Chiesa

Quell’esorcismo con la Sindone per liberare una donna dalla fede calvinista

Un carteggio inedito di san Carlo Borromeo rivela una vicenda risalente al 1578

Per liberare una donna di fede calvinista posseduta da una legione di demoni fu compiuto un esorcismo facendo ricorso fisicamente alla Sindone, che le fu messa sulla testa: accadde all’inizio del maggio 1578 a Chambéry nella Sainte-Chapelle du Saint-Suaire (poco prima del trasferimento del Sacro Lino a Torino) per opera del vescovo di St-Jean-de-Maurienne (affiancato dal vicario episcopale di Grenoble).

La vicenda, riferisce l’AdnKronos, emerge da un inedito carteggio tra l’inquisitore di Vercelli, Cipriano Uberti, e l’arcivescovo di Milano, cardinale Carlo Borromeo, custodito negli archivi della Biblioteca ambrosiana, portato alla luce dalla ricercatrice storica Ada Grossi, autrice anche di un saggio («Un carteggio inedito di San Carlo Borromeo 1578-79: la Sindone e l’esorcismo di una calvinista») pubblicato sul nuovo numero della rivista periodica Aevum dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, edita da Vita e Pensiero.

In seguito alla liberazione dalla possessione diabolica, la donna, che proveniva da Ginevra ed era stata accompagnata a Chambéry da alcuni cattolici là diretti per l’ostensione annuale della Sindone, si rifugiò in Piemonte e si convertì al cattolicesimo sotto la guida spirituale di Cipriano Uberti, inquisitore generale di Vercelli nonché vicario della Lombardia superiore per l’Ordine domenicano. A seguito di un tentativo di rapimento da parte dei calvinisti per ricondurla a Ginevra, Uberti chiese aiuto al cardinale Borromeo, che accolse la donna a Milano e provvide infine a nasconderla.

Uberti riferì, come si legge in una lettera inedita al cardinale Borromeo, che, in cambio della liberazione di Genevra, i due spiriti chiesero che venisse battezzato un cane nel quale poter entrare.

A quelle blasfeme parole, il Vescovo, «pigliato da giusto et santo furore, dette di mano al santo Lenzuolo et Sudario et lo stese sopra il capo di detta donna». A seguito dell’imposizione della Sindone la donna cominciò a levitare fin sopra le teste dei presenti: i demoni uscirono da lei e la lasciarono cadere a terra, «mezza morta» e «crepata», cioè con varie fratture, tanto che dovette essere curata per mesi. Uberti narra che Genevra, dopo alcuni mesi trascorsi in un «hospitale» di Chambéry inferma e incapace di parlare, si riprese: non rammentò subito la promessa di farsi cattolica fatta al Vescovo, ma poi valicò le Alpi e si portò a Ivrea, dove rimase per circa tre mesi.

Fuggire oltr’Alpe era certamente un buon modo per allontanarsi dai calvinisti che prima o poi l’avrebbero cercata (come puntualmente avvenne in seguito, con un tentativo di rapimento). Genevra si trovava a Ivrea nello stesso periodo in cui la Sindone, attraverso la quale Dio l’aveva beneficiata, era a Torino, dove era giunta il 14 settembre seguendo il medesimo itinerario e dove Borromeo la venerò proprio in ottobre. A Ivrea la donna cercò di presentarsi all’autorità ecclesiastica per farsi ammettere nella Chiesa cattolica, ma non vi riuscì subito, poiché il vescovo del luogo era fuori città e l’inquisitore generale a Vercelli. Proprio a Vercelli Genevra si recò dunque entro i primi giorni del mese successivo: da quel momento in avanti, l’inquisitore Cipriano Uberti diventò diretto testimone della sua vicenda e la seguì spiritualmente nella conversione, fino all’abiura della fede calvinista.

 

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