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Papa Francesco: per i preti rigidità e mondanità sono un disastro

Francesco a Santa Marta: i sacerdoti così sono insoddisfatti; quelli che diventano «funzionari» mondani sono «ridicoli»; devono essere «mediatori», non «intermediari»

Papa Francesco: per i preti rigidità e mondanità sono un disastro

ALETEIA/Jeffrey Bruno

I sacerdoti siano mediatori dell’amore di Dio, non intermediari che pensano al proprio interesse. È il monito di papa Francesco nell’omelia alla Messa mattutina a Casa Santa Marta. Il Pontefice – riferisce Radio Vaticana – mette in guardia dai «rigidi» che caricano sui fedeli cose che loro non portano. Ancora, denuncia la tentazione della mondanità che trasforma il sacerdote in un funzionario e lo porta a essere «ridicolo». La rigidità – sottolinea il vescovo di Roma oggi 9 dicembre 2016 – «non si può mantenere tanto tempo, totalmente. E fondamentalmente è schizoide: finirai per apparire rigido ma dentro sarai un disastro». Poi un ammonimento, contro la mondanità: «Un sacerdote mondano, rigido è uno insoddisfatto perché ha preso la strada sbagliata». Un buon pastore sa «giocare con i bambini».

Papa Bergoglio si ispira alle parole di Cristo che, nel Vangelo di oggi, evidenzia l’insoddisfazione continua del popolo: le persone sono come bimbi ai quali si offre qualcosa e a loro non piace, si offre il contrario e non lo gradiscono ugualmente. Così, pure nel terzo millennio «ci sono cristiani insoddisfatti – tanti – che non riescono a capire cosa il Signore ci ha insegnato, non riescono a capire il nocciolo proprio della rivelazione del Vangelo».

Da ciò, si concentra poi sui preti «insoddisfatti» che «fanno tanto male». Trascorrono il tempo non contenti, cercando continuamente nuovi progetti o iniziative «perché il loro cuore è lontano dalla logica di Gesù», perciò «si lamentano o vivono tristi».

La logica del Figlio di Dio invece dovrebbe portare alla «piena soddisfazione» un sacerdote. Si tratta della «logica del mediatore». Spiega Francesco: «Gesù è il mediatore fra Dio e noi. E noi dobbiamo prendere questa strada di mediatori, non l’altra figura che assomiglia tanto ma non è la stessa: intermediari». Quest’ultimo infatti «fa il suo lavoro e prende la paga, lui mai perde».

Al contrario, «il mediatore perde se stesso per unire le parti, dà la vita, se stesso, il prezzo è quello: la propria vita, paga con la propria vita, la propria stanchezza, il proprio lavoro, tante cose, ma – in questo caso il parroco – per unire il gregge, per unire la gente, per portarla a Gesù. La logica di Gesù come mediatore è la logica di annientare se stesso».

Il prete autentico è «un mediatore molto vicino al suo popolo», mentre l’intermediario compie il proprio lavoro ma poi ne prende un altro «sempre come funzionario», perché «non sa cosa significhi sporcarsi le mani» nelle pieghe della realtà. Ecco il motivo per cui, quando «il sacerdote cambia da mediatore a intermediario non è felice, è triste». E va alla caccia di un po’ di felicità «nel farsi vedere, nel far sentire l’autorità».

Il Papa sostiene che Gesù agli intermediari Suoi contemporanei «diceva che piaceva loro passeggiare per le piazze» per mostrarsi e attirare attenzioni e onori e complimenti.

Accade in più che «per rendersi importanti – avverte – i sacerdoti intermediari prendono il cammino della rigidità: tante volte, staccati dalla gente, non sanno che cos’è il dolore umano; perdono quello che avevano imparato a casa loro, col lavoro del papà, della mamma, del nonno, della nonna, dei fratelli… Perdono queste cose». Sono «rigidi – insiste – quei rigidi che caricano sui fedeli tante cose che loro non portano, come diceva Gesù agli intermediari del suo tempo. La rigidità. Frusta in mano col popolo di Dio: “Questo non si può, questo non si può…”». Così, avviene che «tanta gente che si avvicina cercando un po’ di consolazione, un po’ di comprensione viene cacciata via con questa rigidità».

