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Maternità surrogata e quei no che si moltiplicano

Nello scacchiere contemporaneo dove le biotecnologie si impongono sull'umano, la Chiesa trova inediti "alleati"

Maternità surrogata e quei no che si moltiplicano

© Public Domain

I recenti fatti di cronaca politica, hanno fatto riemergere il tema sempre più stringente per l’Italia (ma non solo) della maternità surrogata, una questione che qualcuno vorrebbe liquidare come semplice affare di diritti individuali, sulla scorta di slogan ormai passati alla storia come “l’utero è mio e me lo gestisco io”. Eppure proprio da un pezzo significativo del femminismo tradizionale, è venuto uno “stop” un “altolà”. Improvvisamente antilibertarie? No realiste come spesso solo le donne sanno essere.

 

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UNA GRANDE INDUSTRIA

Per sua natura l’industria guarda al profitto, in sé non c’è nulla di male purché sia orientato al bene comune e paghi equamente il lavoratore, ma la maternità è un lavoro? Se lo è un bambino diviene un prodotto da ultimare e pagare a cottimo, lo scambio implica un possesso non si sta parlando di una mera prestazione d’opera. Ecco che quindi non siamo di fronte ad una questione come le altre. I numeri in giro per il mondo dove la “GPA” (Gestazione Per Altri, ndr) è legale:

C’è l’agenzia ucraina che offre pacchetti per tutte le tasche: si va dai 29.000 euro dell’opzione più economica (con alloggio di 20 metri quadri, una camera d’albergo insomma) ai 39.000 dello ‘Standard’, che prevede una sistemazione in appartamento di 50-70 metri quadri gestito da una governante, fino ai 49.000 euro del pacchetto ‘vip’: appartamento da 100-150 metri quadri, governante e vettura con autista. Su Internet, gli americani sembrano i piu’ chiari: listino prezzi, contratti con penali, dettagliatissimi servizi ‘dalla provetta alla culla’.

Il campionario comprende anche ‘semplici’ donazioni di seme o ovuli. Le pubblicità si rivolgono sia alle coppie di aspiranti genitori che alle mamme ‘ospitanti’. Mamme che possono guadagnare fino a 50.000 dollari ma devono “diffidare di chi offre di piu’ per poi non andare oltre i 30/40.000”.

Fra i Paesi in cui è ammessa la maternità surrogata ci sono alcuni Stati degli Usa, il Canada, la Russia, l’Ucraina, la Thailandia e l’India (Agi, 2 marzo)

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I NO CRESCONO

In una fase storica in cui quello che ieri sembrava impossibile sta diventando ordinaria amministrazione, la tradizionale divisione tra “progressisti” e “conservatori” segna tutti i propri limiti concettuali. Non a caso la Chiesa si ritrova affiancata anche da chi si è spesso dichiarato lontano o addirittura estraneo. Solo alcune frange della cultura anticattolica resistono pervicacemente e sono riconoscibilissime come tutte appartenenti alle stesse scuole di pensiero.

Per cui se abbiamo uno Stefano Fassina scettico ad Avvenire (3 marzo):

«Resto stupito, amareggiato, di fronte alla mercificazione del momento più alto e spirituale della vita, la nascita di un bambino. Un figlio non è un diritto e la maternità surrogata è davvero insostenibile. Non appartiene, non può appartenere alla sinistra».

Che spiega meglio la sua contrarietà alla scelta di Vendola:

è contraddittorio voler rimettere la persona al centro del sistema economico e sociale e poi dimenticarla quando si tratta di rispettare la dignità della donna o l’inalienabile diritto del bambino a godere del legame con la mamma. E poi anche il luogo in cui si è svolta questa vicenda, la California, gli Usa, mi sembra paradigmatica: il ‘mercato della vita’ è possibile o dove ci sono gravi disagi sociali oppure, ed è questo il caso, dove domina l’individualismo proprietario.

