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“Populorum progressio”, profezia inascoltata e criticata

Mancano quattro mesi al cinquantesimo anniversario dell’enciclica di Paolo VI «Populorum progressio», pietra miliare del magistero sociale della Chiesa e inizia il pomeriggio del 1° dicembre presso la Pontificia Università Gregoriana un ciclo di lezioni pubbliche intitolato «Lo sviluppo sostenibile. Dalla Populorum Progressio ad oggi», che si protrarrà fino a maggio 2017. Gli incontri, coordinati dal gesuita spagnolo Ferdinando de la Iglesia Viguiristi, hanno cadenza mensile e si tengono di giovedì, dalle 16.30 alle 18. Uno dei docenti, padre Diego Alonso Lasheras, spiega a Vatican Insider: «Possiamo considerare l’enciclica un documento profetico, Benedetto XVI l’ha definita “la Rerum novarum” dei tempi moderni. Paolo VI venne molto criticato, ma oggi esiste tutto un campo di ricerca che indaga sul rapporto tra religione e sviluppo». 

Un’enciclica negli anni Sessanta  

L’enciclica «Populorum progressio», pubblicata il 28 marzo 1967 (porta la data del 26, giorno di Pasqua) è un documento destinato a segnare la storia del pontificato di Paolo VI, sulla scia dell’intervento fatto all’Onu nell’ottobre di due anni prima: promuove i diritti umani di tutti i popoli sottosviluppati e parla della carenza di solidarietà evangelica nel Terzo mondo, e specialmente nell’America latina. Una carenza di solidarietà evangelica proprio dei cristiani. Il contesto nel quale l’enciclica si inserisce è quello degli anni Sessanta, i «sixties» cari agli americani, un periodo connotato dal mito della crescita illimitata e dalla conquista dello spazio.  

L’urgenza di una risposta  

Rifacendosi alle grandi encicliche sociali dei predecessori, Paolo VI afferma che «la questione sociale ha acquistato dimensione mondiale», ed è «urgente» una risposta perché «i popoli della fame interpellano oggi in maniera drammatica i popoli dell’opulenza»; la Chiesa «trasale davanti a questo grido d’angoscia e chiama ognuno a rispondere con amore al proprio fratello». «Essere affrancati dalla miseria, garantire in maniera più sicura la propria sussistenza, la salute, un’occupazione stabile; una partecipazione più piena alle responsabilità, al di fuori da ogni oppressione, al riparo da situazioni che offendono la loro dignità di uomini; godere di una maggiore istruzione; in una parola, fare conoscere e avere di più, per essere di più: ecco l’aspirazione», spiega Paolo VI, «degli uomini di oggi, mentre un gran numero d’essi è condannato a vivere in condizioni che rendono illusorio tale legittimo desiderio».  

Lo sviluppo integrale  

La prima parte del documento è dedicata allo «sviluppo integrale». In un momento storico nel quale la parola «sviluppo» era diventata di moda, il Papa avverte che lo sviluppo non può essere ridotto alla mera crescita economica, ma deve essere pensato in termini di sviluppo integrale, cioè che promuova tutti gli uomini e tutto l’uomo. Lo sviluppo integrale è una vocazione e un dovere personale di avanzare verso una condizione ogni volta più umana e ciò include l’eliminazione delle carenze materiali e le strutture oppressive che sfruttano i lavoratori o rendono le transazioni economiche ingiuste. La vocazione allo sviluppo e al dovere di promuoverlo si rendono manifeste nell’aumento della considerazione della dignità di tutti, nella cooperazione al bene comune e nella volontà di pace. L’ideale di tendere a una condizioni sempre più umana culmina con il riconoscimento dei valori più alti, la fede in Dio e l’unità nella carità di Cristo. 

No alle oligarchie e i rischi del messianismo  

Il Papa riconosce che «le potenze colonizzatrici hanno spesso avuto di mira soltanto il loro interesse», denuncia il «lento ritmo di sviluppo» dei popoli poveri, a fronte della crescita rapida dei popoli ricchi. E stigmatizza le oligarchie che in certi paesi godono di «una civiltà raffinata» mentre le popolazioni sono costrette a condizioni di vita «indegne della persona umana». «In questo stato di marasma», mette in guardia il Pontefice, «si fa più violenta la tentazione di lasciarsi pericolosamente trascinare verso messianismi carichi di promesse, ma fabbricatori di illusioni. Chi non vede i pericoli che ne derivano, di reazioni popolari violente, di agitazioni insurrezionali, e di scivolamenti verso le ideologie totalitarie?». Paolo VI cita quindi il contributo positivo dei missionari, ricorda l’esempio di Charles de Foucauld, auspicando in favore dello sviluppo «un’azione d’insieme sulla base di una visione chiara di tutti gli aspetti economici, sociali, culturali e spirituali». La Chiesa, «esperta in umanità», non pretende di «intromettersi nella politica degli stati» ma vuole offre una «visione globale dell’uomo e della sua umanità». 

Le «strutture oppressive»  

Papa Montini afferma che «la ricerca esclusiva dell’avere diventa… un ostacolo alla crescita dell’essere e si oppone alla sua vera grandezza: per le nazioni come per le persone, l’avarizia è la forma più evidente del sottosviluppo morale», e critica «strutture oppressive, sia che provengano dagli abusi del possesso che da quelli del potere, dallo sfruttamento dei lavoratori che dall’ingiustizia delle transazioni».  