Però la rigidità «non si può mantenere tanto tempo, totalmente. E fondamentalmente è schizoide: finirai per apparire rigido ma dentro sarai un disastro».

Stessa triste sorte per la mondanità: «Un sacerdote mondano, rigido è uno insoddisfatto perché ha preso la strada sbagliata». Il Papa racconta: «Tempo fa è venuto da me un anziano monsignore della curia, che lavora, un uomo normale, un uomo buono, innamorato di Gesù e mi ha raccontato che era andato all’Euroclero (negozio di forniture e sartorie ecclesiastiche, ndr) a comprarsi un paio di camicie e ha visto davanti allo specchio un ragazzo – lui pensa non avesse più di 25 anni, o prete giovane o (che stava) per diventare prete – davanti allo specchio, con un mantello, grande, largo, col velluto, la catena d’argento e si guardava. E poi ha preso il “saturno” (copricapo indossato dai preti, ndr), l’ha messo e si guardava. Un rigido mondano», lo definisce Francesco. Prosegue la narrazione: «E quel sacerdote – è saggio quel monsignore, molto saggio – è riuscito a superare il dolore, con una battuta di sano umorismo e ha aggiunto: “E poi si dice che la Chiesa non permette il sacerdozio alle donne!”. Così che il mestiere che fa il sacerdote quando diventa funzionario finisce nel ridicolo, sempre».

Un altro aneddoto del Pontefice: una volta una persona gli «diceva che lui riconosceva i sacerdoti dall’atteggiamento con i bambini: se sanno carezzare un bambino, sorridere a un bambino, giocare con un bambino… È interessante questo perché significa che sanno abbassarsi, avvicinarsi alle piccole cose».

Al contrario, il prete intermediario «è triste, sempre con quella faccia triste o troppo seria, faccia scura. Ha lo sguardo scuro, molto scuro!»; invece «il mediatore è aperto: il sorriso, l’accoglienza, la comprensione, le carezze».

Francesco propone tre «icone» di «sacerdoti mediatori e non intermediari».

Uno è il «grande» san Policarpo di Smirne, che «non negozia la sua vocazione e va coraggioso alla pira e quando il fuoco viene intorno a lui, i fedeli che erano lì, hanno sentito l’odore del pane»; in questo modo «finisce un mediatore: come un pezzo di pane per i suoi fedeli».

Il secondo è san Francesco Saverio, che termina la vita giovane sulla spiaggia di San-cian, «guardando la Cina» dove desidera vanamente andare.

Infine, san Paolo alle Tre fontane: «Quella mattina i soldati sono andati da lui, l’hanno preso, e lui camminava incurvato»; è consapevole che sta andando al martirio a causa del tradimento di alcuni all’interno della comunità cristiana, ma «lui ha lottato tanto, tanto, nella sua vita, che si offre al Signore come un sacrificio».

 

QUI L’ORIGINALE

Andy Skelton

Domenico Agasso jr

Nato nel 1979 a Carmagnola (TO), laureato in Scienze politiche, giornalista e scrittore. Lavora per il quotidiano «La Stampa» (in particolare per il portale «Vatican Insider»), e ha collaborato con «Il Sole 24 Ore» e il nostro tempo (su cui ha tenuto le rubriche "Il vostro Santo" e "Parole di vita"). Ha curato per il settimanale «Famiglia Cristiana» l’opera editoriale in tredici volumi «I Santi nella Storia. Tremila testimoni del Vangelo», ed è autore di vari libri, tra i quali: Un profeta dell’Africa. Daniele Comboni, con una riflessione del card. Carlo Maria Martini (con Domenico Agasso sr, San Paolo); Il piombo e il silenzio. Le vittime del terrorismo in Italia (1967-2003) (con Renzo Agasso, San Paolo); Dentro la storia. Carlo Tancredi testimone di speranza (San Paolo); Il Risorgimento della Carità. Vita e opere di uomini e donne di fede (con Domenico sr e Renzo Agasso, Effatà Editrice); I Fratelli della Sacra Famiglia. Sorsi di vita (San Paolo); Fratel Luigi Bordino (Effatà Editrice). twitter@agasso_domenico
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