Santi e beati

10 pensieri di Charles de Foucauld, martire ardente del fuoco di Cristo

A cento anni dall’assassinio del beato Carlo di Gesù proponiamo dieci scintille del suo misticismo

10 pensieri di Charles de Foucauld, martire ardente del fuoco di Cristo

Oggi ricorre il 100esimo anniversario del martirio di Charles de Foucauld, beato Carlo di Gesù, assassinato all’età di 58 anni da un gruppo armato che aveva preso d’assalto il suo eremo di Tamanrasset nel Sahara algerino. Papa Francesco, durante la messa di stamattina a Santa Marta, ha così ricordato “il piccolo fratello universale”, monaco, mistico e precursore del dialogo con l’Islam:

“Un uomo che ha vinto tante resistenze e ha dato una testimonianza che ha fatto bene alla Chiesa. Chiediamo che ci benedica dal cielo e ci aiuti a camminare sulle sue tracce di povertà, contemplazione e servizio ai poveri”.

Abbiamo scelto per i nostri lettori dieci pensieri tratti da una antologia degli scritti di Charles de Foucauld pubblicata nel numero 70/’98 della rivista Jesus Caritas. I brani proposti colpiscono per l’amore profondo a Cristo, per l’estrema umiltà e la profonda dedizione al prossimo.

1 Egli ci ha dato l’esempio: vita nascosta (Nazareth), vita solitaria (i quaranta giorni di deserto), vita pubblica (i tre anni di predicazione). Queste tre vite sono ugualmente perfette, poiché Gesù, sempre ugualmente perfetto in ogni periodo della sua vita, sempre Dio, le ha condotte tutte e tre. Esse sono ugualmente perfette in se stesse, ma per noi non è ugualmente perfetto l’abbracciare l’una o l’altra; è indispensabile abbracciare quella in cui Dio ci vuole.

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2 L’amore consiste non nel sentire che si ama, ma nel voler amare; quando si vuol amare, si ama; quando si vuol amare sopra ogni cosa, si ama sopra ogni cosa. Se accade che si soccomba a una tentazione, è perché l’amore è troppo debole, non perché esso non c’è: bisogna piangere, come san Pietro, pentirsi, come san Pietro, umiliarsi, come lui, ma sempre come lui dire tre volte: «Io ti amo, io ti amo, tu sai che malgrado le mie debolezze e i miei peccati io ti amo». L’amore che Gesù ha per noi, egli ce l’ha dimostrato abbastanza perché noi possiamo crederci senza sentirlo; sentire che noi l’amiamo e ch’egli ci ama, sarebbe il paradiso; il paradiso, salvo rari momenti e rare eccezioni, non è per quaggiù. Narriamoci spesso la duplice storia delle grazie che Dio ci ha fatto personalmente dopo la nostra nascita, e delle nostre infedeltà; vi troveremo – soprattutto noi che abbiamo vissuto per molto tempo lontani da Dio – le prove più sicure e più commoventi del suo amore per noi, come anche, purtroppo, le prove sì numerose della nostra miseria. C’è motivo per immergerci in una fiducia senza limiti del suo amore (egli ci ama perché è buono, non perché noi siamo buoni, le madri non amano forse i loro figli traviati?) e motivo per sprofondarci nell’umiltà e nella diffidenza verso di noi.

3 L’ora meglio impiegata della nostra vita è quella in qui maggiormente amiamo Gesù. Ricordarsi soltanto di Gesù, pensare soltanto a Gesù, considerando un guadagno qualsiasi perdita con la quale riusciamo a dare in noi maggior posto al pensiero e alla conoscenza di Gesù, al cui confronto tutto il resto è nulla.

4 Ho un grande fondo di orgoglio. Non tengo conto a sufficienza della presenza di Dio. Mi lascio assorbire da ciò che faccio o dalle distrazioni, dalle fantasie. Non ho sufficientemente lo sguardo rivolto a Gesù, che è qui. Non lo vedo a sufficienza in ogni uomo. Non sono sufficientemente sovrannaturale con loro. Né sufficientemente dolce né sufficientemente umile, e neppure accurato come si dovrebbe nel fare loro del bene ogni volta che lo potrei. Gli esercizi di pietà lasciano a desiderare. Li faccio tiepidamente, talvolta in modo breve oppure troppo rapido, pieno di distrazioni. Mi capita in certi casi di essere vinto dal sonno o di rinviare di ora in ora le cose da fare. Una così grande tiepidezza che mi fa soffrire fino ad umiliarmi. Ometto le piccole penitenze, curo troppo il mio corpo. Invece di amare il disprezzo, mi compiaccio degli atti buoni.

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5 La mia vita continua, sempre la stessa: occupatissima esteriormente benché molto calma: ogni giorno la stessa cosa: poveri e malati che si succedono; interiormente, mi rimprovero di non dare abbastanza tempo alla preghiera, alle cose puramente spirituali: di giorno, non smettono mai di bussarmi alla porta e la notte, che sarebbe il tempo propizio, m’addormento meschinamente: è per me una vergogna e una sofferenza, questo sonno che prende più posto di quanto vorrei; io non ho tempo per esso, ed esso se lo prende… Il mio esame di coscienza mi rimprovera soprattutto tre cose: tiepidezza verso Gesù; non Lo prego né tanto né così teneramente come potrei o dovrei; tiepidezza verso il prossimo: non vedo abbastanza, nel prossimo, Gesù, non lo amo come me stesso; tiepidezza dinanzi alla croce: non cerco di soffrire, sono pigro e ingordo…

6 Rendersi estranei ai modi di pensare, di parlare, di agire delle persone del mondo; non occuparsi di quel che pensano, dicono, fanno; fare ciò che è più perfetto, imitare Gesù, non cercare di essere eccentrico, originale – Gesù non lo era – ma nemmeno aver paura di sembrarlo, se le persone del mondo giudicano tale quel che facciamo perché è il più perfetto, perché Gesù l’avrebbe fatto… Se il mondo ci giudica male e ci trova pazzi, tanto meglio, saremo più simili a Gesù!

7 Chiunque ama vuole imitare: è il segreto della mia vita.

8 L’obbedienza è l’ultimo, il più alto e il perfetto dei gradi dell’amore. Quello dove si cessa di esistere per se stessi, dove ci si annulla, dove si muore come Gesù sulla croce.

9 In nessun caso sarà permesso dire di no a chi ci domanda qualcosa, si deve donare l’ultimo soldo, l’ultimo pezzo di pane della casa. E se non abbiamo nulla, si farà entrare l’ospite e il povero e si andrà a mendicare per lui.

10 Tutta la nostra vita, per quanto muta essa sia, la vita di Nazareth, la vita del deserto, la stessa vita pubblica devono essere una predicazione del Vangelo fatta con l’esempio. Tutta la nostra esistenza, tutto il nostro essere deve gridare che noi apparteniamo a Gesù, deve presentare l’immagine della vita evangelica. Tutto il nostro essere deve diventare una predicazione viva, un riflesso di Gesù, un profumo di Gesù, qualcosa che gridi Gesù, che faccia vedere Gesù, che risplenda come un’immagine di Gesù.

La profondità di questi pensieri ci fa comprendere perché anche molti giovani non credenti guardano con interesse alla sua figura. La vita del beato Carlo di Gesù, pur interessante sotto il profilo storico e psicologico, offre soprattutto la testimonianza di una profonda sensibilità spirituale e religiosa che lo fa percepire come una grande figura profetica del XX secolo, a cui rivolgersi per affrontare il nostro tempo con occhi pieni di speranza.

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