l’unico prete nominato cardinale dal Papa. «Di fronte a un uomo così – aggiunge Corti – che cosa dovrei dire di me stesso, che non ho fatto nulla. Ecco uomini dell’oggi, che testimoniano la fede, esistono, sono il futuro della Chiesa». 

L’altro modello indicato è ancora un sacerdote sconosciuto, don Giuseppe Rossi. «Un pretino – lo definisce – che fu parroco a Castiglione Ossola, ai confini con la Svizzera. Fu ucciso dai nazifascisti nel ’45, avrebbe potuto nascondersi e fuggire, ma gli stavano a cuore i giovani del suo paese e rimase. Durante la mia missione vescovile nella diocesi novarese, tutti gli anni salivo lassù per ricordarlo con i parrocchiani». 

Infine, ma non ultimo, Antonio Rosmini, l’abate beatificato proprio a Novara nel 2007, durante l’episcopato di Corti. «Rivolgendosi a Dio diceva: disponi di me come più ti piace, mi offro e sacrifico il sangue e la vita per il tuo amore. Il giorno in cui morì, il primo luglio, era la festa del preziosissimo sangue. E ora – conclude Corti – che ho addosso un abito color sangue ho motivo in più per dare spazio a figure come queste».  

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