Analogamente a quanto dice la 35enne giornalista svedese Kajsa Ekis Ekman, che un mese fa è arrivata fino al palco della Conferenza di Parigi contro l’utero in affitto per spiegare da dove deve venire il contrasto alla maternità surrogata, novello sfruttamento da parte degli uomini ricchi del corpo delle donne. Marxista per sua stessa definizione spiega che

«l’opposizione deriva dalla mia analisi sulla maternità surrogata come un fenomeno capitalistico che aliena l’essere umano dalla sua stessa progenie»

Kajsa fa parte della «Sverigeskvinnolobb», la lobby delle donne svedesi, storicamente a sinistra, ripete:

Avere un figlio non è un diritto umano. Non esiste alcuna convenzione che sancisca il diritto a usare il corpo di una donna per i propri scopi. Chiunque desideri avere un figlio può farlo, ma la maternità surrogata è diversa da qualsiasi altra pratica: significa creare bambini senza madri. Il movimento femminista sta crescendo: quando nel 2006 ho iniziato a scrivere un libro sull’utero in affitto non conoscevo nessuno in Europa che vi si opponesse. Ora le femministe si sono unite su questo fronte e il Parlamento europeo ha chiesto agli Stati di bandire la maternità surrogata in due risoluzioni, nel 2011 e nel 2016.

UNA LEZIONE BIBLICA

Vista la contrarietà e lo scetticismo della Chiesa su queste tematiche in molti, per lo più “lettori occasionali della Bibbia” hanno fatto paragoni arditi tanto col Nuovo (Maria e Gesù) quanto col Vecchio Testamento (le matriarche Sara e Rachele). A Maria non è stato strappato il Figlio un attimo dopo, anzi quel figlio lo ha cresciuto e guidato assieme a Giuseppe che lo ha inserito in una discendenza regale. Quanto alle venerabili matriarche prendiamo a prestito le parole di Riccardo Di Segni, Rabbino Capo di Roma e vicepresidente del Comitato Nazionale di Bioetica:

le persone che vengono usate per questo “esperimento” biologico [Hagar e Bilhà] sono delle serve, quindi persone non libere e con le quali, secondo il diritto biblico, non era lecito il rapporto sessuale con il padrone; sia Rachele che Sara, introducendo nel letto del marito un’estranea non libera, sanno di fare qualcosa che costerà loro cara in termini affettivi e di rapporti gerarchici, e lo fanno solo perché sono disperate. Le serve, a loro volta, in cambio della loro prestazione biologica, cresceranno di grado diventando mogli. Ora la Bibbia e la successiva tradizione rabbinica hanno tollerato l’istituto della schiavitù, ma con un sistema giuridico di tutela e protezione assolutamente innovativo rispetto alle culture coeve. Ma oggi a nessuno nell’ebraismo verrebbe in mente di riproporre un rapporto di schiavitù. Se si fanno confronti tra maternità surrogata e storia di Rachele e Sara, per dire che c’è un precedente che la giustifica, va tenuto ben chiaro che si tratta di sfruttamento di persone non libere. Il che non è un bel modo per giustificare moralmente una procedura attuale (Moked, 3 marzo).

Una regola c’è, la proibizione prevista dalla Legge 40, dovremmo forse contemplare di punire chi la infrange anche fuori dall’Italia? Non avrebbe senso vista la progressiva decisione dell’Unione Europea di bandire questa pratica? La politica, nazionale e comunitaria, ci pensi, intanto vi lasciamo con una frase molto potente del giornalista argentino Martín Caparrós che su Internazionale a proposito della maternità surrogata scriveva già lo scorso luglio:

Quasi duecento anni fa un tedesco recuperò una rara parola latina e la rimise in circolazione. Proletario era colui che era talmente povero da poter contare solo sulla sua prole. Il tedesco non poteva sapere che la sua parola sarebbe stata così azzeccata.

 

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Lucandrea Massaro

Giornalista professionista (2010), laurea magistrale in Scienze delle Religioni (2009). Ha collaborato con la divisione radiofonia della Rai e con alcune testate del mondo del lavoro.  Co Editor e social media manager di Aleteia.