Società

La denigrazione, il peccato di cui nessuno parla

È più facile pensare il peggio degli altri che il meglio, ma cosa fa quella “gioia oscura” alla nostra anima e alla società?

La denigrazione, il peccato di cui nessuno parla

Paulo Buchinho/Getty Images

Di tanto in tanto mi viene ricordato quanto possa essere astuto Satana, soprattutto durante la Quaresima.

Consideriamo, ad esempio, un piccolo peccato pernicioso che sembra aver messo radici ed essere cresciuto nell’era dei social media: la denigrazione. La constato sempre di più. Nessuno parla realmente della denigrazione o del male che provoca – anche se il papa ha sottolineato spesso il male inerente al suo stretto cugino, il pettegolezzo, arrivando a paragonare quest’ultimo al terrorismo.

Il Catechismo insegna che la denigrazione è un peccato contro l’ottavo comandamento:

2477 Il rispetto della reputazione delle persone rende illecito ogni atteggiamento ed ogni parola che possano causare un ingiusto danno. Si rende colpevole:
– di giudizio temerario colui che, anche solo tacitamente, ammette come vera, senza sufficiente fondamento, una colpa morale nel prossimo;
– di maldicenza colui che, senza un motivo oggettivamente valido, rivela i difetti e le mancanze altrui a persone che li ignorano;
– di calunnia colui che, con affermazioni contrarie alla verità, nuoce alla reputazione degli altri e dà occasione a giudizi erronei sul loro conto.

2478 Per evitare il giudizio temerario, ciascuno cercherà di interpretare, per quanto è possibile, in un senso favorevole i pensieri, le parole e le azioni del suo prossimo:
“Ogni buon cristiano deve essere più disposto a salvare l’espressione oscura del prossimo che a condannarla; e se non la può salvare, cerchi di sapere quale significato egli le dà; e, se le desse un significato erroneo, lo corregga con amore; e, se non basta, cerchi tutti i mezzi adatti perché, dandole il significato giusto, si salvi dall’errore”.

2479 Maldicenze e calunnie distruggono la reputazione e l’onore del prossimo. Ora, l’onore è la testimonianza sociale resa alla dignità umana, e ognuno gode di un diritto naturale all’onore del proprio nome, alla propria reputazione e al rispetto. Perciò la maldicenza e la calunnia offendono le virtù della giustizia e della carità.

E i media, ci viene ricordato, hanno una responsabilità speciale:

2494 L’informazione attraverso i mass-media è al servizio del bene comune. La società ha diritto ad un’informazione fondata sulla verità, la libertà, la giustizia e la solidarietà:
“Il retto esercizio di questo diritto richiede che la comunicazione nel suo contenuto sia sempre vera e, salve la giustizia e la carità, integra; inoltre, nel modo, sia onesta e conveniente, cioè rispetti scrupolosamente le leggi morali, i legittimi diritti e la dignità dell’uomo, sia nella ricerca delle notizie, sia nella loro divulgazione”.

2495 “È necessario che tutti i membri della società assolvano, anche in questo settore, i propri doveri di giustizia e di carità. Perciò si adoperino, anche mediante l’uso di questi strumenti, a formare e a diffondere opinioni pubbliche rette”. La solidarietà appare come una conseguenza di una comunicazione vera e giusta, e di una libera circolazione delle idee, che favoriscono la conoscenza ed il rispetto degli altri.

2497 Proprio per i doveri relativi alla loro professione, i responsabili della stampa hanno l’obbligo, nella diffusione dell’informazione, di servire la verità e di non offendere la carità. Si sforzeranno di rispettare, con pari cura, la natura dei fatti e i limiti del giudizio critico sulle persone. Devono evitare di cadere nella diffamazione.

Ecco quello che diceva padre John A. Hardon, SJ, sul peccato della denigrazione:

La buona reputazione di un’altra persona le appartiene, e non possiamo danneggiarla rivelando senza motivi sufficientemente gravi ciò che sappiamo di lei.

La denigrazione è quindi un peccato contro la giustizia, perché priva un uomo o una donna di quello a cui in genere danno valore più che alle ricchezze. La dichiarazione di Socrate per la quale il modo per guadagnarsi una buona reputazione è sforzarsi di essere ciò che si vuole apparire sottolinea lo sforzo richiesto per acquisire una buona fama. Tutto questo, ancor più della ricchezza accumulata, può essere distrutto da un singolo atto criminale di denigrazione.

La serietà del peccato commesso deriverà principalmente dalla gravità della mancanza o della limitazione rivelata, ma dipenderà anche dalla dignità della persona denigrata e dal male che viene fatto a lei e ad altri rivelando qualcosa di nascosto e la cui rivelazione sminuisce (quando non rovina) la sua posizione agli occhi degli altri.

In modo simile al risarcimento richiesto per il furto, la denigrazione richiede una riparazione per quanto possibile della reputazione della persona danneggiata. Spesso questa riparazione è quasi impossibile, per via del numero di persone coinvolte o per la complessità della situazione, ma questo sottolinea l’avvertimento della Scrittura: “Abbi cura del nome, perché esso ti resterà più di mille grandi tesori d’oro. I giorni di una vita felice sono contati,
ma un buon nome dura sempre” (Siracide 41, 12-13).

In questo periodo di penitenza e di preghiera, vale la pena di chiederci se siamo colpevoli, consapevolmente o meno, di denigrazione. Abbiamo rovinato intenzionalmente il buon nome di qualcuno? Abbiamo cercato di danneggiare la reputazione di qualcuno? Abbiamo rinfocolato la gioia oscura del pettegolezzo?

Durante la Quaresima, è importante ricordare che la cioccolata non è l’unica tentazione a cui dobbiamo resistere. Altre tentazioni possono essere ugualmente allettanti e malsane – e possono danneggiare molto di più la nostra anima. In questo Anno della Misericordia, siamo chiamati a stendere la mano della misericordia ai nostri fratelli e alle nostre sorelle e a vedere sempre più la loro dignità.

 

[Traduzione dall’inglese a cura di Roberta Sciamplicotti]

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