Stile di vita

Bisagno, la Resistenza parte dal cuore

Così un cattolico fa il partigiano. Diceva: non c'è libertà senza verità. Un documentario di Marco Gandolfo

Nome di battaglia “Bisagno”. Così è passato alla storia Aldo Gastaldi, giovane sottotenente del XV Reggimento Genio, tra i primi a salire tra le montagne liguri all’annuncio dell’armistizio (8 settembre 1943). Nel giro di pochi mesi diventa il comandante più amato della Resistenza in Liguria, alla guida di un nucleo partigiano a Cichero. La sua figura e la sua storia rivivono ora nel documentario “Bisagno”, firmato dal regista Marco Gandolfo (proiezione a Roma l’8 marzo alle 21 al Seraphicum). “Ho scoperto un tipo di Resistenza che non avrei immaginato – racconta -. Lui ha portato avanti una Resistenza che partiva dal cuore, come lotta tra il bene e il male nel cuore delle persone”. Bisagno interpreta il suo ruolo non come potere, ma come servizio: è il primo a esporsi ai pericoli e l’ultimo a mangiare, riserva a se stesso i turni di guardia più pesanti. Si conquista così l’amore e la stima degli uomini e delle popolazioni contadine. “Alla radice del suo agire c’era una fede cristiana semplice ma incrollabile” racconta il regista.

Diceva: “Continuerò a gridare ogni qualvolta si vogliano fare ingiustizie. E griderò contro chiunque anche se il mio grido dovesse causarmi disgrazia o altro”. Bisagno riteneva che non si potesse parlare di libertà disgiungendola dalla parola verità. Voleva che i partigiani sapessero “ragionare con la propria testa” e non fossero ingannati dalle varie ideologie. “Ci insegna l’importanza di cercare seriamente, anche a costo della vita, la verità”. La sua statura umana e cristiana ha segnato la vita di molti compagni. “Molte persone che ho intervistato – racconta Gandolfo -, a 70 anni di distanza dai fatti si commuovevano e dicevano che la persona che più aveva segnato la loro vita era Bisagno. Straordinario se si pensa che lo avranno visto due o tre volte, ma sono bastate a segnarli per sempre”.

Elena Bono, scrittrice ligure di cui Gandolfo ha raccolto la testimonianza, ha dedicato molti versi a Bisagno, soffermandosi soprattutto sul suo sguardo. “Bisagno i tuoi occhi chiari ci guardano ancora” scrive in una delle sue poesie. Dirà poi che in realtà Bisagno non aveva gli occhi chiari, ma erano talmente luminosi che gli erano sembrati azzurri. “Con quello sguardo ti sentivi perforare le membra, ti sentivi letto dentro” dirà un suo compagno. Un partigiano racconta di una imboscata a danno di un battaglione di Repubblichini: erano a portata, ma l’ordine di Bisagno di sparare non arrivò. Davanti al disappunto dei suoi uomini, il comandante partigiano rispose: “Anche loro hanno una mamma a casa che li aspetta”. Commenta Gandolfo: “Era uno dei pochi che continuava a ricordare che anche dietro una divisa diversa dalla sua c’era sempre un uomo”.

Bisagno aveva organizzato secondo una rigida disciplina il gruppo dei partigiani. Era severissimo, a partire da se stesso, ma “anche nella correzione non ha mai smesso di mostrare ai suoi uomini l’amore e la stima che nutriva per loro”. Una lettera fa chiaramente trasparire questi suoi sentimenti e il suo modo di vivere la Resistenza. Bisagno la scrive a un suo comandante di distaccamento, Gech. Gli era giunta voce che non si era comportato in modo corretto e lo riprende severamente, ricordandogli gli ideali che li hanno portati a combattere in montagna: “Ricordati Gech che per combattere il falso, lo sgradevole, il disonesto, l’ingiusto è necessario essere leali, onesti e giusti”. Bisagno gli ricorda che “non è virtù di comandante” far fare agli uomini quello che vogliono. “Devi essere energico con loro, rispettato, temuto e amato”. La lettera si conclude, dopo una ramanzina decisa, con la firma “tuo amico Bisagno”.

“Viviamo in un’epoca in cui è difficile trovare punti di riferimento certi, saldi. Per questo una figura come Bisagno è attuale – dice Gandolfo -. E attuale è la domanda al cuore della sua vicenda: per che cosa vale la pena vivere, e impegnarsi fino a rischiare la vita”. Bisagno muore il 21 maggio 1945 a Desenzano del Garda, dopo aver riconsegnato alle famiglie tutti i suoi uomini. La relazione ufficiale parla di una caduta accidentale dal tetto del camion utilizzato per il viaggio; in realtà la dinamica dell’incidente non è mai stata chiarita in modo convincente. Il film “Bisagno” è un ritratto a tutto campo, basato su testimonianze e documenti inediti. “Nel 2009 il nipote di Bisagno mi ha proposto di esaminare il grande archivio realizzato da suo padre Giacomo in decenni di ricerche – racconta Gandolfo -. Insieme abbiamo incontrato gli ultimi partigiani ancora in vita e siamo entrati nelle case dei contadini, dove ancora la foto di Bisagno si affianca a quelle dei parenti più cari”.