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I vescovi europei: “Schengen è sacrosanto, ma cambiamo mentalità”

La settimana scorsa, appena concluso l’incontro sul pluralismo e la democrazia nei media, avevano scritto al vertice delle Nazioni Unite che si svolgeva a Ginevra («Religioni, pace e sicurezza», 23-25 novembre) ribadendo il diritto di ogni persona alla libertà religiosa, in particolare in Medio Oriente dove troppi sono costretti alla fuga. Il giorno successivo avevano ricevuto la visita di monsignor Macram M. Gassis, vescovo emerito di El Obeid in Sudan giunto a Bruxelles per implorare una soluzione pacifica del conflitto in corso che sta decimando il popolo Nuba (apertura di corridoi umanitari e cessazione dei bombardamenti aerei). 

E’ un lavoro a 360° quello che i vescovi accreditati presso la Commissione Europea svolgono senza sosta, un lavoro quotidiano, fatto di ascolto, studio, incontri, messaggi e una lunga serie di relazioni per tener fede alla missione specifica di monitorare i processi politici, valutare e comunicare l’opinione della Chiesa cattolica in merito, mantenere un dialogo costante con le istituzioni, informare le relative conferenze episcopali favorendo così la collegialità delle scelte per rispondere alle sfide che l’Europa deve affrontare. 

In cima alla lista la crisi dei rifugiati, oggetto martedì scorso a Bruxelles del 12° vertice annuale tra la Commissione Europea e i responsabili religiosi – «Migrazione, integrazione, i valori europei: dalle parole ai fatti» – come stabilito dall’articolo 17 del Trattato di Lisbona. Ospiti dei due vicepresidenti della Commissione Europea, Franz Timmermans e Antonio Tajani, il vicepresidente Comece, Czeslaw Kozon, vescovo di Copenhagen, e il vescovo ausiliare di Bruxelles-Malines, Jean Kockerols, hanno illustrato con grande chiarezza una richiesta precisa: una soluzione internazionale, e comune, per la crisi dei rifugiati. 

La questione dei migranti e dei rifugiati che bussano alle porte d’Europa «non può essere risolta dagli Stati a livello individuale» ha ricordato il vescovo Kozon nel suo intervento dove risuonava l’eco dell’incontro di febbraio presso l’abbazia di Heiligenkreuz che aveva riunito i vescovi Comece (promotore monsignor Ägidius Zsifkovics, nella sua qualità di presidente della commissione per i migranti e rifugiati) e alcuni rappresentanti delle chiese di Siria e Iraq. La libera circolazione delle persone è considerato un elemento importante di promozione umana, ha ricordato Kozon in riferimento al traguardo irrinunciabile raggiunto in Europa con l’accordo di Schengen: per questo motivo non può che destare forte preoccupazione il ripristino dei controlli alle frontiere da parte di alcuni paesi e i respingimenti. Un Paese come la Svezia, per esempio, è stato riconosciuto negli scorsi anni ai vertici per il numero di immigrati, ma a partire dal 2015 a livello politico ci sono stati ripensamenti che hanno di fatto ridotto i permessi d’ingresso accontentando, per così dire, alcuni movimenti e partiti nazionalisti, ma forse non è questa la strada da seguire. 

Non si può dimenticare come il ricongiungimento familiare sia un diritto sancito dai trattati internazionali ed europei in particolare, sia nel caso di un’emigrazione volta a migliorare le condizioni economiche di una famiglia che, ancor di più, nel caso di richiedenti asilo perché in fuga dai conflitti nei Paesi d’origine, dove donne e bambini – maggiormente vulnerabili – spesso sono costretti a seguire, con ritardo, l’arrivo del capofamiglia.  

Se è vero che «non ogni immigrato è un rifugiato», la richiesta alla politica più ampia non fa sconti: occorre affrontare alla radice le cause delle emigrazioni (guerre, persecuzioni, povertà, fame, problemi ambientali, mancanza di prospettive per una vita migliore sia per quanto riguarda il lavoro che l’istruzione).  

Un aspetto segnalato dai due vescovi, così come dai rappresentanti delle Chiese della Riforma, è quello della libertà delle iniziative. Sebbene si registri talvolta una certa opposizione da parte di gruppi xenofobi, nella stragrande maggioranza dei casi le chiese registrano una forte disponibilità delle persone all’accoglienza: l’Europa ha conosciuto nei secoli guerre e deportazioni che hanno accresciuto solidarietà e ospitalità. 

Molte sono le iniziative messe in campo dalle chiese, ma spesso si registra una certa difficoltà ad entrare in centri di accoglienza gestiti dal pubblico in nome di un principio di neutralità. Non dobbiamo dimenticare, ha ricordato Kozon, come la religione sia un elemento importante nella vita delle persone e, soprattutto in un momento così delicato dell’esistenza come quello di uno sradicamento dalla propria terra, può diventare una questione non marginale il poter ricevere il conforto e l’ascolto da parte di qualcuno che condivide la tua fede. 

Monsignor Kockerols ha sottolineato anche la necessità di un maggior coinvolgimento delle Conferenze episcopali, «in dialogo con gli organi dell’Unione» su un tema come quello dei migranti e rifugiati che «riguarda da vicino i valori e il futuro dell’Europa stessa», superando le, spesso profonde, divergenze di vedute presenti a livello di episcopati. «Nonostante i richiami incessanti di papa Francesco – ha detto il vescovo ausiliare di Bruxelles alludendo a tensioni provenienti dai Paesi dell’Est – la mancanza di coraggio di alcuni governi europei finiscono per influenzare anche qualche chiesa locale». 

Occorre lottare a viso aperto contro l’ignoranza della realtà spesso deviata da informazioni distorte abilmente veicolate da quanti hanno interesse a dipingere una situazione di emergenza: «lo stesso principio di cattolicità ci invita a respingere ogni forma di polarizzazione e strumentalizzazione delle questioni». 

I vescovi Comece chiedono altresì fatti precisi. In primo luogo non solo adoperarsi per una prima accoglienza, ma la garanzia di un’integrazione reale intesa come un processo a lungo termine che includa abitazione, scuole e lavoro. E quindi la promozione di un inevitabile cambiamento culturale: l’ospitalità fa parte integrante delle convinzioni religiose, nella fattispecie quelle dettate dal Vangelo: «Abramo era un emigrante, i membri della Sacra Famiglia erano dei rifugiati». 

«Per la Chiesa cattolica la questione dei migranti non costituisce “un problema”, bensì un’occasione di testimonianza dei valori evangelici che stanno alla base del suo annuncio» e «l’ospitalità è un pilastro fondamentale del cristianesimo»: si assicura quindi ogni sforzo per collaborare con amministrazioni e dei governi. 

Da parte sua il primo vicepresidente della Commissione UE, Franz Timmermans, riconoscendo che «i leader religiosi svolgono un ruolo vitale nel favorire l’integrazione e la partecipazione di tutti i membri quali cittadini europei a pieno titolo, indipendentemente dalle loro origini e dal loro credo» ha riconosciuto come incontri come quello che si è svolto a Bruxelles rappresentano un’occasione di dialogo che aiuta a identificare i tanti valori comuni che uniscono», mentre il responsabile europeo per le politiche dell’emigrazione, Dimitris Avramopulos sottolineava l’importanza di coinvolgere tutti per mantenere viva una società inclusiva e coesa.