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La risposta al terrore non può essere la paura dello straniero

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La critica culturale all'Europa di Bauman quanto mai eloquente dopo l'ennesimo attacco terroristico e la crescita di fenomeni xenofobi

Gli attacchi terroristici di Parigi e Bruxelles, la strage di Nizza. Nel mezzo crescenti episodi di razzismo, xenofobia, respingimento verso gli stranieri. Pensiamo ai fatti di Dallas, a quelli accaduti in Inghilterra nel dopo Brexit, all’omicidio di Fermo in Italia.

Oggi paura e odio sono sentimenti che si alimentano quotidianamente in Europa. Sentimenti che secondo uno dei sociologi e filosofi viventi più lungimiranti, Zygmunt Bauman, «si nutrono dello stesso cibo».

Pertanto sono due atteggiamenti molto negativi. «La paura è il demone più sinistro del nostro tempo», ammoniva già anni fa il filosofo polacco.

LE RADICI DI PAURA E ODIO

In un’intervista a La Stampa (11 luglio) afferma: «Paura e odio hanno le stesse origini e si nutrono dello stesso cibo: ricordano i gemelli siamesi condannati a trascorrere tutta la vita in compagnia reciproca: in molti casi non solo sono nati insieme ma possono solo morire insieme. La paura deve per forza cercare, inventare e costruire gli obiettivi su cui scaricare l’odio mentre l’odio ha bisogno della spaventosità dei suoi obiettivi come ragion d’essere: si rimpallano a vicenda, possono sopravvivere solo così».

IMPREPARATI AD ESSERE COSMOPOLITI

Cause, secondo Bauman, dell’espansione di questi sentimenti derivano dalla simultaneità di due fenomeni. «Il primo, individuato dal sociologo tedesco Ulrich Beck, è la stridente discrepanza tra l’essere stati assegnati a una “situazione cosmopolita” in assenza di una “consapevolezza cosmopolita” e senza gli strumenti adatti a gestirla».

Il conseguente scontro tra «strumenti di controllo politico territorialmente limitati e poteri extraterritoriali incontrollabili e imprevedibili» ha prodotto una mancanza di protezione e una continua incertezza nelle condizioni di vita, «saturando le nostre esistenze di paura per il futuro nostro e dei nostri figli».

TRINITA’ AVVELENATA

In questo contesto «la paura era e resta una trinità avvelenata, l’incontro di tre sentimenti ossessionanti, ignoranza, impotenza e umiliazione. I poteri distanti e oscuri che ci condizionano vanno al di là del nostro sguardo e della nostra influenza, così come le nostre paure si muovono tra forze che siamo incapaci di addomesticare o contenere. Se non sappiamo respingere queste forze che minacciano tutto quanto ci è caro, non potremmo almeno tenerle a distanza, interdire loro l’accesso alle nostre case e ai luoghi di lavoro?», una domanda comune, oggi, che il sociologo rilancia provocatoriamente.

IL FACILE BERSAGLIO DEI MIGRANTI

Perché questa domanda si innesta con la questione dei migranti. «L’afflusso massiccio e senza precedenti di rifugiati è il secondo fenomeno a cui accennavo e ha contribuito a dare a questa domanda una risposta credibile e “di buon senso” seppure falsa e fuorviante, una risposta elevata a rango di dogma da aspiranti politici che vi annusano la chance di un forte sostegno popolare. È balsamo per le anime tormentate: le paure senza sbocco e perciò tossiche non possono riversarsi sulle loro vere cause, ma possono facilmente e tangibilmente rovesciarsi su chi appare e si comporta da straniero, dagli ambulanti ai mendicanti. Le aggressioni etniche e razziali sono la medicina dei poveri contro la propria miseria».

LA PAURA DEL FUTURO

Oggi gli europei «hanno paura del futuro, hanno perso la fiducia nella capacità collettiva di mitigarne gli eccessi e renderlo più amichevole. La parola “progresso”, che ancora usiamo per inerzia, evoca emozioni opposte a quelle che sentiva Immanuel Kant quando coniò il termine».

Il pensiero del futuro, oggi, «desta in noi più spesso l’idea di una catastrofe imminente che non quella di una vita più confortevole. E lo straniero rappresenta tutto ciò che di instabile e imprevedibile c’è nella nostra vita. Per questo guardiamo ai migranti come a un segno visibile e tangibile della fragilità del nostro benessere e delle sue prospettive» (Avvenire, 12 luglio).

INTERNET: MEZZO, NON CAUSA

Sulla base di questa analisi, internet non può essere considerato la causa di odio e paura. Ma solo un mezzo per propagarli. «Internet e i “social” – dice il filosofo – possono servire altrettanto efficacemente all’inclusione come all’esclusione, al rispetto e al disprezzo, all’amicizia e all’odio. La responsabilità di scegliere ricade direttamente sulle nostre spalle di navigatori. Possiamo usare lo stesso coltello per tagliare pane o gole: a qualsiasi uso lo destini, chi lo tiene lo vuole affilato. Il web affila gli strumenti ma noi ne scegliamo l’applicazione».

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