Ricorda che «la proprietà privata non costituisce per alcuno un diritto incondizionato e assoluto. Nessuno è autorizzato a riservare a suo uso esclusivo ciò che supera il suo bisogno, quando gli altri mancano del necessario», spiegando che «il bene comune esige dunque talvolta l’espropriazione se, per via della loro estensione, del loro sfruttamento esiguo o nullo, della miseria che ne deriva per le popolazioni…, certi possedimenti sono di ostacolo alla prosperità collettiva». 

Un’economia a servizio dell’uomo  

Nell’enciclica è quindi criticato il sistema che considera «il profitto come motore essenziale del progresso economico, la concorrenza come legge suprema dell’economia», così come una «mistica esagerata del lavoro», mentre si ribadisce invece che l’economia deve essere al servizio dell’uomo. In un passaggio, che sarà fonte di discussioni e polemiche, si accenna all’insurrezione violenta contro la tirannia. «Si danno, certo, situazioni la cui ingiustizia grida verso il cielo», scrive il Papa, «e tuttavia sappiamo che l’insurrezione rivoluzionaria – salvo nel caso di una tirannia evidente e prolungata che attenti gravemente ai diritti fondamentali della persona e nuoccia in modo pericoloso al bene comune del paese – è fonte di nuove ingiustizie, introduce nuovi squilibri, e provoca nuove rovine. Non si può combattere un male reale a prezzo di un male più grande». 

La «tecnocrazia» di un domani diventato oggi  

Il Papa parla poi dei programmi di pianificazione, mettendo in guardia dal «pericolo d’una collettivizzazione integrale o d’una pianificazione arbitraria», e dalla «tecnocrazia di domani» che «può essere fonte di mali non meno temibili che il liberalismo di ieri». Accenna all’alfabetizzazione, al ruolo della «famiglia naturale, monogamica e stabile», alla «grande tentazione di frenare l’aumento demografico per mezzo di misure radicali», ribadendo che «il diritto al matrimonio e alla procreazione è un diritto inalienabile, senza del quale non si dà dignità umana». E affronta anche il rischio della tentazione materialistica: «I popoli poveri non staranno mai troppo in guardia contro questa tentazione che viene loro dai popoli ricchi». 

Sviluppo solidale, no agli sperperi  

Va dunque promosso, spiega il Pontefice bresciano nella seconda parte del documento, un «umanesimo planetario» che permetta uno «sviluppo solidale» dell’umanità, costruendo «un mondo, in cui ogni uomo, senza esclusioni di razza, di religione, di nazionalità, possa vivere una vita pienamente umana, affrancata dalle servitù che gli vengono dagli uomini e da una natura non sufficientemente padroneggiata». Uno strumento per promuovere questa solidarietà è l’istituzione di un «fondo mondiale» e «la riconversione di certi sperperi, che sono frutto della paura o dell’orgoglio». 

Governare le iniquità dei mercati  

Paolo VI afferma anche che «la legge del libero scambio non è più in grado di reggere da sola le relazioni internazionali» e che solo nel caso in cui i contraenti «si trovino in condizioni di potenza economica non troppo disparate» esso è «uno stimolo al progresso». Mentre se le condizioni sono troppo diseguali «i prezzi che si formano “liberamente” sul mercato possono, allora, condurre a risultati iniqui». Montini non vuole prospettare l’abolizione del mercato basato sulla concorrenza ma dire che occorre però mantenerlo dentro limiti che lo rendano giusto e morale, e dunque umano. Ostacoli da superare per uno sviluppo solidale dei popoli sono anche il nazionalismo e il razzismo. 

«Sviluppo è il nuovo nome della pace»  

Nella terza parte dell’enciclica, Paolo VI parla della carità universale, cita il dramma degli studenti universitari che venuti nei paesi più ricchi per studiare finiscono «in non rari» per perdere i loro valori spirituali; ricorda il dramma dei lavoratori immigrati e chiede agli imprenditori che operano nei paesi poveri di favorire la crescita di una classe dirigente indigena. Lo sviluppo è dunque «il nuovo nome della pace». Il Papa conclude ricordando le sue parole all’Onu e chiedendo un’autorità mondiale più efficace in grado di intervenire in favore dello sviluppo e della lotta alla povertà. 

Le critiche feroci… come sempre  

La «Populorum progressio» sarà oggetto di critiche talvolta feroci da parte dei circoli economici conservatori e di ambienti capitalistici. Papa Montini sarà apostrofato come «marxista». Osserva padre Lasheras: «Quando i Papi parlano di problemi sociali sono aspramente criticati o ignorati anche all’interno della Chiesa. Anche la “Rerum novarum” di Leone XIII non fu bene accolta. Si vorrebbe che i Papi non si occupassero di questi temi e si dice: “Che si occupino di teologia e di morale, ma non di queste cose, perché non sono bene informati di economia, finanza, lavoro…». Come si vede, pensando all’accoglienza di certi passaggi dell’esortazione “Evangelii gaudium” o dell’enciclica “Laudato si’”, nulla di nuovo sotto il sole.